di Luigi Troiani
Nel nostro mare, la linea ideale della demarcazione sta nella traccia di confine tra insediamenti musulmani e cristiani nel sud del Mediterraneo, e nel sudest balcanico. Qui in particolare sedimenta da secoli la divisione tra le popolazioni cristiane stanziali e quelle musulmane insediatesi in seguito alle conquiste ottomane e islamiche.
La linea, che il Samuel Huntington de Lo scontro delle civiltà definirebbe la faglia dove le civiltà tendono a scontrarsi, corre da Corfù alla Sicilia alle coste tunisine. Tutto ciò che è oltre detta linea, verso ponente, è occidente. È su questa linea che si sono svolte le grandi battaglie del passato: da Azio a Prevesa, da Lepanto a Malta, Zama, Djerba, come ricorda Braudel in “Memorie del Mediterraneo”.
Il grande storico la chiamerà in un libro successivo – Il Mediterraneo – la linea degli odi e delle guerre implacabili, delle città e delle isole fortificate che si sorvegliano a vicenda dall’alto di bastioni e torri di guardia. L’Italia, su questa linea, rappresenta lo spartitraffico ideale, un faro che regola i movimenti, subendone, in prima fila, gli sbalzi climatici, scontando gli effetti delle stagioni di guerra e incassando dividendi dalle stagioni di pace e dialogo.
La vicenda delle migrazioni africane attraverso la Libia nei primi decenni del presente secolo, che hanno messo in sofferenza società e sistema politico italiani, ne sono un chiaro esempio.
C’è da dire che, con il crescere di quel genere di cosmopolitismo, mai più le nazioni del Mediterraneo sarebbero riuscite ad esprimersi come fatto autonomo e autoreferente. Commistioni, fusioni, trasferimenti di popolazione avrebbero segnato la regola, come prima erano stati eccezione. Sarebbero continuate le guerre tra gruppi, nazioni e religioni, ma avrebbero vinto le sovrapposizioni. Si sarebbe teso con sempre maggiore intensità ad assimilazioni e integrazioni, sulla base di sintesi tra culture e tra civiltà. Gli stati nazione, così come le aggregazioni regionali che sorgeranno nei secoli in zona sotto forma di imperi e in epoca contemporanea per accordi interstatuali, sono anche risultato di detta tendenza.
Si guardi all’Ellade, come la più clamorosa conferma. Quella ellenica è stata la civiltà mediterranea arcaica più importante. Ne era consapevole e per questo aveva scelto di restare incontaminata, guardando con disprezzo ai “barbari” vicini dell’est e del sud, e con orrore misto al senso della propria superiorità, all’Asia.
Anche se, a voler guardare meglio dentro i fatti, si potrebbe affermare che le cose, per gli elleni, stiano diversamente. Gli achei, le più antiche popolazioni “greche”, sembra fossero invasori indoeuropei giunti sulle isole della futura Ellas dalla fine del III millennio: si accampano sulle sponde dell’Egeo, cancellando o sostituendo le civiltà anteriori. Braudel racconta che i primi greci/pelasgi mischiano lingua e costumi con quanto esisteva in area. Così parole “greche” importanti nella storia del linguaggio universale, non sarebbero tali. Corinto, Atene, Parnaso, Achille, Ulisse sarebbero nomi di derivazione allogena! Minosse e la sua vicenda sarebbero di importazione: e Creta sta alla civiltà greca come Faraone sta a quella egiziana contemporanea … Persefone, che regna sui morti, è anch’esso nome non greco. Le parole di paragone della prima civiltà agricola mediterranea e che ancora oggi odorano di Mediterraneo in tutto il mondo – olivo, grano, vite, fico – arrivano dalla Grecia, ma non sono greche… E l’arte della marineria, la quintessenza della vita sociale civile economica anche politica del mare, avrebbe usato parole radicate altrove, come “talassa” (mare) o “Pontos” (regione greco-turca il cui nome deriva da pontos, mare).
Il cosmopolitismo animerà le tre civilizzazioni monoteistiche che, nei secoli moderni e contemporanei, sono andate a caratterizzare storia e cultura mediterranee. Anche quando vi sarà contrapposizione tra le diverse religioni, anche quando vi saranno conflitti all’interno di ciascuna di dette religioni (si pensi al rapporto tra cattolicesimo e ortodossia, tra cattolicesimo e protestantesimo), esse si ritroveranno inestricabilmente vincolate e intrecciate, sia come tripartizione monoteistica dell’adorazione del dio non più pagano e pantico, sia come spezzettamento interno alla stessa religione.
Persino le proposte teologiche e cosmologiche, apparentemente così distanti l’una dall’altra da causare guerre distruzioni passaggi di regni etc., risultano in realtà figlie di logiche non sostanzialmente dissimili, di finalizzazioni etiche e fideistiche per molti versi identiche. Tre esemplificazioni sulle quali si tornerà più avanti: il distacco dal maraviglioso mondo panteista e naturalista del paganesimo [In coerenza con l’editto di tolleranza dell’imperatore emesso a Serdica (attuale Sofia) da Galerio nel 311, Costantino e Licinio avevano preso decisioni di rilievo per la libertà religiosa nel 313, riuniti a Milano. Estratti dal testo tramandato da Lattanzio in De mortibus persecutorum (XLVIII, 2-12), fanno comprendere le caratteristiche di quell’apertura: “… abbiamo deciso di dare ai cristiani e a tutti gli altri libera scelta di seguire il culto che vogliano, in modo che qualsiasi potenza risieda in cielo, essa possa essere benevola e propizia a noi e a tutti coloro che sono posti sotto la nostra autorità. … Noi abbiamo concesso ai cristiani in questione assoluta e completa libertà di professare la loro fede”. Nel 380 il proclama dell’imperatore Teodosio I metterà fuori legge paganesimo ed eresie cristiane.], la scelta del monoteismo di filiazione abramitica, il riferimento al “libro” (Vecchio e Nuovo Testamento, e Corano) come dono atemporale consegnato da Dio all’uomo perché lo osservasse.
In detto contesto, d’obbligo il riferimento più approfondito a Bisanzio/Costantinopoli, città del Mediterraneo più di altre attrice della vicenda. Bisanzio come sviluppo della colonia greca fondata dai Megaresi nel 660 a. C., diviene, come si è visto, Costantinopoli, per poco città d’oriente-occidente, e quindi “per sempre”, nella visione di certo cristianesimo, capitale dell’oriente ortodosso dopo la scissione da Roma, dove i bizantini di Costantinopoli realizzarono una sintesi piuttosto efficace, raffinata e crudele, di tradizione politica romana, cultura ellenistica, nuovo apporto cristiano.
Nella realtà della politica internazionale sarà Istanbul: conquistata in modo spietato da Muhammad II nel 1453 (deposizione dell’imperatore romano d’oriente) assurge a capitale dell’impero ottomano e da allora permane città islamica, nonostante il kemalismo e il laicismo dei militari abbiano provato a restituirle il compito di affaccio turco verso l’occidente. Costantinopoli/Istanbul sarà, nei miti di certa cristianità, seconda Roma, come Mosca terza Roma, ma intanto la cattedrale di santa Sofia fu tramutata a lungo in moschea e, ai nostri giorni, riportata a quello status dal regime di Recep Tayyip Erdoğan, nel segno della restaurazione islamica, segnale delle pretese religiose di una repubblica turca non più espressione di laicità.
In quel crescere e deperire di cosmopolitismo e localismi, con le religioni a farla da padrone o al contrario ad essere utilizzate dai regimi politici che si succedono nel tempo, Gerusalemme resta fuori dal gioco, deperisce, diventa paradossalmente meno cosmopolita e universale di Roma e Costantinopoli, umiliata e fiaccata dall’antica conquista del generale Tito, figlio di Vespasiano, e poi dall’indesiderata serie di Crociate. L’ebraismo, da religione del popolo eletto, sarà fagocitato in fenomeno da molti qualificato come razziale. La Palestina ebraica si svuota e gli ebrei diventano diaspora, apprendendo ad essere separati, ghettizzati, perseguitati. A Gerusalemme cristiani, ebrei, musulmani, continuano a guardare come città del desiderio, della fede, dell’escatologia. Il che non manca di generare conflitti e guerre, sino a quelle recenti arabo-israeliane, e al permanente conflitto strisciante tra territori palestinesi e stato di Israele.
Questo perché Gerusalemme, come topos storico e mistico, resta radice, fonte di ancoraggio per i tre monoteismi. La Bibbia vi pone il centro del mondo. Gli ebrei ne deducono la centralità cosmologica della città santa. Nel rettangolo dove era il tempio di Salomone – come richiamato, nel 70 d. C. i romani prendono Gerusalemme e abbattono il secondo tempio, detto di Salomone; di esso resta il muro occidentale, detto dai non ebrei “del pianto” – gli ebrei collocano il canale diretto fra la celeste Gerusalemme e l’inferno. Una remota profezia islamica annuncia per il giudizio universale la venuta sulla spianata di Gerusalemme della stessa pietra nera di Makka, insieme alla moltitudine dei pellegrini che l’hanno visitata. Di qui, il ponte più stretto di un capello e più affilato di una spada, attraversando la valle di Cedrom, condurrà le anime fino al monte degli Ulivi, luogo di resurrezione del genere umano.
I crociati, che non vanno per il sottile, per 88 anni occupano la moschea di al-Aqsa e vi pongono la sede dei Templari. Sul tempio, una croce segnala che il santuario della Roccia è stato acquisito al culto cristiano. La moschea è posizionata sopra il muro del pianto ebraico. Sotto la cupola dorata di Omar, c’è la roccia del monte Moria sul quale Abramo stava per sacrificare il suo unico figlio. Su quella roccia, chiamata dai musulmani “pietra della fondazione”, l’islam situa il luogo dell’ascensione al cielo di Muhammad, dopo che il profeta vi aveva pregato con Abramo, Mosè, Gesù, a conferma che per i fedeli islamici, Muhammad è il perfezionatore del lavoro fatto dai profeti suoi predecessori, Mosè e Gesù. Il musulmanesimo sarebbe il rimedio divino per le distorsioni sorte intorno al messaggio dei due profeti. Quindi tre storie in una, ma una delle tre storie superiore alle altre due.
Il duomo/santuario della Roccia in Gerusalemme è tempio di Erode/Salomone per gli ebrei, luogo del sacrificio mancato di Abramo/Isacco/(e come si vedrà Ismaele) per cristiani musulmani e israeliti, luogo dell’ascensione al cielo di Muhammad per gli islamici. Caricato di tanta abbondanza di contenuti, il luogo è veicolo di troppa storia, troppa religione. Non dandosi sinora le condizioni per la sua condivisione, diventa generatore di conflitto e competizione. La pluralità di significati, una volta rifiutata la cogestione dei messaggi che ne derivano verso le tre religioni, spinge, nei confronti del luogo fisico e simbolico, ogni parte alla difesa ad oltranza della propria verità e della propria identità, sino al fanatismo.
Vale per la Roccia, vale per Gerusalemme. Se si tiene presente la storia dei popoli che guardano a Gerusalemme come loro città santa e la storia delle tre religioni che in Gerusalemme identificano la
città “santa”, luogo del primo e dell’ultimo giorno, si capisce la difficoltà di cristiani e islamici ad accettare la decisione di Israele di costituire Gerusalemme in sua capitale. Quando la presidenza Trump, nel dicembre 2017, ha annunciato di essere pronta a riconoscere Gerusalemme capitale di Israele (l’ambasciata è stata spostata da Tel Aviv nel maggio successivo), ha scatenato la corale protesta del mondo musulmano e cristiano. Gli stati mediorientali a maggioranza di popolazione islamica e la Turchia si sono spinti oltre, affermando in una solenne dichiarazione congiunta che Gerusalemme Est è la capitale dello stato palestinese.
Altro simbolo, Hebron, luogo della sepoltura di Abramo, Sara, Isacco e Giacobbe. È divisa in due, con un santuario per i musulmani, un altro per gli ebrei: la tomba sta come “testamento ad una famiglia vivente, separata dalla storia, che è adesso in lotta per risolvere il suo storico stallo”, scrive Tad Szulc in Abraham, Journey of Faith (National Geographic, Dicembre 2001, p. 123).
Il Mediterraneo è stato quindi il luogo dell’incontro e dello scontro, e questi sono stati spesso generati da fattori religiosi. Nessuno potrà spiegare perché i tre grandi monoteismi dell’esperienza umana siano nati e cresciuti nel Mediterraneo e nella sua propaggine arabica, né perché le tre città sacre del monoteismo, Gerusalemme Roma e Costantinopoli, siano nel Mediterraneo.
(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)












