di Celestino Spada *
- AEC nei suoi quaranta anni
L’Associazione per l’Economia della Cultura vive nel presente e nel futuro prossimo, con i temi, gli argomenti, la documentazione e le testimonianze proposti nei fascicoli della rivista Economia della cultura e con le ricerche sul campo.
Le ricerche sulle professioni culturali emergenti, sull’offerta formativa e le competenze necessarie nel settore culturale oggi e nel medio-lungo termine, come pure sui profili organizzativi e di legge che possono caratterizzare le attività nei comparti tradizionali e nuovi del settore – in particolare le partnership pubblico/private. E come il progetto europeo ESPON sulla relazione tra patrimonio culturale e livelli di “well-being” di una collettività, il sostegno all’AGIS per la realizzazione dell’Osservatorio dello spettacolo, la ricerca per Confindustria/Cultura Italia sulle imprese culturali e creative, o il supporto ad ASSOCONCERTI per la raccolta dati e indagini ad hoc sulle imprese che operano nei comparti della musica dal vivo.
Mentre (ormai non più rinviabili) sono quelle sull’occupazione, i suoi caratteri e i ruoli professionali nelle “arti dello spettacolo”, nelle imprese e “industrie culturali” alle prese con l’economia digitale e con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, nonché nelle manifestazioni culturali non più occasionali e sporadiche, come ormai i festival e gli eventi ricorrenti a cadenza stagionale, spesso intrecciati con iniziative di promozione turistica.
Quanto ai Temi, di quelli in cantiere per i fascicoli 2026 della rivista valgono qui i titoli:
- Le Regioni e il patrimonio culturale (a cura di Lorenzo Casini) sul riparto delle competenze fra Stato e Regioni e sulle norme e i regolamenti, i caratteri e gli assetti attuali del ruolo delle Regioni in ambito culturale;
- Il valore del museo (a cura di Annalisa Cicerchia, Alberta Giovannini (MUSE) e Michela Marchiori) sulle attività di ricerca, l’educazione, l’inclusione e la produzione culturale del museo che genera valore anche socio-economico, contribuendo così allo sviluppo sostenibile delle comunità;
- Il settore culturale italiano nei dati e nelle statistiche dell’ISTAT (a cura di Annalisa Cicerchia, Massimo Lori e Pietro A. Valentino) con in primo piano l’offerta (degli enti pubblici e privati del teatro, della musica, dello spettacolo, del web, come delle imprese di radio e televisione, del cinema e dell’audiovisivo, del libro e dei giornali) e la spesa e la partecipazione di famiglie e individui: dati e informazioni che risultano anche dalle scelte di spesa e dagli indirizzi di politiche pubbliche di comparto e di settore, da tenere presenti nelle decisioni di conferma o di cambiamento a livello nazionale e regionale.
Un’indicazione, questa, che rinvia all’imperativo einaudiano del “conoscere per deliberare”, che la nostra Associazione, nascendo, ha fatto proprio.
- “Vent’anni dopo”
Alle aspettative e agli obbiettivi – alle ragioni d’essere – dell’Associazione si pensò già “Vent’anni dopo” (à la Dumas), come Vittorio Ripa di Meana volle intitolare i saggi e gli interventi in un Forum dedicato, proposti nel fascicolo n. 4/2007 della rivista diretta allora da Paolo Leon, che portavano in primo piano “le promesse mantenute e disattese… il contributo dell’economia della cultura e delle sue elaborazioni alla cultura italiana… l’attenzione riservata all’economia della cultura dai poteri pubblici… le sfide metodologiche e operative che aspettano l‘economia della cultura nei prossimi anni anche alla luce dei cambiamenti in atto”.
Temi e quesiti che lo scorrere del tempo, gli assetti e i caratteri dello sviluppo (o del mancato sviluppo) dei vari comparti, in specie industriali, del settore, nonché le prospettive (oggi più probabili) della continuità del declino in essi dominante, non fanno che riproporre, continuando a sfidare il nostro impegno. Sicché centrale e continuo nel corso degli anni – spina dorsale della nostra consistenza – è stato l’impegno dei soci e dei collaboratori nella ricerca, con i contributi di conoscenza e di verifica sul campo che ne sono venuti dagli specialisti delle università e degli istituti italiani, europei e del mondo – dagli Usa e dal Canada all’Australia – e dai dirigenti e amministratori responsabili di istituzioni pubbliche e private e dai manager e rappresentanti di settore delle imprese, che – insieme alle “Testimonianze” di alcuni fra loro – Economia della cultura fin dall’avvio (nel 1991 con l’editore Marsilio e dal 1993 con il Mulino) pubblica in quattro lingue: con l’italiano, in francese, in inglese, in spagnolo. Un patrimonio documentato nel sito dell’Associazione (www.economiadellacultura.it), che da anni è parte integrante dell’offerta di abbonamenti “Campus” dell’editore il Mulino a istituzioni, università e centri di ricerca in Italia e nel mondo (con un totale di 6.797 download nell’anno 2025).
Per trarre bilanci, resta in ogni caso la testimonianza di Giuseppe Galasso, storico del Regno di Napoli, dal 1983 al 1987 sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, primo presidente di AEC – da lui fondata con Carla Bodo, responsabile del settore “Economia e politiche della Cultura” dell’ISPE (Istituto per la Programmazione Economica) e con Paolo Leon, economista allora assai impegnato, insieme a Pietro Valentino, nell’elaborazione dei progetti culturali che venivano selezionati con maggior successo dal FIO. Per Galasso (2017), “non fu per la via degli studi che in Italia l’attenzione a tali problemi prese quota ai suoi inizi. L’interesse al riguardo maturò per la via della politica e delle problematiche di governo nel corso degli anni ’80. Fu pure allora che nacque un interesse per i beni culturali quali problema non soltanto di cultura, ma anche di vita e attività sociali”.
- Dagli anni 1980: il ruolo necessario della politica e del governo della cultura
Politica e governo con cui miravano a interloquire e ad impegnarsi – associandosi, in iniziative, in indirizzi di azione pubblica e in progetti concreti – professionisti e docenti universitari, responsabili di musei, di istituzioni musicali e di biblioteche, della radiotelevisione pubblica come delle fondazioni private, studiosi e giornalisti, manager pubblici e imprenditori privati della cultura. Basta scorrere i nomi dei ‘soci fondatori’ nel sito di AEC per avere un’idea delle competenze e volontà convergenti.
E politica e governo che, fin dall’avvio del decennio 1980, dovevano misurarsi con la crisi anche in Italia del modello fordista dello sviluppo industriale e con la possibilità/opportunità di un ruolo centrale della cultura nella costruzione di nuove modalità e strutture del lavoro e dello sviluppo economico-sociale delle città come delle province: consapevolezza diffusa in Italia (data anche l’iniziativa delle Regioni proprio nel campo dei beni e del patrimonio culturale) come negli Usa – dove l’attenzione era alle performing arts e dove era nata nel 1979 l’Association for Cultural Economics (poi divenuta Association for Cultural Economics International) – e come in Europa dove, “anche grazie alla spinta di paesi come la Francia e all’azione congiunta di organismi internazionali quali l’UNESCO e il Consiglio d’Europa, ‘un certo grado di oggettività ha potuto essere finalmente introdotto nel campo culturale, ove si considerino le cifre non come un sacrilegio, ma come uno strumento’” (Augustin Girard, in Bodo, 2017): “Negli anni ’80 una nuova consapevolezza dell’importanza e del valore del patrimonio artistico ereditato dal passato e delle potenzialità anche economiche di tale patrimonio, e più in generale delle attività e delle industrie culturali, è venuta finalmente facendosi strada pure nel nostro paese. Determinando tra l’altro, nel decennio, un incremento molto significativo delle risorse finanziarie che i Ministeri del Bilancio e del Lavoro avevano messo a disposizione di un settore le cui caratteristiche socio economiche e quali-quantitative erano tuttavia ancora troppo poco esplorate. E dando luogo, anche, ad un notevole sviluppo delle analisi costi-benefici necessarie alla scelta dei progetti che potessero beneficiare dei finanziamenti del FIO (Fondo Investimenti Occupazione)”.
Sicché nessuno si oppose quando negli anni 1990“la Presidenza del Consiglio trasferiva all’area dei Beni culturali le competenze sullo spettacolo, sull’editoria libraria e sul diritto d’autore, contribuendo a dare alla sfera d’azione del comparto culturale un forte nesso tra passato e presente”. E nessuno si stupì di “un passaggio di sussidiarietà tra le istituzioni e una associazione privata. Che si prestava a rendere un servizio che né l’Istat né i Beni Culturali erano in grado di concepire e di svolgere” (Stefano Rolando, 2007). Come ha ricordato Giuseppe Galasso (2017), “il Rapporto fu patrocinato dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a cura del quale venne anche pubblicato”.
Mentre non pochi furono sorpresi, a inizio 1995, la mattina in cui questo Rapporto sull’economia della cultura in Italia 1980-1990 fu presentato al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), quando il ministro per i beni culturali e ambientali del governo Dini, Antonio Paolucci (già Sovrintendente del Polo Museale Fiorentino – i sovrintendenti si diceva fossero fra gli avversari più irriducibili della nascente ‘economia della cultura’), tenne a dichiarare il suo piacere nell’incontrare “finalmente” l’autrice del Rapporto sulla politica culturale delle Regioni, da anni – disse – suo livre de chevet.
Riferimenti bibliografici
Bodo, C. (1981), Rapporto sulla politica culturale delle Regioni. Le leggi – La spesa – Gli interventi – Le prospettive, ISPE – Istituto di Studi per la Programmazione Economica, Milano, Franco Angeli.
Bodo, C. (a cura di) (1994), Rapporto sull’economia della cultura in Italia 1980-1990, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri,1994.
Bodo, C. e C. Spada (a cura di) (2004), Rapporto sull’economia della cultura in Italia 1990-2000, Bologna, Il Mulino.
Bodo, C. (2007), “Chi ha paura di monitorare la spesa pubblica per la cultura in Italia?”, Economia della cultura, n. 1.
Bodo, C. (2017), “L’Associazione per l’Economia della Cultura ha compiuto trent’anni”, Economia della cultura, n. 3.
Galasso, G. (2017), “Ragioni e genesi di una associazione”, Economia della cultura, n. 3.
Leon, P. (2007), “Pubblico-privato e centro-periferia: due promesse mancate”, Economia della cultura, n. 4.
Rolando, S. (1994), Nota editoriale in Bodo, C. (a cura di) (1994), Rapporto sull’economia della cultura in Italia 1980-1990, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri,
Rolando, S. (2007), “A venti anni dall’avvio del I° Rapporto sull’economia della cultura”, Economia della cultura, n. 4.
Spada, C. (2007), “L’industria culturale italiana alla prova della modernità”, Economia della cultura, n. 4.
* Caporedattore e vice-direttore della rivista Economia della cultura.












