di Francesco Carbini
Viene da sorridere leggere uno studio del 2012 sulla partecipazione elettorale, e quindi sui primi cenni di astensionismo, in Italia. Tale fenomeno, infatti, non ha presentato in Italia particolare interesse almeno fino alla fine degli anni ’70, con una partecipazione che fino alle elezioni politiche del 1979 superava il 90%. L’astensionismo non costituiva per niente un problema, né politico né scientifico. Fu con le elezioni amministrative del 1975 e in misura maggiore con quelle politiche del 1976 che si comincia a parlare, negli studi elettorali, di mobilità, tanto da suggerire l’espressione di «terremoto elettorale».
Proprio a partire da questi mutamenti nasce un rinnovato interesse per il comportamento elettorale in Italia. Con le elezioni del 1979 inizia una fase discendente che senza soluzione di continuità arriverà fino alle elezioni politiche del 2008. In particolare, tra il 1979 e il 2008, i non votanti aumentano di più di 10 punti percentuali, passando dal 90,6% all’80,5%. Questo significa che negli ultimi 17 anni vi sia stato il vero crollo della partecipazione popolare e un vero e proprio abbandono della politica. E le ultime elezioni regionali ne hanno decretato la inadeguatezza assoluta. Oramai sei elettori su dieci decidono di non andare a votare e si assiste così a una crisi di sistema allarmante. Ma se tale tendenza diventa cronica e consolidata, chi ha ancora a cuore la nostra democrazia liberale, deve interrogarsi e intervenire prima che sia troppo tardi, prima che diventi normale governare con il consenso reale di poco più del 20% dei voti.
E allora cerchiamo di analizzare, senza voler avere alcuna presunzione, da quando si perpetua questo triste andazzo.
- Fino agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso la partecipazione al voto, così come la partecipazione alla vita dei partiti, era vicina mediamente all’ 80%, comunque con una tendenza astensionista in crescita.
- Dopo il crollo del muro di Berlino e la crisi delle ideologie che avevano guidato l’azione dei maggiori partiti, inizia anche la sfiducia in un sistema che poi le inchieste giudiziarie e l’avvento della novità “Lega“ acuirono e fecero cadere la cosiddetta “prima repubblica“.
- Ci fu chi pensò – per la verità anche un po’ prima, con l’introduzione della preferenza unica e la battaglia per un sistema elettorale maggioritario- che si dovessero ridimensionare i partiti. In nome del rinnovamento presero forma movimenti formati da chi era frutto del sistema stesso, con un populismo che muoveva i primi passi a sinistra come a destra.
- Pochi misero in guardia dal pericolo di un salto nel buio, dal passaggio dalla democrazia dei partiti – con le loro stanche liturgie ma con una democrazia interna e una preparazione elevata delle loro classi dirigenti a ogni livello – a una democrazia senza i partiti, o con partiti personali e autoreferenziali.
- A mano a mano siamo passati così – in nome di un nuovismo di maniera – a un nuovo feudalesimo dove il capo partito decide chi far eleggere in parlamento ( e quindi i suoi fedeli), che nel frattempo (sempre in nome del nuovo che avanza e della peggiore demagogia populista) è stato ridotto nel numero dei componenti senza peraltro porsi il dubbio se non fosse stato meglio la formazione di una unica assemblea nazionale in luogo di Camera e Senato.
- Aggiungiamo a tutto ciò la costante compressione di ogni assemblea elettiva, con riduzione del numero dei loro componenti in nome dei cosiddetti “costi della politica “ e con lo svuotamento delle loro funzioni a partire dai consigli comunali, più vicini alle esigenze dei cittadini.
- Si dirà che la tendenza è generale, che avviene così dappertutto. Vero, in parte, ma la nostra democrazia rappresentativa aveva delle peculiarità che erano insite nella nostra società e che erano state ben definite e normate da una Assemblea costituente che dopo la Seconda guerra mondiale aveva saputo rimettere insieme tante sensibilità e idee diverse avendo come priorità la ricostruzione nazionale e l’unità della patria.
Come uscirne, quindi? Come riprendere una storia interrotta e che pare definitivamente archiviata? Non certo con le ricette dei nuovi populisti già grillini e ora cinque stelle, bravi a cavalcare lo scontento generale ma inetti a governare e sempre pronti a fare a gara a fare i puri. E non è più sufficiente neanche la risposta del variegato mondo civico, bravo a interpretare le esigenze dei territori e i bisogni dei cittadini ma poi incapace di trovare una sintesi politica che incida nelle scelte che contano. C’era stata un’occasione unica, durante la pandemia: il governo di unità nazionale a guida Mario Draghi. Oltre ad affrontare l’emergenza sanitaria ed economica poteva essere la volta buona di riscrivere le “regole del giuoco “dello stare insieme, a iniziare da alcune riforme istituzionali fondamentali per arrivare a una riforma elettorale condivisa mediante l’elezione di una Assemblea costituente.
Purtroppo, un’altra occasione persa, dopo la quale si è assistito a una politica degna più della curva sud che del Parlamento, autoreferenziale e non in grado di essere vera interprete delle esigenze della gente e in grado di governare i cambiamenti epocali in corso. Nessuno ha la bacchetta magica ma penso che dopo trent’anni dalla fine della Prima Repubblica si debba avere il coraggio di dire che la seconda non è mai davvero iniziata e che sta distruggendo le fondamenta della democrazia, che prima di tutto è partecipazione.
Con la Prima Repubblica esisteva la proporzionalità pura di chi veniva eletto, e così chi aveva il 2% o il 20% contava per quella percentuale, come è giusto che sia, senza artifizi o premi di maggioranza, creati ad arte (così hanno fatto credere) per garantire la governabilità ma con il vero scopo di perpetuare il potere consolidato. Con il vero risultato di non aver avuto che un minimo di governabilità ma senza un reale consenso popolare e facendo carta straccia della corretta rappresentanza. Ed ottenendo inoltre che i singoli parlamentari – fatta eccezione per quei pochi che ancora lo fanno – non rendono conto ai singoli territori come una volta, perché non hanno bisogno di raccogliere le preferenze in quanto già sicuri di essere eletti.
Queste poche osservazioni sono basilari per aprire una discussione seria sugli acciacchi di una democrazia liberale che non è mai stata “compiuta“, vittima di un ideologismo esasperato fino a inizi anni Novanta per passare poi alla politica del selfie, spesso senza anima e, soprattutto, senza preparazione. Per chi crede ancora nella libertà e nella democrazia è giunto il momento della riflessione seria, abbandonando la propria casacca e creando le condizioni per un dialogo proficuo.













Commenti
Una risposta a “CHE COS’È UNA DEMOCRAZIA SENZA RAPPRESENTANZA?”
Condivido pienamente, il fondamento del politico non è la competenza ma la rappresentanza, senza di essa gli eletti o meglio i nominati non contano niente