SEI POVERO È COLPA TUA: (E IO STO CON I DIVANISTI)

“Domanda di reddito di cittadinanza sospesa come previsto dall’articolo 48 del decreto legge 20/23 in attesa eventuale presa in carico dei servizi sociali”

Il governo di destra centro della Giorgia Nazionale mantiene la promessa fatta in campagna elettorale, revoca l’odioso ed ingiusto sussidio a fannulloni, divanisti e parassiti tra gli applausi della maggioranza silenziosa degli italiani (70% delle persone) a cui la misura fortemente voluta da Conte & C. non è mai piaciuta. Insomma la giustizia ha trionfato. La “pacchia” è finita e la ricreazione anche. L’assistenzialismo è stato debellato e ora finalmente le industrie patrie e l’agricoltura avranno a disposizione migliaia di lavoratori che si alzano dalla poltrona e si rimboccano le maniche.

Per inciso, i divanisti, i fannulloni, i parassiti che hanno ricevuto l’sms di revoca sono quelle persone che percepivano il reddito pur essendo “occupabili”, cioè sono potenzialmente in grado di lavorare, non dovendo prendersi cura di non autosufficienti presenti nel nucleo famigliare o non essendo anziani.

Al messaggio segue poi l’annuncio di una commissione di inchiesta su come il provvedimento è stato gestito dall’INPS guidato dal Professor Pasquale Tridico, che nella vita insegna a Roma Tre Diritto del lavoro ed è il papà del RDC.

Personalmente non credo che il reddito di cittadinanza abbia sconfitto la povertà nel nostro paese, né che fosse il migliore dei provvedimenti possibili, ma non credo nemmeno che sia stata una buona idea revocare l’assegno con un sms a fine luglio, creando rancore e frustrazione tra le persone e il panico nelle istituzioni locali che di queste persone si devono poi occupare nel concreto.

Capisco che alla politica che si ostina a pensare nel breve e brevissimo termine polarizzare convenga sempre. Le cose cambiano se si ragiona a lungo termine. Il tema del reddito di cittadinanza per come lo si è raccontato è lo stesso di tutte le misure contro la povertà che vogliono essere universali e allo stesso tempo vorrebbero non essere solo assistenziali. Le misure contro la povertà non hanno efficacia contro la fragilità sociale, cioè chi è a rischio povertà, o contro la disuguaglianza, perché chi è povero non diventa certo ricco con il sussidio.

C’è poi un tema altrettanto serio di Giustizia e merito: se si danno soldi o sussidi a chi non ce la fa ad arrivare a fine mese, spesso anche a gente che lavora e guadagna troppo poco, cosa è “giusto” chiedere in cambio? Cosa deve fare il povero che lo riceve per “meritare” questo sussidio? È sufficiente essere povero?

Il tema è molto complesso ed accompagna la politica da secoli. La povertà dipende da tanti fattori, dove si abita, la conformazione del nucleo famigliare, le risorse della famiglia, la salute per citarne alcune. È poi un concetto quasi sempre relativo, cioè rinvia al livello delle disuguaglianze sociali, e cambia nel contesto economico in cui si vive.

La politica si occupa di uguaglianza dai tempi della rivoluzione francese e di merito almeno dai tempi di Aristotele, Sant’Agostino e Pelagio. Il concetto di uguaglianza è intuitivo e facilmente comprensibile, può essere inteso secondo la proprietà e la disponibilità delle risorse o dei beni, o secondo le opportunità che possono essere colte. Il concetto di merito è più insidioso ed è oggi il grande tema che torna di moda dopo l’esaurirsi della stagione neoliberista, del pensiero unico e della globalizzazione dei mercati. L’idea, molto meritocratica per cui “se sei povero è colpa tua” oggi da un lato mostra tutta la sua ingenuità filosofica, morale e politica, ma resta ancora uno dei paradigmi più diffusi nella società occidentale.

Concretamente il Redito di cittadinanza non piace perché si pensa che i poveri siano poveri perché se lo “meritano”, esattamente come chi è ricco si merita di esserlo perché è più bravo e più capace. E poi perché si pensa che le persone che lo percepiscono se lo debbano in qualche modo meritare e che non basta essere povero per ricevere soldi pubblici.

Tornando al pratico, cosa succede adesso alle persone che per la gioia di Confindustria non riceveranno più l’assegno? Andranno tutte in massa a lavorare? Difficile, servono investimenti molto importanti in formazione ed istruzione per far rientrare le persone nel mercato del lavoro e servizi per l’impiego efficienti oltre che efficaci. Verranno invece prese in carico dai servizi sociali, non più dall’ANPAL, (agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro).

Verrà ridotto il reddito a circa 360 euro al mese e verrà chiesto a chi percepisce l’assegno di formarsi per cercare di acquisire le competenze necessarie a tornare a lavorare. Più o meno come capitava con il RDC: si riduce l’assegno ma non si cambia l’impianto o la filosofia del provvedimento, che esattamente come il reddito di cittadinanza resta una “classica” misura contro la povertà che lo stato concede ad alcune condizioni.

Naturalmente il RDC con il lavoro e lo sviluppo del paese c’entra poco o nulla, anzi. Semmai serve del lavoro “decente” con il quale inserire nella società le persone, possibilmente che dia la possibilità almeno di arrivare alla terza settima del mese se non quasi alla quarta.

Niente male revocare l’assegno del reddito di cittadinanza con un sms, tanto per dare plasticamente l’idea di quanta cura questo governo dedichi a chi è rimasto indietro. Semplice chiaro e immediato. Niente male davvero. Del resto se “sei povero è colpa tua”.

Se non si fosse capito, faccio parte di quel 30 per cento di italiani che pensava e continua a pensare che un reddito di cittadinanza ci vuole, perché la povertà è un fatto che riguarda tutti noi e non c’è concetto di merito che tenga per giustificare l’aumento delle persone che non arrivano a fine mese. Ma a questo punto, viste la retorica e il trionfalismo del Governo, sono disposto a fare il tifo per i divanisti. Anzi, mi spiace che Renzi non sia riuscito a presentare il referendum con il quale voleva abrogare il Reddito di cittadinanza perché avrei volentieri votato contro la sua proposta.


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