Nato e morto nello stesso giorno: matematico e scrittore, egli amava le forme fisse!
«Matematico di altissimo livello e ricercatore instancabile, giocava come nessun altro con le parole. Il poeta e scrittore Jacques Roubaud, membro del collettivo letterario dell’Oulipo, è morto giovedì 5 dicembre a Parigi, nel giorno del suo 92esimo compleanno: “Le Monde” lo ha appreso dalla sua compagna e dalla casa editrice Gallimard» (“Le Monde”, 5 dicembre 2024).
Giusto 92 anni dopo il giorno della sua nascita, 5 dicembre 1932 (Caluire-et-Cuire, Rhône), se n’è andato Jacques Roubaud, matematico prestato definitivamente alla poesia e alla scrittura. Faceva parte dell’Oulipo (l’Ouvroir de Littérature Potentielle) del quale era il membro più anziano. Roubaud aderì al gruppo nel 1966 ed era da considerarsi anche l’elemento più rappresentativo del sodalizio, del quale incarnava più di chiunque altro le ambizioni. Su cooptazione di Raymond Queneau, Roubaud era entrato in questo laboratorio costituito per proporre nuove tracce sistematiche del percorso poetico, in opposizione al surrealismo per il quale né il verso né la rima né le forme non avrebbero più dovuto avere attualità.
E con questi versi che Hervé Le Tellier, attuale Presidente dell’Oulipo, ha postato su X per rendere omaggio al suo sodale: « L’OUvroir de LIttérature POtentielle /a la tristesse de vous annoncer / que l’oulipien / Jacques Roubaud /est désormais /excusé /à ses réunions / pour cause de décès ».

Nel 1966 Roubaud insegnava matematica all’Università di Rennes e a Rennes egli incontrò il matematico Jean Bénabou, cugino di Marcel Bénabou (che sarà suo amico e collega in Oulipo); insieme con Jean dimostrarono un teorema importante della “Teoria delle categorie” che reca il nome di entrambi. Dopo qualche anno Roubaud divenne professore di matematica all’Università Paris-Nanterre (dal 1970 al 1991).
La matematica esercita una indubbia influenza sulla sua attività letteraria: per la poesia resta legato alle sue forme fisse, (il sonetto e la sestina, ad esempio) e così anche per la scrittura dei suoi romanzi. I suoi volumi della “trilogia” di Ortensia (anni ’80), infatti, sono basati sulla sestina (La bella Ortensia, Il rapimento di Ortensia e L’Esilio di Ortensia), e dei primi due i suoi estimatori d’Italia attendono da tempo una riedizione. La Feltrinelli ha pubblicato i primi due libri della sua “trilogia, mentre le Edizioni del Vascello pubblicarono Viaggio d’inverno, viaggio d’Inferno, scritto in collaborazione con Georges Perec.
Numerosi premi letterari tra i quali il “Grand prix national de la poésie” (1990) e il “Gran prix de littérature Paul Morand dell’Accadémie française” (2008) e il Premio Goncourt di poesia 2021 per il complesso delle sue opere.

Scrittore e matematico o piuttosto « compositeur de poésie et retraité en mathématiques », come amava definirsi, Jacques Roubaud, fu varie volte in Italia per incontri letterari; lo ricordo, ad esempio, nel 2002 a Milano e a Varese per il convegno Oulipo-Eco-Oplepo; nel 2003 a Bologna, alla Scuola Superiore di Studi Umanistici, al centro di una conversazione con Eliana Vicàri e con chi scrive sulla contrainte, generatrice dell’opera letteraria; e, nello stesso anno a Roma, all’Istituto Italo-Francese di Piazza Campitelli e al Museo Macro, e ancora alla “Casa della Letteratura”. Il titolo di quegli incontri romani, Tutti i mondi possibili di Jacques Roubaud, è significativo delle molteplici sfaccettature dell’opera del matematico, poeta, romanziere, specialista, tra l’altro, delle poesie trobadoriche, Direttore dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales.Roubaud si trovò lì a conversare con Paola Dècina Lombardi, Germana Orlandi, Michele Emmer, Raffaele Aragona, Domenico D’Oria e Paolo Fabbri.
Anche Napoli lo accolse più volte all’Istituto francese e più volte anche Capri, dove, nel 2000, gli fu assegnato il Premio caprienigma per la letteratura.

Quella che segue è una parte dell’intervista rilasciatami durante quegli incontri romani del 2003.
Jacques Roubaud, cosa è la «contrainte»?
«Non è soltanto quello che caratterizza l’attività del laboratorio dell’Oulipo, ma tutto è alla base di qualsiasi prodotto letterario; è la regola seguìta in ogni operazione di scrittura, l’insieme dei vincoli che, anche se non in modo palese, costringono lo scrittore a esprimersi in una determinata maniera. Le regole della metrica, la struttura di un romanzo, sia esso d’amore, poliziesco o di avventure, lo schema di un’opera di letteratura combinatoria o anche lo svolgersi delle azioni nella sceneggiatura di una soap-opera, sono tutte forme di contraintes non esplicite ovvero ormai tanto assimilate che più non se ne avverte la presenza. È per ciò che la contrainte non deve assolutamente considerarsi in contraddizione con il concetto di ispirazione e di libertà dell’autore; anzi può senz’altro sostenersi che essa sia propizia, generosa per l’invenzione letteraria».
L’invenzione di nuove contraintes è l’obiettivo della “letteratura potenziale”, è l’attività nella quale sono impegnati gli appartenenti al sodalizio francese dell’Oulipo e quelli che animano il gruppo italiano dell’Oplepo; entrambi costruiscono da sé un labirinto di regole dal quale si propongono di uscire. Dalla sua opera potrebbe trovare conferma la tesi secondo cui la poesia è una matematica ispirata?
«Ho incominciato a scrivere quello che è diventato il mio primo libro pubblicato con la ferma intenzione di non fare soltanto una raccolta di poesie, ma qualcosa che avesse una struttura esplicita, pensata, dove ciascun testo avesse un suo senso non solo come poesia singola, ma attraverso il suo posto nella struttura d’insieme. Non c’è dunque in quel libro nessuna applicazione o trasposizione diretta dei risultati della matematica, come può trovarsi in parecchi dei miei lavori successivi».
“Scrivere è solo un processo combinatorio” si legge nel volume di saggi Cibernetica e fantasmi; quanto pensa che ci fosse di provocatorio in questa affermazione di Italo Calvino, suo compagno di esperienze in Oulipo?
«Italo Calvino, con Raymond Queneau e Geoges Perec, è l’autore che ha caratterizzato il primo periodo di attività dell’Oulipo, quello più legato alla combinatoria; penso quindi che, non solo provocatoria, ma produttiva è stata l’affermazione di Calvino, specialmente se si pensa alla rete distributiva degli episodi o avvenimenti di Se una notte d’inverno un viaggiatore e alla complessità combinatoria sviluppata nel gioco dei tarocchi nell’altro suo romanzo Il castello dei destini incrociati».
E il gioco? E la matematica?
«Qualche anno fa Jean-Jacques Thomas tenne a Parigi una conferenza dedicata alla mia attività e ai procedimenti numerologici che sono alla base dei miei testi. Al dibattito che seguì intervenne Gérard Genette il quale obiettò che, volendo richiamare nel caso in questione la nozione di gioco, si trattava a suo parere di un “jeu bien triste”, un gioco piuttosto brutto. Questo per dire della sostanzialmente scarsa considerazione della quale godono simili esperienze. Molti altri, per fortuna, hanno invece voluto sottolineare come l’idea di poesia possa essere strettamente collegata al gioco, al gioco di parole, alla loro matematizzazione: lo pensavano Schlegel, Gombrich, Todorov. E più di tutti, sa chi? Il mio amico Calvino».
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