PULSIONI E CONDIZIONAMENTI PARTE 3

SAGGIO A PUNTANTE DI

Le pulsioni
Se la nostra vita è condizionata dagli elementi che abbiamo descritto, non v’è dubbio che l’effetto di queste forze incide su un terreno che è già per-corso da stimoli ed energie con le quali nasciamo, e che sono iscritte nel nostro DNA, direbbe Darwin, per un fatto evoluzionistico o più semplicemente perché così è fatta la natura, direbbe Freud (1856 – 1939), il quale ne esalta due in particolare: la ses-sualità e l’aggressività, la prima per consentire la ri-produzione e la seconda per difendersi nell’am-biente.
Carl Gustav Jung (1875 – 1961) allievo di Freud e di vent’anni più giovane, volle dare la sua interpretazione sostenendo che la pulsione sessuale non è esclusivamente desiderio e voluttà sessuali, ma in un certo senso energia psichica, spinta vitale.
Le pulsioni freudiane sono certamente le più im-portanti tensioni dell’anima, e danno origine a una serie di sottospecie di cui parleremo: si possono riscontrare anche nel neonato, avvinghiato al seno della mamma, che non dimenticherà più, e pronto a reagire e a piangere se trattato male, ma sono molto visibili nella pubertà, quando le sensazioni sessuali dominano addirittura il sonno, e da grandi, quando la violenza diventa una componente stabile della giornata, anche sotto forme lavorative.


Di solito la pulsione sessuale è affievolita da altre componenti, quali l’affetto, la simpatia, la collabo-razione, il rispetto, la decenza, ma ci sono luoghi, pochi per fortuna, nei quali è l’unico elemento pre-sente, in assenza di raziocinio, senso estetico e intel-ligenza: le saune gay, i massaggi, i luoghi di vacanza e i luoghi di scambio coppie specifici vivono esclu-sivamente sulla pulsione sessuale, non vi è altro.
Lì la pulsione regna incontrastata, non viene influen-zata da aspetti sociali, che nella comune nudità perdono efficacia, né da aspetti estetici, che devono ce-dere il passo alla becera necessità priva di cornice. Senza attenuanti la pulsione è nuda, e si manifesta nella sua interezza, sfacciataggine e potenza, dando corpo al detto che “quando viene meno la dignità tutto è possibile.”
Ho descritto in altro testo come la pulsione sessuale unita all’aggressività abbia portato in questi ultimi anni al fenomeno chiamato femminicidio.
L’uomo, perché del maschio si parla, sente il bisogno di soddisfare il proprio desiderio sessuale quasi come prima istanza, e se si fidanza o si rela-ziona con una donna che glielo soddisfa ritiene di aver risolto definitivamente il problema, salvo pren-dersi qualche ulteriore dose di piacere se capita.
Quella donna che gli ha risolto il problema, e con la quale ritiene di avere un patto eterno, è anche la persona con la quale immagina di avere la massima confidenza, una compagna di vita giornaliera, la sua compagna. Ecco che quando si accorge che il rapporto non è eterno e che quella donna può risolvere il problema del desiderio sessuale e della confidenza anche a un altro uomo, con il quale già convive o con il quale viene vista dall’ambiente, allora il maschio perde il controllo della mente e la pulsione sessuale e aggressività si combinano creando l’attività criminale e il delitto. Quella donna era la sua donna, lei lo ha tradito, gli ha promesso di destinare a lui tutta la sua femminilità e invece ha fatto lo stesso con un altro uomo, pertanto deve morire.


Anche in questi casi la pulsione è nuda, visibile, orrenda nella sua rozzezza e stupidità.
Sono una variante dell’aggressività l’ambizione di affermarsi, che può rasentare” l’eccessiva opero-sità” condannata da Papa Francesco nella sua elencazione affascinante dei peccati moderni, e la riva-lità, che anche se espressa in modo civile, per esempio tramite lo sport e le gare, costituisce una pul-sione istintiva derivata dall’odio e dall’egoismo. Ne parleremo più avanti.
Perché si arriva a tanto? In alcuni aspetti ci ricolleghiamo con i nostri condizionamenti: l’accumulo di beni serve a superare i nostri limiti, quasi sempre a diventare belli quando non lo si è, diviene una ma-lattia quando è fine a se stessa.
L’esibizione dei propri beni, ma anche dei propri talenti è una pulsione diffusa in una società della prestazione nella quale l’uomo non è più sapiens, ma videns, come sostiene Sartori. Non conta più essere realmente saggi, conta soltanto apparire qualcosa e convincere gli altri; l’esibizione costante aiuta questo scopo perché la gente più vede e più pensa che quello che vede sia vero e indiscutibile, e si accontenta di ricordare, dimenticandosi di elaborare.
Ma qualcuno è capace di pianificare questi risultati e la sua pulsione aggressiva è quella di creare consenso con immagini e parole non veritiere: per fare questo sfrutta le pulsioni originarie, la sessualità e l’aggressività, che si possono usare anche in poli-tica e negli affari.
È la pulsione dietrologica che fa da traino alla mente di alcuni che pensano istintivamente a come possono trarre dalla loro parte, con l’inganno, gli al-tri offrendo loro un mix di convenienza.
L’aggressività si elabora in odio, e spesso l’odio è figlio dell’invidia che non è un fatto evolutivo, al contrario, è un elemento costitutivo di chi ha enormi aspirazioni e mezzi espressivi modesti.
Esempio macroscopico di questa pulsione è la figura di Putin, che nonostante sia riuscito a diventare il sultano della Russia, è talmente invidioso delle caratteristiche occidentali ed è talmente ossessionato dal proprio fisico, dai pochi capelli, dalla altezza, che si esprime camminando come un bullo e agendo con fare sconsiderato e crudele, mentre sulla sua strada restano a terra centinaia di migliaia di corpi.

In Putin la pulsione aggressiva divenuta odio e stimolata dall’invidia e dall’ambizione, si è materializzata in pura indifferenza e cattiveria rendendolo una schifezza d’uomo.
Dicevamo all’inizio del testo che noi tutti abbiamo la necessità di migliorare la nostra condizione; approfondiamo questo concetto.
Se siamo benestanti, sembrerebbe naturale non fare nulla di rischioso o di pericoloso, mentre se siamo poveri dovremmo tendere a modificare lo stato delle cose.
Però è anche vero che l’inedia e la inattività sono deleterie per l’uomo, tanto che abbiamo assistito negli ultimi decenni alla modifica della mentalità femminile, che dopo lotte e proteste ha finalmente realizzato nei paesi occidentali l’ideale della autonomia lavorativa.
Pertanto tutti, di qualunque condizione economica, desiderano occuparsi, e migliorare il loro standard di vita: anche chi possiede una grande barca desidera acquistare un panfilo, e spesso questo desiderio si trasforma in tragedia in quanto non sempre gli affari, leciti o illeciti che siano, vanno nel verso giusto.
Ecco che il condizionamento può sortire effetti negativi, e questo fatto può farci riflettere sulla alternanza degli effetti: avevamo fatto riferimento al pensiero di Spinoza, che nella sua ricerca di cosa
fosse “veramente buono” indicava che una felicità profonda e duratura è possibile solo diventando indifferenti agli eventi esterni.
Diceva: ogni felicità o infelicità risiede unicamente nella qualità dell’oggetto a cui l’amore ci unisce. Se siamo attaccati ai beni futili affronteremo le difficoltà legate alle insidie di questi beni.
Pertanto anche la pulsione a migliorare la nostra condizione deve sottostare a un controllo della mente, al punto da diffidare di piaceri che potrebbero esporci a pericoli o a invidie di cui il mondo è pieno.
La pulsione a migliorare la nostra condizione può portare ad altri due aspetti negativi di cui abbiamo già trattato: l’esibizione e la rivalità, entrambi portatori di disagi.
L’esibizione è l’eccesso della soddisfazione di aver realizzato qualcosa, quando il desiderio di ammirazione da parte dell’ambiente supera il giusto limite e diventa un atto di presunzione. La parola deriva dal latino ex (fuori) e habere (avere, mettere) e pertanto esporre, mettere in mostra.
La rivalità, che ha molto in fondo a che vedere con l’aggressività, è l’eccesso della semplice concorrenza, quando si arriva ad atti di odio verso chi ha attività analoghe alle nostre e ci dà fastidio. L’odio si può poi tradurre in danneggiamenti, cattiverie, slealtà e altre simili azioni.

Spesso la rivalità nasce dall’invidia per i risultati raggiunti da un altro: l’invidia è una pulsione molto frequente sia nel campo commerciale che negli ambienti nei quali esista una pluralità di presenze. Può verificarsi anche in ambiti culturali e artistici a causa del successo di alcuni e l’insuccesso di altri, e talvolta è la causa di azioni maligne pianificate con attenzione. La dietrologia che sottintende ad alcune prese di posizione o ad alcune attività, ha spesso a che fare con invidia.
Schopenhauer indicava come soluzione per contrastare quella che lui definiva volontà universale e che per lui non era altro che la volontà della natura, sorda a qualunque intervento, la noluntas, cioè l’inattività, la mancanza di partecipazione a quella che lui riteneva fosse solo una ciclica rappresentazione dell’esistenza.
Non collaborare secondo lui era l’unico modo per frenare questo gioco automatico della natura che si serve anche degli uomini per perpetuare il suo ciclo vitale.

Per ora abbiamo esaminato molte pulsioni negative che influiscono più o meno coscientemente sul nostro carattere e spesso causano azioni conseguentemente negative. Ma esistono pulsioni positive?
Anche se quanto ho appena scritto sembra portare in quella direzione, le pulsioni non sono in assoluto negative: la pulsione sessuale indirizza la riproduzione, crea le condizioni per un sano sviluppo della natura ed è una componente importante dei rapporti umani, che poi divengono amorosi, affettuosi e solidali.
L’aggressività è una sorta di difesa preventiva delle proprie ragioni, del proprio ambiente e della proprietà: non ha necessariamente la forma della cattiveria o dell’offesa, ma serve a delimitare il proprio campo d’azione pur riconoscendo quello altrui.
Se il mondo fosse un campo di battaglia e l’aggressività non fosse limitata dalla ragione e dall’interesse, vivremmo tutti malissimo, come per altro è visibile in Africa e purtroppo ai limiti dell’Europa, dove l’aggressività folle di un uomo porta devastazione e morte.
Lì l’aggressività è nuda, non ha attenuanti né spiegazioni, non ha ammortizzatori, è lì nella sua bieca espressione primordiale.
Nella normalità della vita civile l’aggressività riposa nel sottofondo dei caratteri, tenuta sotto controllo dalla ragionevolezza della convivenza e nel rispetto di ruoli e funzioni.
Funge anzi da incentivo per le azioni, come corroborante del coraggio e come caratteristica del carattere. Spinoza parlava di “conatus” intendendo proprio quella spinta energetica che conduce allo star bene e alla beatitudine, che non è un fatto materiale, anche se questo, dice Spinoza, non è un valore negativo, ma alla serenità con se stessi. Non a caso il filosofo rifiutò più volte di ricevere vitalizi e si accontentò di lavorare come molatore di lenti per essere libero di pensare.
Ogni tempo, ogni epoca ha il proprio modo di esprimere le pulsioni, o meglio ognuno di noi le esprime in relazione all’ambiente che ha frequentato, e pertanto non bisogna meravigliarsi se i risultati delle spinte naturali portano a esempi così lontani tra di loro.
Oggi in occidente viviamo un momento di sessualità cosiddetta liquida, nella quale non è più né proibito né criticato qualunque esperimento sessuale, che gode oltretutto di una spettacolarizzazione assoluta.
Da noi la pulsione sessuale, sublimata anche in musica e moda, unita alla propaganda e ai social, ha trovato campo libero per una espressione sempre più cruda e totalizzante, agevolata anche dall’assenza di barriere e di maestri.
In fondo oggi solo la Chiesa si pone come obiettivo una forma di morale, ma purtroppo anche nel suo seno alcuni esempi devastanti non hanno agevolato il messaggio che è ora praticamente solo nelle parole del Papa.
Non molto lontano da noi invece le donne sono costrette a coprirsi interamente, non possono studiare né guidare e tantomeno protestare. Lì gli uo mini esercitano un potere religioso ed estetico oscurantista e crudele.
Questo disequilibro porta ovviamente a fenomeni di violenza e di incomprensione e per ora non vi è alcuna possibilità di mediazione.

Dopo aver sommariamente descritto i condizionamenti e le pulsioni, in qualunque ordine si preferisca porli, è necessario verificare come questi elementi si integrino nella formazione del carattere e come incidano sulle caratteristiche della vita di ognuno.
Seguendo le indicazioni di Freud, con le pulsioni si nasce, vale a dire costituiscono quel bagaglio aprioristico con il quale veniamo al mondo. Come abbiamo visto alcuni filosofi sostengono invece che tutti gli elementi caratteriali derivano dall’esperienza.
Le pulsioni si evidenziano subito dopo la nascita anche in manifestazioni elementari come il pianto o la ricerca del seno materno, e assumono dimensione con la crescita incrociando le indicazioni dei genitori e le situazioni ambientali. A loro volta cominciano a subire gli influssi dei condizionamenti che come abbiamo visto sono la conseguenza dell’ambiente nel quale i bambini cominciano a comprendere cos’è la vita.
Pertanto le pulsioni subiscono una aggressione alla quale per un tempo non definito non riescono a reagire se non con strumenti inadeguati. Spesso nei paesi più poveri le pulsioni vengono quasi sommerse da problemi di sopravvivenza, che come comprensibile non consentono l’espandersi naturale dei caratteri né alcuna forma di cultura. Se l’unica attività consentita e obbligatoria è saziare l’appetito e la sete, non rimane spazio per null’altro.
Laddove invece è possibile una esistenza normale, e i condizionamenti hanno un influsso non devastante, le pulsioni hanno modo di costruirsi una loro energia e cominciare a operare sui caratteri come la natura mediamente prescrive.
Laddove i condizionamenti non sono così operativi, e sono per esempio ammortizzati da famiglie attente, le pulsioni possono prendere maggior vigore, fino a eccedere la loro funzione esternandosi talvolta in manifestazioni sessuali e di aggressività gravi se non addirittura penalmente rilevanti. Sono esempi di questo fenomeno una eccessiva gelosia e possessività, la violenza sessuale, la litigiosità anche solo verbale, la scontrosità, l’antipatia.
Pertanto sia le pulsioni sia i condizionamenti devono essere sempre ricondotti a normalità, e questo compito spetta alla ragione e alla società, con le sue regole e i suoi divieti.
La vita nei paesi occidentali è fatta in prevalenza di crescita culturale, con scuole, insegnamenti ed esempi familiari: il bambino cresce difeso il più possibile da condizionamenti, almeno quelli sui quali si può intervenire con maggiore efficacia, e controllato nelle sue pulsioni più evidenti.
Non è certamente possibile evitare del tutto che alcuni condizionamenti influiscano sulle pulsioni, come nel caso del ragazzo che sentendosi brutto accresce la propria forza fisica per essere aggressivo, ma tutta l’organizzazione civile è tesa ad ammortizzare gli eccessi, che come noto e ben riscontrabile si manifestano quotidianamente nelle forme più crude e inaspettate.
Capita sempre più spesso in ambito familiare che la contemporanea assenza dei genitori, a loro volta occupati in attività lavorative, lasci spazi a degenerazioni sia delle pulsioni sia dei condizionamenti, con il risultato che la culpa in vigilando

diviene la causa primaria di fenomeni negativi.
C’è poi da valutare il sempre maggiore influsso dei social che corrono il rischio di sostituire l’attenzione dei genitori con insegnamenti di grande fascino mediologico e di nessuna valenza culturale: i ragazzi non fortificati a sufficienza diventano spesso succubi di mode e atteggiamenti che stimolano le pulsioni peggiori e condizionano le loro giornate, spesso alla ricerca di imitazione di personaggi suggestivi che hanno saputo mettere a frutto internet.
Il passaggio dalla pubertà alla ragionevolezza è sempre stato fonte di disordini caratteriali, e oggi l’età del disordine è diminuita, e per noi che stiamo esaminando in questo testo i condizionamenti e le pulsioni questo passaggio rimane uno dei panorami nei quali è più facile intravedere la forza dei due elementi.
La differenza vera tra queste energie è che una volta superata la burrasca della crescita, quando la mente e la ragionevolezza hanno avuto più o meno ragione delle pulsioni riducendole a impulsi positivi, i condizionamenti invece si avvicendano senza interruzione, in quanto sono espressioni del nostro vivere quotidiano, e non smettono mai di intervenire sulla gestione del tempo.
Premesso che anche il passare del tempo è uno dei condizionamenti più efficaci, e fa parte secondo Kant degli aspetti aprioristici della nostra mente (come dire che non possiamo nemmeno ignorarlo) è proprio l’andamento delle vicende umane che crea di volta in volta e differentemente per ognuno di noi, anche se poi le rende comuni, le condizioni che imprimono alla nostra vita quegli aspetti di necessità che la caratterizzano.
E se è vero che poi ognuno affronta queste necessità innanzitutto come può e come è capace, è altresì vero che quasi mai, o mai, nel mondo occidentale, è possibile sottrarsi al tiro incrociato dei condizionamenti.
Per questo motivo ho iniziato il testo partendo dai condizionamenti e parlandone a lungo, proprio in quanto sono gli elementi che maggiormente ci accompagnano e ai quali spesso non diamo quella attenzione anche filosofica o esistenziale che invece meritano. Mentre le pulsioni subiscono il degrado dovuto all’età, e di norma si attenuano fino a scomparire, i condizionamenti imperversano a qualunque età comportando modifiche importanti nella gestione della vita. Infatti mentre è normale, anche se non obbligatorio, che la pulsione sessuale e l’aggressività vengano gradatamente a perdere intensità con la perdita della forza fisica, i condizionamenti sono sempre gli artefici delle vicende umane, essendo da una parte strettamente collegati con il passare del tempo, ma potendo influire, di solito in forma negativa, sulla gestione delle giornate.
Gli incidenti, gli errori, le malattie, i fallimenti si insinuano nell’esistenza a un punto tale da costringere a una rinascita, a una nuova impostazione su meccanismi del tutto sconosciuti. Ho, come tutti, conosciuto vicende che lo dimostrano, tra le quali cito quella di un ragazzo sconsiderato, totalmente disadattato e folle, prima ricco poi povero, drogato per lungo tempo, che oggi è un rispettabile editore innamorato del proprio lavoro e di sua moglie, probabile causa di questa trasformazione.
Questo signore, intorno ai quarant’anni, ha ribaltato la sua situazione che era stata condizionata da amicizie sbagliate e da una sostanziale ignoranza, grazie a un altro condizionamento, più forte dei primi, che lo ha colto in un momento della vita nel quale le sue capacità mentali e di carattere erano più forti, nel quale la consapevolezza del disastro aveva già fatto comparsa.
Quando ciò accade, nasce un uomo nuovo, ed è quello cui dovrebbero tendere anche la detenzione, le carceri e i sistemi giudiziari, anche se, come spesso accade, l’imperfezione dei metodi o la complessità dei casi non permette risultati apprezzabili. È altrettanto vero che la morte di un figlio per un uomo impegnato e responsabile può causare un dramma psicologico tale da impedirgli di proseguire nella propria esistenza.
Ma senza giungere ai casi estremi, capita di frequente che un incontro, una malattia, un luogo, un insegnamento portino a maturare attitudini fino a quel momento nascoste nel nostro intimo e a farci scegliere una strada piuttosto che un’altra. La nascita di un figlio, soprattutto per le donne funzionarie della specie, è quasi sempre un momento di forte riflessione e di responsabilità così come per l’uomo il posizionamento sociale stimola l’impegno e il raggiungimento di risultati.
Tale è l’incrocio di attitudini, pulsioni, condizionamenti che difficilmente può essere tracciata la mappa della propria vita, che sarebbe bellissimo poter consultare per seguire sempre la strada giusta, ma che purtroppo manca dei dati essenziali, che quando
compaiono è di solito troppo tardi per poterli considerare.
Possiamo fare uno sforzo di previsione, e come è normale al giorno d’oggi in cui sembra che tutto sia affrontabile, possiamo predisporci al peggio, cercando di mettere una corazza per attutire i condizionamenti peggiori: infatti viviamo più a lungo e in parte la miseria nei paesi occidentali è diminuita, ma di certo l’indagine sul nostro futuro non è ancora possibile e quello che viviamo è un passatopresente e un futuropresente che non danno sicurezze se non minime.
Forse, se avessimo la certezza del nostro futuro, vivremmo troppo a lungo e non raggiungeremmo la beatitudine che è fatta di singoli istanti di gioia.
Ma dal momento che il trascorrere dell’età influisce inevitabilmente sulle nostre azioni, in quanto è in grado di modificare sia la nostra mente e i nostri pensieri, sia il nostro fisico, realizzando quella sintesi che da Cartesio era negata, dedichiamo la seconda parte del testo all’invecchiamento, ritenendolo il principale e inevitabile condizionamento della nostra esistenza.

De Senectute
Innanzitutto cos’è la vecchiaia o quella che intendiamo come tale? Con questo termine, o con altri similari quali senilità o terza età intendiamo quel periodo che precede prospetticamente il termine della vita media degli esseri umani, l’ultima parte del ciclo vitale, quello nel quale il corpo si indebolisce, e nel quale avviene di norma l’interruzione del meccanismo lavorativo. In generale il termine vecchiaia indica l’età nella quale compaiono i primi segni di una debilitazione progressiva delle funzioni fisiche e intellettive dell’individuo, ed è pertanto un concetto relativo in quanto delimitato, caratterizzato da fattori esterni che ne compongono la sostanza. Detto diversamente, sono le circostanze esterne quali salute e decadimento che designano con precisione lo stato di senilità, anche se è più semplice collocare in ogni caso tra i 65 e i 70 anni l’ingresso nella terza età al giorno d’oggi.
Possiamo pertanto cominciare a identificare lo stato di senilità con alcuni elementi:
A) avvicinarsi del termine della vita
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B) abbandono dell’attività lavorativa
C) decadimento fisico
Li esaminiamo di seguito singolarmente e in seguito nelle loro connessioni.

Termine della vita
La nostra esistenza è una parabola, non una linea retta. Sappiamo, non subito dopo la nascita, ma non appena in grado di ragionare, che la vita ha vari stadi, e la prova, la prima, è che abbiamo dei genitori che palesemente sono diversi da noi, in quanto gestiscono le nostre giornate e la nostra sopravvivenza e hanno tratti fisici diversi, sono più alti, più forti, più definiti. Con grande progressione apprendiamo così che esistono padri e figli, che i padri sono in vita prima e si danno da fare per avere figli che arrivano dopo, e poi comprendiamo che possono esserci fratelli minori che sono nati dopo di noi.
Si crea pertanto il tempo esistenziale, mentre il termine del tempo, la morte, la fine della parabola, arriva a concretizzarsi nella mente molto tempo dopo, di solito con la morte del nonno, che è la prima persona che normalmente vediamo scomparire.
Ora, che i nonni debbano morire prima o poi, lo sentiamo dire spesso, mentre nessuno ci dice che anche noi moriremo, e il pensiero che vecchio voglia dire “non gli rimane molto da vivere” comincia ad alloggiare nella nostra testa.
Per fortuna il cervello, in costante adeguamento anche fisico, costruisce difese e barriere ai pensieri di morte, distraendoci tramite il lavoro delle endorfine e della dopamina, con altri pensieri e soprattutto con bisogni e desideri che hanno la primaria conseguenza di tenerci occupati, nel bene o nel male.
Pascal, il grande filosofo nato nel 1623 e morto a soli 39 anni, parlando della caccia, accusava coloro che la detestavano di non capire come fosse un diversivo molto utile per non cadere nel pensiero dell’estinzione. Pascal usava il termine divertissement per intendere l’allontanamento degli interrogativi e delle angosce esistenziali per mezzo delle occupazioni e delle distrazioni sociali.

Termine della vita, morte, è una ipotesi che appare traumatica ed è per questo che alcuni grandi pensatori hanno cercato di smontarne i presupposti, di cancellarne il concetto. Soprattutto Epicuro entrò con la sua spada affilata nell’argomento con una frase che è rimasta nella storia: “Quando ci siamo noi la morte non c’è e quando c’è la morte non ci siamo noi”.
Nello stesso senso Wittgenstein: “La morte non è un evento della vita, non si vive la morte”.
Sartre si mise su questa linea scrivendo: “La morte è un puro fatto, come la nascita; essa viene a noi dall’esterno e ci trasforma in esteriorità”.
Kant considerò che noi siamo fatti in modo tale da dover collocare tutto come se fosse situato in un tempo e in uno spazio.
Del rapporto tra corpo e morte ci occuperemo più avanti. Torniamo al nostro percorso dopo aver registrato pertanto che il tempo per Kant era un’intuizione pura. La morte del nonno, o per non vittimizzare troppo il nostro parente, della bisnonna o di una persona vicina ci mettono

improvvisamente di fronte a una realtà prima sconosciuta e che in qualche modo dobbiamo affrontare, come tutte le esperienze dell’esistenza.
Eppure un breve ma rilevante assaggio della morte lo sperimentiamo ogni notte andando a dormire: buio, silenzio, e i sensi privi di reazione, abbandonati in una catalessi assoluta.

In quei momenti di passaggio, come in altri significativi, spesso ci viene incontro la religione, che se ha un motivo di esistere è quello di dare spiegazioni, conforto, soluzioni. Non è un caso se proprio tra gli 11 e i 14 anni molti bambini, fu così anche per Einstein per citarne uno famoso, vivono crisi mistiche che li portano a pregare, a confessarsi, a meditare sul mondo e sull’aldilà, ed ecco come il pensiero religioso tenta di trasformare la morte, diversamente dai filosofi citati, in qualcosa di funzionale, di intimamente connesso con la vita.
Ritorna prepotentemente, ma trasformato nella sostanza, il pensiero di Platone, la separazione dell’anima dal corpo, come se il corpo fosse un peso, un’ancora che ci impedisce di navigare.
Plotino, nato nel 204 e morto nel 270 d.C., fondatore del neoplatonismo, l’ultimo dei grandi filosofi antichi, esprimeva questo concetto: se la vita e l’anima esistono dopo la morte, la morte è un bene per l’anima perché essa esercita meglio la sua attività senza il corpo.
Molto tempo dopo, Schopenhauer dipingeva questo quadro mentale: “… la morte è come il tramonto del sole che corrisponde al levarsi del sole in un altro posto…”
Tra i grandi pensatori ci fu anche chi concepì la morte come uno spegnimento o una involuzione. Così Leibniz scienziato tedesco nato nel 1646, che non voleva contaminare il suo principio, divenuto famoso, che quello nel quale viviamo è il migliore dei mondi possibili, ma solo inserire la morte nei normali accadimenti; un po’ come, con maggiore complessità, fece Hegel, nato nel 1770, creatore dell’idealismo tedesco, che considerava la morte come inevitabile per l’impossibilità della vita di adeguarsi all’universale, una specie di destino.
Veniamo a contatto, dicevamo prima di descrivere i pensieri dei grandi filosofi, con una realtà sconosciuta, e la possibilità di poter morire, per quanto lontana dalle attitudini giovanili, prende piede nella nostra mente per restarvi, fisso, in modo sempre più simboleggiato.
Abbandono dell’attività lavorativa
L’avvicinarsi del termine della vita, e il calcolo di quanto ognuno di noi abbia lavorato, porta come conseguenza che alla senilità si accompagni la cessazione delle attività svolte negli anni precedenti, una specie di vacanza necessaria e obbligatoria in quanto rispettosa del decadimento fisico (e della conseguente propensione all’affaticamento) e del tempo già trascorso negli impegni sociali.
Molto tempo addietro, torniamo al Seicento e Settecento, il lavoro era considerato una prerogativa delle categorie povere, mentre i ricchi proprietari terrieri ragionavano automaticamente in funzione delle rendite e delle gabelle.
Fu il filosofo John Locke per primo a considerare il lavoro come propedeutico al diritto di proprietà.
Ed è proprio la società che, nell’evoluzione dei costumi e con la creazione degli ammortizzatori, ha dato origine a questa frattura tra vita attiva e vita teoricamente inattiva, ma ugualmente remunerata tramite quelle sostanze che ognuno ha, o dovrebbe aver, accantonato negli anni precedenti e che lo Stato o qualcun altro, si è premurato di conservare.
Un po’ come fanno le formichine.
La persona anziana, pertanto, di media, non lavora, si occupa della famiglia o di attività più adatte alla sua debolezza e si mette in un certo senso in panchina come supporto a chi è ancora in età per poter lavorare.
Per colorare questa inattività di tinte vivaci si è soliti ammantarla di concetti importanti, quali esperienza, maturità, equilibrio e tali elementi entrano a far parte della dinamica senile indipendentemente dalla loro esistenza, si presuppongono.
La saggezza degli anziani non è la conoscenza di cose alte e sublimi, ma delle faccende umane e del miglior modo di condurle, un qualcosa di minor pregio e come tale a portata di molti, un abito pratico e razionale per distinguere ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo.
Per questo fu esaltata da Epicuro e dagli stoici, e più tardi da San Tommaso, fino alla consacrazione che ne fece Schopenhauer che la definì l’arte di trascorrere la vita nel modo più piacevole possibile. Un bel modo questo di attribuire alla persona anziana la responsabilità di dirigere la prua verso lidi felici e ospitali!
L’anziano saggio è ovviamente uno stereotipo, e mentre la società contadina di un tempo, nelle sue maglie, contemplava con una certa facilità il vecchio con la sua esperienza di zolle, di animali, di meteorologia, bisogna riconoscere che la attuale società della prestazione e della tecnica non consente con la stessa frequenza l’inserimento degli anziani nel tessuto quotidiano, nonostante la loro capacità fisica e
mentale sia notevolmente aumentata grazie alle medicine.
Per questo motivo la senilità oggi non è più portatrice di serenità, in quanto per la realizzazione di quest’ultima è necessario che un insieme di fattori concorrano allo stesso risultato, come vedremo.
Si è e si sta verificando un fenomeno che chiamo di “frantumazione” della funzione dell’uomo anziano, il quale talvolta, in casi limitati, mantiene le proprie posizioni a oltranza impedendo ai giovani di succedere e di innovare, e spesso è talmente lontano dalla tecnica e dalle novità da non poter servire a nulla.
Pertanto abbiamo oggi anziani baroni, manager, presidenti, disperatamente attaccati alla poltrona e soprattutto a quello che la poltrona consente loro: potere, forme finali di erotismo, denaro, rarissima mente cultura, e anziani emarginati che vagano con pensioni modestissime tra un giardinetto e qualche parente.

Decadimento fisico
Terzo elemento, dicevamo, è il decadimento fisico che teoricamente avremmo dovuto esaminare per primo, ma che oggi non rappresenta più il “puntum dolens” della situazione, visti i progressi della scienza.
Vedremo nei capitoli successivi come si manifesta, con quale lentezza e con quali conseguenze.
La resistenza alle insidie del tempo che passa è diventata un argomento di costante attualità.
Tutto il mondo commerciale, in particolare quello estetico salutistico e lavorativo, ha compreso che la lotta alla vecchiaia è portatrice di enormi interessi e che l’argomento fa parte di quelli primari come l’alimentazione, la salute, i trasporti.
Se i giovani sono in misura minore degli anziani è perché nascono meno bambini e muoiono meno anziani, e la popolazione assume così un aspetto prevalentemente maturo.
L’invecchiamento della società è visto in generale come un grave handicap, come un limite allo sviluppo, anche se gli anziani, quelli capaci di grandi pensieri, ancora costituiscono un motore vitale della terra: la società ormai è strutturata per fasce di reddito e il vecchio in generale è un peso economico in quanto costa di pensioni, di medicine, di assistenza e non produce nulla in cambio.
Gli ospedali sono pieni di anziani nullafacenti che sopravvivono, quasi sempre a carico dello Stato assistenziale e sono in numero molto maggiore degli anziani ricchi che popolano alberghi di lusso, terme e ristoranti.
Tutto questo va inserito in una cornice molto solida rappresentata dalla rapidissima evoluzione dei costumi.

L’evoluzione dei costumi
Parliamone: la famiglia.
Senescenza e famiglia sono concetti concatenati: per lunghi secoli l’evoluzione e la funzione delle persone è avvenuta all’interno del nucleo, in un succedersi di ruoli che sembrava automatico e privo di ostacoli. Certamente non era nemmeno allora un percorso perfetto, ma almeno nelle sue linee programmatiche non presentava incognite.
Lo sfaldamento della famiglia, che non ha molti anni, ma si percepisce negli ultimi cinquanta e drammaticamente negli ultimi venti, ha portato con sé una rivoluzione anche per gli anziani, spesso non responsabili del cambiamento, ma certamente incapaci di affrontarlo.
Citando la semplice realtà, la famiglia non è più un rifugio certo, le persone vivono da sole, talvolta si sono rifatte un nuovo nucleo, se è nuovo è ovvio che è diverso spesso i figli sono in balia di situazioni imprevedibili.
I nonni, gli anziani, si sono ritrovati due distinti problemi: l’ubi consistam, dove stare, fisicamente, e come partecipare al disastro collettivo, con quale funzione. La vecchiaia non è più lo scivolo delicato verso la pace, ma un nuovo periodo di guerra nel quale risfoderare la armi e combattere, purtroppo con poche forze e spesso con armi spuntate.
Diceva Schopenhauer: “Moriamo tutti con le armi in pugno”.
L’anziano vive oggi un paradosso: spesso è lui stesso il centro degli interessi, non è a lato, non è nelle retrovie a guardare, ma deve sfidare gli eventi e guidare il nucleo familiare, pluricomposto, con quello che ha, di solito una pensione e una casa.
Ed ecco che abbiamo di fronte un elemento chiave di questo nostro studio, attenzione a non sottovalutarlo: il fattore economico.
Il fattore economico: sembra quasi meschina la mescolanza tra questi due elementi, quasi sconveniente, ma la società dei consumi, questa specie di capitalismo tecnologico che stiamo provando, non consente di fare a meno di uno degli elementi fittizi, creati su misura, teorici, che sono i soldi. Una società solidale, come quella che descrivevamo prima, aveva al suo interno regole forse non scritte, ma ben metabolizzate.
C’era il padre, il figlio, il nonno, il bisnonno in un succedersi di lavoro e di proprietà.
Oggi c’è la pensione del nonno, la casa del nonno poi un padre o una madre, in alternativa, ma entrambi in affanno economico, un figlio disoccupato o precario e malpagato, forse, spesso, un nipote disoccupato. Gli elementi si sono invertiti di fronte alla crisi della struttura familiare e di quella economica: gli anziani emigrano alle Canarie o a Lisbona per far sì che la loro pensione valga di più e serva di più.
Eppure, avevamo detto all’inizio che senilità è in un certo senso abbandono della vita attiva!
Non è più così, bisogna prendere atto di questa nuova realtà. Ma come si è arrivati a tanto?
Innanzitutto la salute delle persone: una volta si moriva a sessant’anni, se non prima, le malattie erano devastanti e il decadimento veloce. Ricordo, come tutti, mia nonna a sessantacinque anni, mio nonno a sessantotto, erano decrepiti, chiusi, pieni di medicine e di dolori. Oggi un uomo di settant’anni fa sport, si sposa, le donne diventano madri a cin quant’anni e oltre. In un periodo tutto sommato breve la scienza ha fatto miracoli, ma non la società, che ha dovuto confrontarsi con un panorama totalmente diverso, moltissime pensioni da pagare, meno giovani, perché i figli costano, molta sanità, che costituisce oggi il vero vulnus dei conti pubblici, e un salto generazionale.
Il naturale passaggio di patrimonio e di esperienze tra padre e figlio è sostituito di fatto dal passaggio tra nonno e nipote, perché quando il padre muore, per esempio a ottantacinque anni, il figlio ne ha già sessanta, è a sua volta anziano, ma soprattutto ha già dovuto affrontare la vita senza il supporto della struttura precedente, e non sempre ne è stato capace.

Assistiamo spesso a liti per la gestione di una pensione, o a casi limite di individui che tentano di nascondere la morte di un genitore per continuare a godere della rendita, pur modesta. Questo salto, come tutti i movimenti sussultori, non è stato privo di conseguenze, ed è alla base di pericolosi sbandamenti sociali.
Solo per citarne alcuni, l’anziano che si trova ancora al centro del meccanismo talvolta non si accontenta più della anziana consorte, e diventa vittima di una insana propensione per nuove compagne, an che in funzione di amanti, così come donne mature convivono con uomini molto più giovani.
Il divario tra le età si è pertanto accorciato lasciando spazio a veri e propri rapporti “monstre” che non creano più scandalo, ma producono disagi strutturali. La violenza che ha a che fare con le condizioni economiche è molto aumentata, rendendo gli anziani, spesso soli, costantemente a rischio di truffe e rapine. L’adeguamento della società a questi nuovi fattori è stato lento e difficoltoso: dicevamo della sanità, messa a dura prova dalla resistenza delle persone e costretta a ingigantirsi oltre misura, ma lo stesso discorso vale anche per la televisione, indotta a parametrarsi con un pubblico esclusivamente adulto, per non parlare dei mezzi pubblici che vivono un’era di nevrosi, incastrati tra la necessità di dare comunque supporto alla terza età e nuovi tecnicismi che l’anziano non ha facilità a comprendere.
Le strutture urbanistiche, le logiche di costruzione degli immobili, le automobili, i quotidiani, sono stati condizionati da una evoluzione veloce: adeguarsi è divenuta una necessità.

La nuova senilità
Ecco che i tre elementi che avevamo individuato all’inizio del nostro studio: avvicinarsi del termine della vita, abbandono dell’attività lavorativa e decadimento fisico hanno subito mutazioni genetiche.
Partiamo questa volta dall’ultimo.
La vecchiaia si manifestava fino a non molti anni fa, salvo casi gravi, con forme di artrosi che impedivano una deambulazione veloce, un costante incurvamento della schiena, un avvizzimento della pelle con comparsa di numerose rughe, la perdita dei capelli, qualche tremolio, un costante abbassamento della vista, una inesorabile stanchezza. L’attività sessuale era un pallidissimo ricordo.
Oggi la scienza è intervenuta su tutti questi fattori con specifici rimedi: l’anziano non è più obbligatoriamente curvo, anche se, credo valga per tutti, non ha più l’agilità per infilarsi le calze con scioltezza o per raccogliere un oggetto per terra con velocità; riesce a fare ginnastica e qualche sport adatto, per la pelle ci sono creme specifiche, per i capelli un po’ di tutto, per la vista lenti, occhiali e operazioni miracolose di cataratta, per il sesso Viagra, Cialis e quant’altro. Tutto questo porta a risultati straordinari, ma anche a una illusione straordinaria: che a tutto c’è rimedio, e che il rimedio va preso non in
senso negativo, ma come un fatto, una realtà come un’altra.
L’abbandono del lavoro, dell’attività, per l’anziano che abbiamo appena descritto, è un pensiero lontano. La rinnovata energia, anche se conquistata con i farmaci, viene vissuta talora come una grandissima opportunità: se un anziano di settantacinque anni vuole ancora andare con una prostituta, perché no? In fondo sfoga la propria sessualità, si mantiene in vita invece di appassire davanti al camino, spende due lire e le mette in circolo, e soprattutto non fa male a nessuno.
Un altro vuole partecipare alla maratona di Roma? Bene, quaranta chilometri e dimostra che si può ancora fare. A chi lo dimostra? Certamente a se stesso, ma siccome, come dice Lacan, parlare è sempre parlare ad altri, è il confronto con la società che motiva l’anziano a farsi vedere in forma, è la costante competizione con il prossimo e con le vicende della vita che lo devono trovare ancora capace di confronto. La morte si allontana, salvo restare die tro la porta pronta a bussare anche se in ritardo. In tutto questo il fattore economico, come dicevamo, gioca un ruolo determinante in quanto i rimedi sopradescritti costano, talvolta molto, e incidono pesantemente sul reddito degli anziani pensionati non appartenenti alla upper class. Non è pensabile che uno di costoro spenda venti euro per una pasticca blu
o si iscriva a un circolo o si faccia curare privatamente. Ed ecco che nuovamente il fattore economico crea la frattura sociale tra anziani di serie A e di serie B, tra coloro che affrontano la terza età con la spinta della tecnica e della sanità e coloro che appassiscono come prima in un lento abbandono.
Ovviamente anche l’aspetto lavorativo viene intaccato dal medesimo fattore, con il risultato che ci sono anziani energici che non mollano mai, si candidano ancora per qualunque incarico, e poveri vecchi che non hanno neppure i denti.
Il nostro Paese, poi, essendo condito d’ipocrisia, non riconosce il valore straordinariamente prospettico della giovinezza, ma tollera e talvolta facilita l’approccio mafioso dell’esperienza, ignorando del tutto il fattore età in qualunque contesto. Abbiamo pertanto politici ottuagenari ridotti come simulacri di un vecchio potere ma costantemente capaci di esempi negativi, presentatori televisivi con dentiere e parrucchini, presidenti di banche inchiodati alla poltrona, persino sportivi che non vogliono lasciare il campo.
Il terzo fattore, l’avvicinarsi del termine della vita, con i presupposti appena narrati, è destinato principalmente agli anziani senza soldi. Costoro devono morire, si sa, si dice, e in alcuni casi si sollecita. Un vecchio malato e povero è un peso per la famiglia e per la società, il fatto che resista non rende allegri, è solo una inutile tortura per tutti, vuol dire assistenza, spostamenti, ospedali degradati, posti letto nel corridoio. L’anziano benestante è in vece ancora fonte di reddito, può sistemare i generi incapaci in qualche posto tranquillo, può promettere, può godere in misura certamente ridotta ma ancora sufficiente dei beni della vita.
Il termine dell’esistenza, in questo nuovo quadro creato dalla tecnica, per molti si allontana, per alcuni non c’è più. In una realtà basata sulla prestazione e sui soldi, le immagini evocate dal Papini, il profumo di un fiore, una musica melodiosa, non sono sufficienti motivi per continuare a sopravvivere. Lo è l’immagine delle cosce di una cameriera, come ben descriveva il regista Salvatore Samperi, o il profumo di una aragosta con le patate.


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