MURALES E MURALI, SEMPRE DA CANCELLARE

I murales sono ormai diffusissimi in Italia a decorare (?) facciate di edifici, quasi sempre con orrore, ma anche con errore: giacché si va dicendo e scrivendo murales, anche nel riferirsi a uno soltanto (mural). Sarebbe poi giusto usare il singolare italiano murale o, quando càpiti, il plurale murali, forme correttamente attestate nei nostri dizionari. Perciò i ‘murales’ vanno cancellati, così come i murali; un genere di pittura divenuto celebre per il movimento artistico messicano detto, appunto, muralismo, ma ormai degenerato sull’onda del fenomeno della street art trasformatosi in una forma di celebrazione di personaggi di culto.

Muralismo messicano

«La street art è anche qui diventata rapidamente vettore di riqualificazione, o meglio pubblicizzazione, di alcune zone lasciate ai margini dell’attenzione politica» osserva Roberto Calise (Corriere del Mezzogiorno, 15 giugno). L’esecuzione di un murale su di una facciata anonima di un fabbricato altrettanto anonimo si può pensare che addirittura possa rappresentare un elemento migliorativo, ma esso in ogni caso realizza una modificazione dal punto di vista urbanistico trasformando radicalmente una facciata. In misura maggiore ciò avviene quando il murale impegna la superficie di un edificio di qualità che nulla acquisisce con esso ma che, anzi, fa passare in secondo piano le sue caratteristiche costruttive.

Francesco Venezia – Programma di ricostruzione post-terremoto – 2000
e murale di Jorit per Nino D’Angelo – 2020
Napoli, San Pietro a Patierno

A Davide Vargas (“la Repubblica-Napoli” del 13 giugno) è capitato di ricordare come Francesco Venezia nel 1988 realizzò a San Pietro a Patierno (un quartiere di Napoli) un programma di ricostruzione post-terremoto comprendente un edificio concavo: «L’edificio si distende e si incurva, le aperture si diradano e finisce con uno spigolo acuto, alto e nudo. Ma c’è un intruso: – commenta Vargas – proprio sulla parete nuda che forma l’angolo campeggia un enorme murale di Jorit che rappresenta Nino D’Angelo». I tanti murali che si incontrano in città sono per lo più su muri anonimi di palazzi altrettanto anonimi.

Jorit, Nino D’Angelo

«Qui è inaccettabile – esclama Vargas – (…) Questa è architettura e il murale di Jorit deturpa l’opera e lo fa nel punto più iconico della composizione». La conclusione è di denuncia: «L’Ordine professionale o la Soprintendenza o le associazioni culturali ma noi tutti dovremmo far sentire una voce di protesta. Il murale va rimosso, non c’è altro da dire e fare. Vale per tutte le opere di architettura, anche nel caso siano degradate o abbandonate».

Oggi la storia si sta per ripetere sulla facciata di una delle “torri gemelle” del Centro Direzionale, quella ex ENEL acquistata recentemente da un privato. Il progetto, in fase di attuazione, intende celebrare tre nomi già abbondantemente esaltati: Maradona, Pino Daniele e Massimo Troisi. La maniera è sconcertante giacché i tre volti, in verticale uno sull’altro, impegnano tutta l’altezza della “torre” del grattacielo, al di sopra della piattaforma di base. È evidente come tale macroscopico intervento caratterizzi il grattacielo in modo impropriamente vistoso e fa nascere le naturali perplessità sulla sua liceità. Un intervento del genere non può rientrare che nell’àmbito della manutenzione straordinaria, dal momento che esso implica una trasformazione anche se soltanto visiva del territorio.

Una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 1289/2023) ha respinto l’appello proposto contro l’ordine di ripristino dei luoghi ex art. 27 del d.P.R. n. 380/2001 (Testo Unico Edilizia) ingiunto da un’Amministrazione comunale per un murale realizzato senza permesso sulla facciata di un edificio. Secondo Palazzo Spada, è evidente che la realizzazione di un dipinto murale sulla facciata di un palazzo costituisca obiettivamente una sua trasformazione. Ne consegue che la realizzazione di un dipinto murale a carattere decorativo assume le stesse caratteristiche della realizzazione di un intervento edilizio, diversificandosene, semmai, in ragione della complessità dell’eventuale rimozione. Questo aspetto materiale non incide sulla qualificazione giuridica dell’opera come “irreversibile”, in quanto la “reversibilità” dell’opera non assume rilievo obiettivo ma soggettivo, essendo condizionata dalla volontà del soggetto realizzatore o del proprietario dell’edificio sul quale è stata eseguita.

Palazzo Spada, Roma

Nel caso della torre ex Enel non può costituire giustificazione l’eventuale possesso di autorizzazione comunale, giacché questa può facilmente ritenersi illegittima.

Oltre a ciò l’edificio ex Enel è un’opera architettonica di sicuro pregio; la sua età è minore dei settant’anni che la renderebbero vincolabile dalla Soprintendenza, ma rientra nel novero degli edifici segnalati dal Ministero della Cultura nel suo “Censimento Architetture italiane dal 1945 ad oggi” effettuato a séguito di valutazioni complesse basate su criteri bibliografici e storico-critici. L’edificio, opera di progettisti di fama (Renato Avolio de Martino, Giulio de Luca e Massimo Pica Ciamarra), rientra fra le 4.022 di interesse realizzate in Italia fra il 1945 e il 2023.

Massimo Pica Ciamarra

Una rarità se si pensa agli oltre 12 milioni di edifici realizzati in questi ottant’anni. Ciò può certamente essere alla base di un giusto ricorso da parte di chi quell’opera la progettò, essendosi ritrovata oggetto di una gratuita trasformazione.


Commenti

Una risposta a “MURALES E MURALI, SEMPRE DA CANCELLARE”

  1. Avatar Franco Fronzoni
    Franco Fronzoni

    concetti e fatti , giustissimi

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