di Annamaria Barbato Ricci
Le saghe familiari sono appassionanti e richiedono attenzione sia da parte di chi le scrive, sia da parte di chi le legge. Nel caso di Ugo Barbàra, caporedattore della redazione Esteri all’AGI – Agenzia Giornalistica Italia, la trilogia che ha creato, edita da Rizzoli, piena d’intrecci e sotto-intrecci, fidelizza il lettore e lo lega ai personaggi, per quanto negativi e avidi di denaro e di potere possano essere.
Il romanzo familiare parte da metà ‘800, dalla Sicilia di Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani e dalle vicende di una famiglia aristocratica locale che ha il colpo d’ala di trasferirsi negli Stati Uniti, sfuggendo a una guerra di unificazione e piombando in una di secessione.
E’ questo il prius dell’intero corpo narrativo, tracciato a grandi linee, rifacendoci alla base da cui parte l’Autore: lo utilizzo per venire in media res e raccontare l’unico volume, il terzo, che ho realmente letto, anzi divorato.
S’intitola “La mala notte” e segue le vicende dei rivoli familiari originati nell’800 da Rosaria Battaglia e Antonio Montalto, con il lato illegittimo degli Scudera. Prosegue le vicende narrate nel romanzo d’esordio, “I Malarazza” (che copre l’arco di tempo dal 1860 al 1880) e articolate nel secondo libro, “Malastrada”, che s’interrompe intorno agli anni ’20 del ‘900.
L’ultima opera riprende il filo nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, si dipana fra gli Stati Uniti e la Sicilia, con un nuovo fronte narrativo sulla Cuba bengodi di Batista, covo del malaffare statunitense e viene fagocitata e azzerata dalla rivoluzione castrista, estendendosi fino al 1972, con una fuga nel 1990.
Faccio un iniziale autodafé: al termine della lettura delle 413 pagine che mi hanno tenuta avvinta… come l’edera, ho rimproverato me stessa di aver letto solo questo romanzo fra i tre, perché molte sfumature avrebbero trovato una spiegazione e approfondito il modo di pensare dei diversi ceppi familiari, pur intrecciati nel dna.
Perché c’è il filo conduttore proprio in quel “Mala” che tanto fa pensare ad un predecessore illustre: il verista Giovanni Verga, con i suoi Malavoglia (anche se la propensione all’arrampicata sociale fa venire in mente di più Mastro don Gesualdo).
La scrittura limpida e consequenziale di Ugo Barbàra, poi, mescola con abilità le vicende della miriade di protagonisti e comprimari e contribuisce a dare smalto ai fatti, rivelando anche pieghe della storia che noi comuni lettori conosciamo giusto a grandi linee. Incuriosiscono e stimolano, in particolare, tre ambientazioni su cui raramente ci si sofferma: la Sicilia, in un’enclave come quella di Castellammare del Golfo che, sin dall’epopea garibaldina, fu solo sfiorata dai Mille, dunque vi rimasero intatti certi equilibri sociali, anche se l’ascesa sociale di certe figure malavitose o di arricchiti si realizzò marcatamente anche lì; gli Stati Uniti, ove ha un ruolo preponderante di business man opaco Gaetano Scudera e Cuba, dove costui si trasferisce con parte della propria famiglia e fonda un albergo lussuoso, in un’isola che è regno del gioco d’azzardo, con un ambiente dominato da boss sfuggiti alla FBI, nonché ‘succursale’ di multinazionali USA: tutto questo fu un panorama puteolente sotto il regime di Batista, proseguendo poi con l’avvento della rivoluzione castrista.
Non siamo tutti Gianni Minà, anzi, lui fu unico e incomparabile e di quel pezzo di storia siamo in tanti a saperne poco o niente. Sarà per deformazione professionale, sarà perché animato da una fame di sapere quasi maniacale, Barbàra ci fa piombare nella rivoluzione castrista in un affresco molto efficace.
Poi ci sono i cameo storici: fra tutti, memorabile e commovente il sindaco italo-americano Fiorello La Guardia, amico di gioventù di Gaetano Scudera, figura di rango internazionale che l’Autore ha studiato approfonditamente, fra più biografie e discorsi pubblici, tanto da disegnarne esattamente la personalità anche in poche pagine. E gli bastano addirittura poche righe per un riferimento a John Fitzgerald Kennedy sr., qualche anno prima che divenisse presidente, che lo disegnano come un predatore sessuale senza limiti nella riserva di caccia per quelli come lui che era diventata Cuba sotto Batista.
Presa dall’entusiasmo, ho spoilerato abbastanza… ma è un libro così denso e avvolgente che non si poteva scarnificarlo senza fare torto ad Ugo Barbàra, che lo ha concepito e realizzato con una disciplina creativa ineguagliabile. Bisognava testimoniarlo e spero di esserci riuscita.













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