MORTE DI UN INGEGNERE NUCLEARE NAPOLETANO

CONVERSAZIONE CON SUZANNE VRIONI

Incontriamo Suzanne Vrioni Ippolito nella sua bella casa di Orvieto. Sono trascorsi 60 anni dalla sentenza di condanna di Felice Ippolito che mise la parola fine sul progetto di modernizzazione energetica del nostro Paese.

Non tutti sanno che negli anni Sessanta l’Italia era la terza potenza nucleare civile al mondo grazie a questo ingegnere napoletano.

La guerra in Ucraina ha riproposto la questione della dipendenza energetica italiana dall’estero. Per decenni abbiamo finto di non vedere e anziché pianificare una soluzione, abbiamo preferito comprare fuori ciò che non riuscivamo a produrre in casa. Una scelta che oggi penalizza imprese e famiglie: una palla al piede dello sviluppo della nostra economia.

Mio padre aveva un carattere meraviglioso, sempre sorridente, propositivo”. Inizia così, con il sorriso sereno della felice nostalgia, in racconto di Suzanne, figlia di Felice Ippolito: “era una grande presenza nella nostra vita, anche se fino ai 13 anni abbiamo mangiato nell’office con la signorina. Avevamo libertà di scelta nella sua biblioteca, anche se ci consigliava i libri; così abbiamo avuto la fortuna di leggere e di avere spiegazioni su ciò che non capivamo.

L’unica proibizione erano i fumetti! né Angelica né io li sappiamo leggere. Eravamo però abbonate al Corriere dei Piccoli”. Una buona tazza di caffè interrompe per un attimo la nostra conversazione “Aveva uno spiccato senso dell’umorismo e da buon napoletano amava le battute e poi era un bell’uomo e amava le belle donne.”

Il “caso Ippolito” fu il pretesto per fiaccare il settore nucleare in Italia, colpendo l’uomo che aveva impersonato la politica nucleare in Italia. In effetti il suo allontanamento dal consiglio di amministrazione dell’ENEL e da Segretario Generale del CNEN fece sì che tardò per anni il secondo piano quinquennale, e l’ENEL, a cui era stata affidata la politica nucleare in Italia, abbandonò ogni programma riferito a quest’ultima.

Il CNEN (una creatura di Ippolito) fu ibernato per dieci anni, l’ENEL accantonò il programma nucleare, non inserendo in rete un solo chilovattore di origine nucleare per oltre 10 anni.

Non fu eseguita nessuna commessa all’industria costruttrice di reattori, impedendo di fatto il decollo dell’industria elettronucleare nazionale. Tutto ciò portò a far scadere l’Italia, in termini di potenza elettronucleare installata, dal terzo al sedicesimo posto nella scala mondiale. Nella Comunità europea (al tempo Francia e Germania non ne facevano parte) l’Italia aveva il maggior numero di centrali nucleari in funzione.

Si deve perciò ammettere, commenta Suzanne, che non è possibile accettare che un episodio personale, per quanto forte fosse la personalità coinvolta, abbia portato alle suddette conseguenze rivelatesi nefaste per la politica energetica del paese”

Lo scandalo nucleare s’abbattè improvviso il 10 agosto 1963.

L’agenzia democratica” (del Psdi) diffonde una nota di Saragat contro la politica elettronucleare (tra l’altro scriveva che fare centrali nucleari era come far da un tronco uno stuzzicadenti), ampiamente ripresa dai giornali. Seguono interventi e dibattiti sulla stampa che, tra l’altro, evidenziano grossolani errori tecnici nelle argomentazioni di Saragat. In ogni caso nella campagna scatenata da Saragat vi sonodue direttrici: una di carattere politico, l’altra di carattere moralistico -personale che aveva un bersaglio preciso: Felice Ippolito.

Cacciare il segretario generale del CNEN (posto a cui aspiravano amici dei socialdemocratici) e far fuori dal consiglio d’amministrazione dell’ENEL un testimone scomodo e intransigente, nel momento in cui si doveva provvedere allo scorporo delle attività elettriche da quelle non elettriche delle società espropriate; affari di miliardi dell’epoca”.

Perché il ministro dell’Industria Togni impose a Ippolito le dimissioni dal consiglio di amministrazione dell’Enel?

Di fronte alle accuse al segretario generale del CNEN ed ai rilievi mossi alla sua gestione, fu lo stesso Ippolito a sollecitare un’inchiesta per chiarire la situazione e la gestione del CNEN, con le responsabilità connesse. Per chiarire inoltre l’altro rilievo che veniva mosso a Ippolito, circa la sua incompatibilità tra le cariche di Segretario Generale del CNEN e di consigliere di amministrazione dell’ENEL.

Se la questione dell’incompatibilità fosse stata posta dal governo, Ippolito avrebbe esercitato la sua facoltà di opzione. Invece venne il “ricatto” da parte del Ministero dell’Industria, il cui titolare era Giuseppe Togni, noto per parteggiare per gli elettrici e i petrolieri. Togni chiedeva le immediate dimissioni di Ippolito e, come contropartita alle dimissioni, disponeva una commissione di inchiesta disposta per gli sprechi e gli illeciti che venivano attribuiti a Ippolito. Di qui la reazione violenta di Ippolito che racconta “persi il lume degli occhi e a Togni risposi tra i denti che il CNEN non era Fiumicino (all’epoca dello scandalo di Fiumicino Togni era Ministro dei Lavori Pubblici). Per il ministro fu come uno schiaffo, Immediatamente fui messo alla porta”. (1)

Così il 31 Agosto, Togni, appena 20 giorni dopo la prima nota di Saragat, con un governo in ferie dalle sue attività, firma due decreti: uno per sospendere Ippolito dal CNEN, l’altro per nominare una commissione di inchiesta.

L’aspetto inquietante è che il decreto di sospensione dal CNEN di Ippolito si basa su un’indagine/inchiesta di un gruppo di senatori DC, pubblicata dal settimanale “Vita”. Iniziativa quella dei senatori che non aveva certo rilevanza giuridica!”

Nessuno si aspettava che dopo il 31 agosto che la vicenda sfociasse in un procedimento penale, invece tutto era stato preparato perché fosse avviato un procedimento d’ufficio. Ippolito venne portato in carcere nel marzo 1964, il processo inizia l’11 giugno dello stesso anno.

Un processo sommario e pieno di lacune nel modo in cui fu condotto. Lo svolgimento del processo, le testimonianze, la realtà del CNEN dopo Ippolito delineano chiaramente la mostruosità del procedimento.

Dopo il giudizio di primo grado, nell’ottobre 1964, la condanna fu di 11 anni e 4 mesi.

La sentenza di secondo grado mette in evidenza quanto sia stata positiva e determinante l’azione di Ippolito per lo sviluppo della ricerca nucleare e del CNEN, e dimostra che lo scandalo nucleare è consistito soltanto nell’averlo montato ad arte. Del resto il peculato che la corte di appello ritiene il più grave riguarda l’acquisto del volume contenente scritti e discorsi del Ministro all’Industria Emilio Colombo, presidente del CNEN, che viene scagionato dalle sue responsabilità (Colombo è Ministro dell’Industria dal febbraio 1959 al giugno 1963 (!) e il suo successore è Togni dal giugno 1963 al dicembre 1963)”.

La condanna di Ippolito, in secondo grado, pronunciata il 4 febbraio 1966, è però ancora pesante e ingiusta: 5 anni e 4 mesi di reclusione, di cui uno condonato. Il successivo 23 maggio Ippolito ottiene la libertà provvisoria, oltre per le sue condizioni di salute, in considerazione del fatto che ha già scontato più della metà della pena: ha passato in carcere 2 anni e 40 giorni!

Il 15 novembre 1967 la Cassazione respinge i ricorsi dell’accusa e della difesa. Nel marzo 1968, Saragat, che nell’agosto 1963 aveva provocato e montato lo scandalo, divenuto Presidente della Repubblica, concede la grazia a Felice Ippolito.

Fu un atto di clemenza “retorico e beffardo” e vuole essere riparatorio, ma non un riconoscimento dell’errore iniziale. Infatti Ippolito è tornato all’insegnamento universitario, è direttore della rivista “Le scienze” (la versione italiana di Scientifical American) e può vantare la piena riabilitazione nella coscienza popolare.

Nel 1979 è eletto come Parlamentare europeo come indipendente di sinistra nelle liste del Pci, e non senza ragione. Il centrosinistra aveva fatto cilecca e il PSI si era unificato con il PSDI, il partito che con Saragat in testa aveva innescato e poi montato lo scandalo”

E’ possibile vedere nella vicenda una rivalsa delle industrie elettriche nazionalizzate o più probabilmente la preoccupazione degli industriali petroliferi a proposito dell’alternativa nucleare?

I petrolieri che avevano finanziato il partito del moralizzatore Saragat, divennero indisturbati i veri padroni della politica energetica. E’ da sottolineare che tra la destra economica, i socialdemocratici e la destra politica, compresa quella DC, vi erano interessi convergenti che coincidevano non soltanto con gli interessi dei petrolieri (“le sette sorelle”) avversi allo sviluppo nucleare, ma anche con quelli dell’industria americana.

Infatti, come fu osservato, se, come voleva Ippolito, il CNEN e l’industria italiana stavano portando avanti una tecnologia nucleare autonoma, capace di costruire reattori, gli Stati Uniti avrebbero perso il mercato italiano e l’influenza nell’area europea, dato che il CNEN aveva una posizione di prestigio nell’EURATOM.

Oltre ai suddetti interessi, volti a ostacolare lo sviluppo nucleare in Italia, agiva anche il ruolo dell’EDISON che, assieme agli ex elettrici e petrolieri, avevano per varie ragioni interesse a mettere Ippolito fuori gioco”.

L’indagine conoscitiva sull’energia nucleare (Camera dei Deputati X commissione 1973) mise in luce gli interessi internazionali sulla scelta del tipo di filiera: possono questi interessi essere stati alla base di tutta la vicenda?

Come osserverà in seguito lo storico delle Istituzioni Parlamentari Piero Craveri (2) nella sua vasta opera (La Repubblica dal 1958 al 1992) “l’attacco di Saragat” (e questa sembra sia stata la sua motivazione effettiva) finì per favorire la dipendenza italiana, sotto l’aspetto energetico, dal cartello internazionale del petrolio, con cui il nuovo presidente dell’ENI, Eugenio Cefis, siglava proprio allora un definitivo armistizio, stipulando un accordo pluriennale con la ESSO.

Le conseguenze della scellerata politica energetica condotta dai governi successivi, dopo aver fatto fuori Ippolito dal CNEN e dall’ENEL, furono devastanti per l’economia italiana.

Esse esplosero con la crisi energetica che colpì l’economia internazionale nel 1973, e, segnatamente, l’Italia, che era gravemente esposta per la sua dipendenza energetica dall’estero”.

Quale era il suo pensiero a proposito di quanto gli era capitato?

Del “caso Ippolito” pensava ciò che poi ha scritto, come tanti altri. Sono molti i libri scritti su questo. Tuttavia ciò che più di ogni altra cosa interessò mio padre fu la situazione drammatica in cui venne a trovarsi il fabbisogno energetico del Paese, che fu illustrata dallo stesso Ippolito, con dovizia di dati e argomentazioni, nel suo approfondito e documentato saggio pubblicato nel 1980 dalla rivista “Review of Economic Conditions in Italy/Economia Italiana (3). Analisi che forniva anche proposte per la politica energetica italiana, alla luce dei programmi di politica energetica per l’Europa, a cui contribuì in qualità di membro del Parlamento Europeo. Anche nei lunghi anni del carcere non restò inattivo e scrisse due bei saggi filosofici, ispirati dal suo maestro, Benedetto Croce”.

Abbiamo avuto uno splendido rapporto – mi dice Suzanne accompagnandomi all’uscita – tanto che gli ultimi cinque o sei anni della sua vita li passò a casa mia, dove si spense”.

1 O.Barrese, “Un complotto nucleare, il caso Ippolito” Newton Compton 1981, pag.108

2 P.Craveri “La repubblica dal 1958 al 1992” UTET, prima edizione TEA, pag.143

3 F.Ippolito “L’Italia nello scenario energetico di oggi” in <Economia Italiana>, n.1, 1980


NOTE DELLA REDAZIONE

La narrazione della figlia Suzanne, a distanza da circa 60 anni da quando si svolsero i fatti ai quali si riferisce, induce a qualche riflessione che può essere utile anche ai giorni nostri.

Da un attento esame della vicenda emergono particolari inaspettati, giochi politici a tutto campo, intrecci di responsabilità, dall’intervento del senatore Spagnolli al Senato a proposito della sorte delle aziende elettriche municipalizzate dopo la nazionalizzazione dell’industria elettrica e la nascita dell’Enel di cui Ippolito era consigliere di amministrazione, fino alla lettera dello stesso Ippolito, pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 23 ottobre 1991 a proposito del magistrato (Romolo Pietroni) che lo aveva incriminato e che dieci anni dopo era stato espulso dalla magistratura per collusioni mafiose. Non mancano i punti interrogativi: da Saragat, segretario del psdi che lancia gravi accuse contro Ippolito al Saragat presidente della Repubblica che concede la grazia allo stesso Ippolito condannato a cinque anni di reclusione di cui ne scontò due a Regina Coeli e più di due agli arresti domiciliari.

Tra fanfaniani e dorotei in lotta a proposito del futuro del mercato dell’energia in Italia ad una sentenza di condanna per interessi privati in atti d’ufficio motivata con una (pretesa) responsabilità dell’imputato a prescindere dal fatto che ne avesse ricavato benefici: difficile trovare una linea logica e giuridicamente valida nella vicenda. Addentrarsi in un caso che è un vero e proprio labirinto costruito dalla politica con motivazioni politiche e per finalità politiche, come accadrà in altri casi negli anni successivi è quasi impossibile: di certo sta solo il fatto che l’uso della giustizia penale per finalità ad essa estranea non ha storicamente giovato né ai partiti politici minando la fiducia in essi dei cittadini, né dei giudici, attentando al loro prestigio. Anche i ricordi di Suzanne ci aiutano a fare questa necessaria riflessione in proposito.

Grazie Suzanna,

Ilmondonuovo.club


SEGNALIAMO