ROMEO CASTELLUCCI, BROS: LA DIDASCALIA DEL MALE

Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca e il Signore mi disse: “Ecco, metto le mie parole sulla tua bocca …….”

Così inizia con il discorso di Geremia (in rumeno antico) la performance Bros, opera molto attesa a Roma al Teatro Argentina solo per tre giorni. Come sempre, in questa occasione, il teatro è gremito, il pubblico in frenetica attesa per un evento che celebra un regista apprezzato per il suo teatro innovativo in tutto il mondo. Il suo percorso artistico, iniziato ormai da tempo, sul principio criptico, nel tempo, si è reso più comprensibile selezionando i concetti base delle varie rappresentazioni. Non posso dimenticare le performance iniziali fatte esclusivamente di suoni assordanti, di esercizi vocali atti a riscoprire le funzionalità della nostra deglutizione o del nostro apparato respiratorio, da non tralasciare poi, la presenza di animali generalmente cani che abitavano il palcoscenico. Devo ammettere che tutto ciò creava situazioni emotive molto forti, si avvertiva, senza necessariamente capire ciò che si stava rappresentando, una sensazione di alienazione e abbandono che trasportava il pubblico ipnotizzato in un’altra dimensione! Ma quale dimensione? L’essere umano è molto legato alla materialità, alla forza di gravità, al desiderio che ci attira verso il basso verso una orizzontalità che assumiamo inevitabilmente. Per il regista in questione tutto è limitato ai cinque sensi, attivati in modo da scuoterci da un profondo sonno; ciò è stato sempre presente nel teatro di Castellucci. Ricordo di una serata in cui l’olfatto del pubblico fu messo a dura prova da una puzza tremenda di escrementi umani liberati da un padre incontinente sotto gli occhi di un figlio che lo sosteneva comprendendone tutta la sua fragilità umana.

In un’altra performance l’udito fu sottoposto a rumori assordanti tanto che nel foyer del teatro venivano offerti tappi per le orecchie a salvaguardia della sordità. Tutto qui senza tenere conto del fil rouge che comunque ci deve essere in tutte le performance?

Non si può costruire una torre senza le fondamenta; è necessario che lo spettatore recepisca il messaggio che l’autore, sia pure in modo subliminale, vuole trasmettere. A volte nemmeno l’artista conosce fino in fondo il perché di certe scelte tanto che ci si affida al critico per interpretarle.

Ricordo uno scritto di Casorati all’ingresso di una mostra tenutasi a Palazzo Reale di Milano nel quale diceva: “Io non mi rivedo in ciò che i critici hanno scritto di me. Ma se le loro interpretazioni mi danno lustro ben venga”.

Della recente performance i critici hanno detto che l’intento è quello di dimostrare come l’uomo, in questo caso specifico l’attore debba ubbidire ai comandi svuotato dei suoi sentimenti e della sua volontà. Infatti i personaggi principali sono ventuno poliziotti che eseguono ordini che vengono loro impartiti attraverso auricolari, senza che essi possano comprendere la finalità delle azioni che sono destinati a compiere. La scena che ne scaturisce è apocalittica: azioni efferate che rimandano a situazioni ancestrali, a tempi lontani, stratificati nel nostro essere umani appartenenti ad un’unica specie, ad un’unica radice che ci accomuna nostro malgrado. Un inferno che potrebbe essere paragonato ad Auschwitz laddove appunto gli esseri umani, privati di tutti i loro diritti erano catalogati come topi e, come tali, annientati senza pietà da coloro che eseguivano ordini senza alcuna consapevolezza.

Di qui la violenza spietata, stupida e assurda di questi personaggi che, ad un certo punto, sono scesi tra il pubblico e, con fare alquanto minaccioso, lo hanno tenuto in ostaggio, costretto a subire violenza esibita e a loro volta subita dai mal capitati. “Homo homini lupus” affermava Plauto e poi Hobbes per designare la cattiveria la tracotanza dell’uomo verso il un suo simile. Io non conosco le vere intenzioni dell’autore oltre a quanto è stato recensito, ma ciò che ho dedotto da quanto visto e vedo in generale è il tentativo di rinnovamento che tutti coloro che fanno teatro, dal regista agli attori, provano per sfondare (se esistesse) “la sesta parete invisibile” che ci separa dal nuovo aspetto del teatro che langue da tempo.

Così come è ora il teatro è vecchio e le sue tavole, più volte calpestate sono logore, necessitano di seri cambiamenti. Il pubblico aspetta, prova e ci riprova per trovare la giusta dimensione fra il dentro e il fuori, una dimensione accettabile che soddisfi la richiesta non di novità ma di nuovo per approdare a lidi in sintona con la contemporaneità. Il teatro è arte e, come tale, deve informare, deformare e, a volte, esorcizzare la realtà, accendere o forse abbassare i fari affinché si possa intravedere la luce che ci condurrà fuori dal tunnel.

Carent in genio? Materiam reperiunt

Materiam non reperiunt? Se ipsos adhibent

Non hanno idee? Allora trovano una materia

Non Trovano la materia? Allora usano loro stessi.


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