Solo negli ultimi giorni due rappresentanti della new generation sono comparsi a Tagadà, il programma pomeridiano in diretta su La7, insieme a giornalisti ed esponenti della politica, rigorosamente equilibrati in base alla par condicio. Questi ultimi si sono approcciati con le due voci fuori dal coro non senza un pregiudizievole atteggiamento di sospetto se non addirittura di malcelata supponenza e sopportazione. Il primo dei giovani è intervenuto in collegamento esterno, il secondo, presente nello studio, ha rimarcato la sua distanza dai portavoce della politica, sedendosi per terra e non nel consueto divano rosso. È stato facile per un ospite del programma, giornalista di una testata di destra, rimarcare con insofferenza e con scherno quell’ atteggiamento volutamente provocatorio.
Del resto la rappresentazione dei giovani da parte dei media e dei politici in occasione delle manifestazioni in piazza, nelle università, nei consessi istituzionali, è stata colorata di pittoresco e di folklore: contrasto ai manganelli dei poliziotti, tende nei prati degli atenei, vernici, lavabili, gettate su monumenti e siti istituzionali; contestazioni rumorose contro esponenti delle istituzioni. Comprensione o condanna? Le voci di commento degli altri partecipanti alla trasmissione, senza entrare nel merito delle proteste, si sono esaurite nel contrapporre i diritti costituzionali di libertà di espressione, da parte della sinistra, alle accuse di violenza, di inciviltà, di disordine pubblico da parte della destra. In questo dibattito è stato dato più rilievo alla forma che alla sostanza: il diritto delle nuove generazione di incidere sulle scelte politiche che determineranno il mondo in cui, nel giro di pochi anni, si troveranno a vivere e che dovranno gestire.
I giovani reclamano che l’accesso all’università non sia precluso da motivi socioeconomici come, ad esempio, dal costo di un appartamento in affitto insostenibile per gli studenti fuori sede e condizioni essenziali perché a tutti sia garantita quella formazione che consentirà loro di accedere ai ruoli di responsabilità e di guida della società nel prossimo ricambio generazionale; si battono per un mondo ecosostenibile che anteponga il benessere di tutti agli interessi di lobbyes e di settori dell’economia e di multinazionali; auspicano un mondo in cui la diplomazia sostituisca la logica della guerra e del riarmo che nasconde gli interessi dei produttori di armamenti bellici; invocano una politica che si batta senza tentennamenti e ambiguità per il rispetto dei diritti universali in ogni regione del mondo. Reclamano infine una legge che consenta ai fuorisede, che nel nostro paese sono circa 5 milioni, di esprimere il proprio voto.
I leaders dei partiti o i candidati alle elezioni europee, nei loro comizi o nei dibattiti televisivi, non recepiscono e non si fanno portavoce delle istanze dei giovani che si esprimono giocoforza al di fuori dei canali convenzionali, nelle manifestazioni di protesta, derubricate dall’opinione pubblica a endemiche insofferenze proprie dell’età. Ciò avviene fin dai tempi delle contestazioni studentesche esplose nel 1968 in tutto il mondo occidentale contro la guerra nel Vietnam.
L’astensionismo alle elezioni politiche ha preso piede a partire dagli anni Settanta. Se, finita la guerra, i cittadini italiani si sentivano onorati di poter partecipare alla vita politica della Repubblica dopo anni di dittatura, con l’avvento di numerosi scandali legati ai partiti, alla fine degli anni Settanta, la fiducia degli aventi diritto è venuta a mancare. Questo fenomeno è molto presente ancor oggi e dimostra una sfiducia sempre maggiore nella politica. Come riferisce uno studio dell’ISTAT “La quota di elettori che non si è recata alle urne è aumentata costantemente a partire dalle elezioni del 1976, quando rappresentava il 6,6% dell’elettorato, fino alle elezioni del 2001, raggiungendo il 18,6% degli aventi diritto al voto. Se al dato di base, si aggiungono i dati relativi ai cosiddetti voti inespressi (le schede bianche e le schede nulle), il fenomeno della crescita del non voto assume dimensioni ancora maggiori arrivando a riguardare, nelle ultime elezioni politiche del 2022 il 40%. L’assenteismo dei giovani tra i 18 e i 34 anni è risultato in linea con quello complessivo; secondo Swg è stato leggermente superiore.
Anche se nel discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha dichiarato di aver bisogno dei giovani, “delle speranze che coltivano, della loro capacità di cogliere il nuovo”, nei dibattiti e nei comizi elettorali i politici hanno generalmente ignorato quei 10.388.000 aventi diritto al voto compresi tra i 18 e i 34 anni di età.
Si direbbe che la politica, piuttosto che alle nuove generazioni, si rivolga a quello scarso 60% di cittadini italiani che si recano alle urne e a quelle frange della popolazione che possono sentirsi rappresentate da candidati dalle posizioni estreme e provocatorie come il generale Roberto Vannacci o da figure simboliche ed evocative come la figlia di Gino Strada, il medico fondatore di Emergency, la struttura ospedaliera che, nei territori sconvolti dai conflitti, garantisce il diritto alla cura alle vittime di guerra, delle mine antiuomo, della povertà.
Si può pensare che i leaders politici temano che questa parte di elettorato, sensibile alle problematiche finora irrisolte della pace, della salvaguardia dell’ambiente, dei diritti umani, dell’istruzione e della salute garantita a tutti possa alterare l’attuale assetto delle maggiori forze politiche in campo, sovvertendo ogni pronostico e destabilizzando lo scenario italiano ed europeo, non solo politico. Vogliono o possono gli attuali partiti favoriti dai sondaggi correre tale rischio? Ognuno può darsi la risposta.
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