CONSCIOUS QUITTING

IL RINOCERONTE

Paul Polman è un eclettico scrittorie e uomo d’affari olandese, tra le altre è stato amministratore delegato di Unilever. Vede gente e fa varie cose, tutte molto interessanti. Tra queste una ricerca sul sentiment del mondo del lavoro, “From quiet quitting to conscious quitting”, condotta su 4.000 lavoratori americani e britannici dal suo team. I risultati confermano un trend che negli ultimi anni preoccupa azienda e cacciatori di teste. Il mercato del lavoro da tre anni è   irrequieto, difficile trovare lavoratori e faticoso trattenere quelli che ci sono.
Come sempre è capitato nella storia nelle fasi dei grandi salti tecnologici e demografici il saldo, o la scelta tra senso e compenso è variabile e sempre più personale.

Eppure, stando alle risposte rilasciate dai dipendenti, si sta assistendo ad una ulteriore evoluzione: i lavoratorio scelgono di lavorare per aziende che hanno “valori” e prassi nelle quali possono identificarsi.

Il senso e il compenso 

Nel Regno Unito un lavoratore su due si dice pronto a lasciare il posto di lavoro se non si riconosce nei valori dell’azienda, e la maggioranza, il 68%, dei dipendenti non è attualmente soddisfatta degli sforzi aziendali per migliorare il benessere della società e l’ambiente. Il 51% dei dipendenti statunitensi e il 45% per cento dei britannici afferma che prenderebbe in considerazione l’idea di lasciare un lavoro dove i valori non corrispondono ai propri ed un terzo del campione ha dichiarato di aver già lasciato il lavoro per questo motivo, accettando in alcuni casi anche tagli salariali pur di far parte di aziende più consapevoli. Insomma si cerca di essere felici secondo la ricerca dei greci, per cui la felicità corrispondeva alla eu-demonia, la liberazione dei demoni positivi e dei talenti, la fioritura e la crescita.

Dal quit quitting al “Quiet thriving“

Non più “Quiet quitting”, cioè lavoratori che tendono a trovare un lavoro solo per poter contare su uno stipendio e a fare il meno possibile, e non più YOLO, disposti a licenziarsi o prendersi una pausa, tornare e cercare una nuova occupazione. Piuttosto oggi si tende secondo il team di Polman a cercare un lavoro che consiste di fiorire, che coincide con le proprie aspirazioni e la propria felicità. Polman li chiama “Quiet thriving” (“to thrive”, “crescere”) e ne coglie gli aspetti positivi: si  riaccende l’interesse verso il proprio lavoro, senza esagerare però con la performanza e lo stress da prestazione, e più che fare il meno possibile, si cerca di ritrovare il piacere di quello che si fa. 

Verso il Conscious quitting

Le grandi dimissioni nelle sue varianti più o meno opportunistiche sono state in questi anni una forma di exit da situazioni lavorative ritenute inaccettabili. Gli osservatori più acuti nella materia fanno notare come l’organizzazione del lavoro resta quella del secolo scorso e non risponde a bisogni delle persone sempre più complessi e individualizzati. In pratica sostiene Polman “stiamo entrando in un’era di dimissioni consapevoli”, di “Conscious Quitting”, che guardano al profitto personale non più come all’unico motivo di vita cui sacrificare tutto.

Tra i lavoratori del campione infatti molti hanno dichiarato di aver scarsa sfiducia nei loro capi perché spesso solo motivati solo dal profitto personale. 

Oppure si può dare una letta a “net positive” il libro di Polman pubblicato da Hoeply.


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