di Aldo di Russo
Sahid, Sahid, mi senti?
Sahid, Sahid, sono tuo padre… Rispondimi…
Sono le ultime parole e l’ultima inquadratura del film NAZA, attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche. Sono anche le ultime parole, rotte dal pianto disperato del padre di Sahid inginocchiato di fronte ai corpi schiacciati dal crollo di una casa di Gaza colpita dalle bombe dell’aviazione israeliana. Una scena finale brevissima, l’unica che mostri gli effetti della follia umana dopo oltre un’ora di proiezione che ne mostrava sapientemente le cause.
Sono partito dalla fine perché quella è solo la fine del film, ma non il finale dell’esperienza. La sala era ormai illuminata, i titoli di coda scomparsi, si percepiva, ma estremamente ovattato dai sistemi di insonorizzazione della sala, oltre un leggero brusio all’esterno, erano quanti, in fila aspettavano di vedere il film ancora ignari della consegna del silenzio imposta dagli animi scossi.
C’era un dentro e un fuori, ma era il dentro di noi e il fuori di noi, era il pneuma dei greci da Mileto al cinema Barberini di Roma. Il silenzio spettrale delle circa 100 persone sedute in sala era la risposta alle emozioni e alla rabbia nascosta che aumentava il peso e impediva anche ai più giovani e agili di vincere la gravità.
Tra un dentro e un fuori c’è sempre un limite inanimato, in genere una porta, un cancello, un muro, un confine, qui no, forse proprio per gestire il sisma umano, al confine c’era il gigante buono delle favole: un omone, con un sorriso tranquillizzante che da due metri di altezza, sollevando il braccio con la lentezza di un danzatore, indicava ai pietrificati in sala la via d’uscita dalla parte opposta.
Così avvenne che ci incamminammo verso l’uscita nel religioso silenzio di chi segue, mesto ed emozionato il corteo funebre di Sahid per un ultimo inchino doveroso al dolore del suo papà prima di tornare a casa.
NAZA significa effetti collaterali, gli effetti collaterali di un bombardamento, dove collaterali non esclude che siano voluti, intenzionali, utili ad una causa. Il film di Yuval Abraham e Rachel Szor a parte l’ultima scena che vi dicevo mostra una serie di interviste realizzate nascondendo i volti degli ufficiali e dei soldati coinvolti e filmate al buio, sui tetti di Tel Aviv per ragioni di sicurezza. Nascondendosi e dovendo nascondere fin nei titoli di coda, i nomi di chi ha dovuto essere necessariamente presente come il direttore della fotografia. Dover nascondere il nome di un autore per evitare ritorsioni o peggio, “pressioni” per rivelare quello che si conosce è una vecchia pratica della clandestinità nata dalla resistenza e probabilmente di resistenza occorre parlare visto che Yuval Abraham e Rachel Szor sono giovani cittadini israeliani e certamente non soli in questo momento di crisi dell’umanità.
Le interviste sono molto ben calibrate e mostrano, a livello individuale, gradi di consapevolezza, coinvolgimento emotivo, etica della responsabilità, e capacità di rimuovere dalla propria coscienza il numero di morti civili e innocenti di cui erano stati strumento, molto diversi, non poteva essere questo lo scopo del film, ma nelle differenze emergono due fattori in comune: da una parte un sistema costruito intorno all’AI in grado di indicare un possibile terrorista che stava tornando a casa e dall’altra la necessità di abbattere la casa; la casa, non il terrorista, con tutte le famiglie che la abitavano. I Naza, appunto, le vittime innocenti parte del protocollo di azione.
Questo basterebbe a trasformare una guerra in pulizia etnica e probabilmente è questo che genera l’indignazione di alcuni giovani israeliani che resistono per senso di umanità e anche affinché Israele possa restare con pari dignità nella considerazione della comunità internazionale degli uomini di buona volontà.
La “fiducia nel Sistema” è la risposta che molte coscienze militari danno alla inevitabile domanda sulla responsabilità e il Sistema essendo costruito intorno alla Intelligenza Artificiale, decide dall’alto, come un Dio al quale un credente non può opporsi. È l’accento del film che certamente rinnova l’antica domanda dell’uomo del ‘900: quali meccanismi hanno reso possibile che l’uomo si disumanizzasse fino a disumanizzare un altro popolo? Un Sistema come questo deve avere regole interne e deve poter usare media e informazione per imprigionare le coscienze e guidare i comportamenti più scellerati. L’AI presentata come decisore supremo annichilisce nell’uomo ogni etica della responsabilità, lo solleva: “non sono stato io” potrà dire di un delitto come oggi dice “gli ho mandato una mail” di fronte ad un disguido amministrativo. La decisione senza Humanitas (cito il Papa di proposito) renderebbe inutile lo stesso mito da cui la civiltà ha preso le mosse. Pensate ad Antigone: se Creonte, invece di essere un regnante fosse stato un sistema Onnipotente e impalpabile simile a Zeus come avrebbe potuto reagire invocando la pietas? A chi avrebbe potuto rivolgere i celebri versi:
Non veniva da Zeus la tua legge; né Giustizia che convive con gli dei di sotterra l’aveva stabilita per i mortali
Quello che lo spettatore percepisce è proprio questa assenza di responsabilità individuale che non è in sé criminale, ma annientata da un sistema che la protegge psicologicamente costruendo uno scudo dell’anima prima che uno scudo giuridico. Le risposte degli intervistati sono la migliore testimonianza dell’intuizione di Hannah Arendt: la banalità del male almeno nelle sue fasi esecutive, immaginate quanto possa essere banale un sistema di AI se interrogato al di fuori delle mansioni per cui è stato addestrato.
Nel film questa banalità l’ho letta nelle sequenze che i registi hanno scelto come “copertura” e intercalare delle interviste. Siamo sui tetti di Tel Aviv e la macchina da presa indugia, attraverso un teleobiettivo, sulle finestre e le tapparelle abbassate delle case dove la vita quotidiana continua. Due piedi spuntano dalla spalliera di un divano, forse di fronte alla TV, un angolo di un tavolo forse appena sparecchiato dopo la cena, il traffico della città appena dopo l’orario di lavoro. Fu l’idea di Alfred Hitchcock nella Finestra sul Cortile dove James Stewart, costretto su una sedia dalla frattura alla gamba poteva solo spiare con il suo teleobiettivo la vita degli americani in grado di camminare. Nel film fu scoperto e smascherato un delitto, un femminicidio diremmo oggi, gli autori di NAZA ci fanno scoprire un delitto ancora peggiore: l’indifferenza. Non la loro, né soltanto quella degli israeliani sottoposti alle stesse misure coercitive della coscienza, a un’umanità svuotata come una bibita senza zuccheri, ma la nostra, quella del nostro silenzio pietrificato che ha accompagnato i nostri pensieri fino alla porta di casa. Dobbiamo rompere quel silenzio e ci serve una mano, questo pensavo proprio davanti al portone prima di infilare le chiavi, non sono uso a gridare ma l’ho fatto.
Sahid, Sahid, rispondimi…
Sahid, ascoltami, sono Aldo e vivo a Roma. Solo tu puoi spingere chi hai reso di pietra per un po’ a svegliarsi. Non ho la forza di Ovidio che fece risvegliare chi è diventato pietra, ma prendi queste poche righe come tutto quello che sono in grado di fare alla mia età.













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