IL CAPOLINEA DELL’OCCIDENTE

Quando Immanuel Kant definì l’Illuminismo come  “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità” ci stava lasciando, insieme a molte altre cose preziose, un insegnamento di sistema che ci siamo portati dietro (talvolta con fatica) sino ai giorni nostri.

A partire da quella rivoluzione filosofica, e dalla successiva rivoluzione sociale, l’Occidente è andato avanti sulla scorta di un assioma spesso aggredito ma mai sconfitto.

Sostanzialmente esso consiste nel ritenere che alla crescita e diffusione di conoscenza e libertà corrisponda quasi necessariamente un elevamento collettivo dei valori e dei comportamenti sia sociali che individuali.

Sulla base di questo elementare principio (e correggendo mano a mano le molte distorsioni interne) l’Occidente ha ritenuto di potersi proporre come simbolo e guida di un progresso generale della Umanità.

Diffondere e difendere i valori di libertà inizialmente espressi dal glorioso Illuminismo avrebbe portato a un uniformarsi ad essi della specie umana.

A quel punto, per restare a Kant, le scelte sia individuali che collettive sarebbero state generate non da motivi contingenti o tattici, ma sostanzialmente di carattere etico.

Naturalmente questa visione del Mondo era destinata ad andare spesso a collidere con i fatti della Storia.

Il potentissimo emergere dei due “gemelli totalitari” del nazismo e del comunismo finiva per dover essere elaborato soltanto come l’emergere di ostacoli lungo il cammino.

Apparivano come resistenze all’avanzamento della Ragione e ad esse occorreva contrapporsi, per superarle, con le armi della Libertà, della Consapevolezza e della Coscienza.

E, del resto poteva quasi apparire simbolicamente decisivo che la città di Berlino avesse vissuto, nel giro di meno di cinquant’anni, la caduta del Reichstag hitleriano e quella del Muro edificato dal comunismo.

Si prospettava, insomma, un processo di “occidentalizzazione” del mondo basato sulla progressiva ma irresistibile diffusione ed avanzata di quei principi che il Filosofo aveva considerato come uscita dalla minorità per la specie umana.

In questo cammino, ovviamente, la circolazione delle notizie e delle fonti di formazione e informazione era considerato essenziale.

Si riteneva, apparentemente non a torto, che il diffondersi di una comunicazione mondialmente integrata avrebbe avuto un ruolo positivamente rivoluzionario persino maggiore della stampa a caratteri mobili inventata da Gutenberg a suo tempo.

Questo spiega in parte la adesione quasi frenetica della cultura post comunista all’ideale della globalizzazione.

Violentemente deprivati del sogno dell’Internazionale “futura Umanità” questi doloranti amici traslarono la loro prospettiva sul terreno, peraltro da loro non controllato, del continuum di messaggi e contenuti che la Rete avrebbe garantito al mondo intero.

Ad un certo punto, pensarono, tutto avrebbe cominciato ad andare per il meglio.

Le grandi popolazioni del Pianeta avrebbero avuto a disposizione i contenuti per accedere gioiosamente al regno della libertà e della consapevolezza e, certamente allora, lo avrebbero fatto.

La felice prospettiva cancellò immediatamente qualunque riflessione sulla mondializzazione del mercato e sulla finanziarizzazione dell’economia che la Rete avrebbe portato con sé.

Tutti cercammo di ignorare che stava avvenendo quel che Karl Marx aveva preconizzato come un incubo.

Il concetto di sistema economico – sociale perdeva le sue caratteristiche legate al territorio nazionale per inglobare al suo interno realtà lontane fra loro migliaia di chilometri ed applicare forme di sfruttamento (o di sovra – sfruttamento) totalmente ingovernabili dal potere politico e istituzionale consolidato.

L’Occidente vede oggi ovunque attorno a sé modelli di società ben diversi da quelli sognati due – trecento anni fa.

Che si tratti di dittature ultima conseguenza del comunismo (di cui conservano ancora simboli e stile) o di regimi di stampo religioso ancora intenti a conquistare l’odiato Occidente, in fondo poco importa.

Quel che dovrebbe colpirci è piuttosto il profondo e diffuso consenso popolare che caratterizza questi universi così lontani dai nostri valori e “insegnamenti”.

Siamo di fronte a un passaggio teorico tanto doloroso quanto drammatico.

Vacilla la convinzione che gli esseri umani, una volta messi in condizione di conoscere e valutare, siano tendenzialmente portati verso una idea di uguaglianza e libertà.

Di fronte alle notizie del giovane rapper impiccato o dell’omosessuale lapidato siamo portati pensare che si tratti di un altro mondo o che questi orrori siano il frutto di folli e sanguinarie dittature.

Ma non soltanto esso è il nostro mondo con cui siamo profondamente integrati sia sul piano comunicativo che su quello economico – finanziario.

È un mondo, in entrambi i casi, sostenuto da un profondo e diffuso consenso della popolazione che considera quanto avviene giusto e corretto.

Lo avrei dovuto capire tanti anni fa.

Vigeva ancora il comunismo e io “guidavo” una italiansky delegatia, vale a dire una delle migliaia di visite che socialisti e comunisti italiani facevano oltre la cortina di ferro per farsi spiegare che tutto lì era meglio che da noi.

Giunto a Konisberg chiesi di essere portato a vedere la panchina su cui Kant amava chiacchierare con gli studenti.

Ero convinto che l’avessero conservata con cura e amore, ma mi spiegarono che l’avevano deliberatamente distrutta.

Lo fecero, se ben ricordo, anche con orgoglio.


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