Contro l’intolleranza, nella regione più insperata del mondo
di Sofia Fornari
Un premio da un milione di dollari, una legge sui luoghi di culto, una sinagoga costruita negli anni Trenta. In una regione in fiamme, un piccolo arcipelago tenta una strada diversa. Il 19 agosto scorso il Bahrein ha aperto le candidature al “Premio Re Hamad per la Coesistenza e la Tolleranza”, che mette in palio un milione di dollari «per la coesistenza e il dialogo tra le fedi». La notizia sembra stridere con il quadro regionale, attraversato da guerre, fanatismi e persecuzioni religiose. Eppure dimostra che anche nei tempi più bui, in uno degli angoli più difficili del pianeta, c’è chi lavora nella direzione opposta.
Il Bahrein è da tempo una realtà a parte. A Manama c’è una sinagoga costruita negli anni Trenta, chiusa nel 1947 e riaperta alla preghiera pubblica solo nel 2021, un anno dopo gli Accordi di Abramo con Israele. La sua comunità, una cinquantina di persone, ha dato al Paese membri del Consiglio della Shura e un’ambasciatrice a Washington. C’è un tempio indù di duecento anni ancora in uso, ci sono templi sikh, diciannove chiese e, dal 2021, la cattedrale di Nostra Signora d’Arabia ad Awali, la più grande del Golfo, costruita su un terreno donato dal sovrano. È un’antica sedimentazione di commerci e migrazioni, in un arcipelago che prima degli idrocarburi viveva di perle. Il passato, però, non spiega il presente.
Molti porti del Golfo erano cosmopoliti, ma pochi hanno poi trasformato quella memoria in politica. E invece, in Bahrein, nel 2017 Re Hamad ha firmato la cosiddetta Dichiarazione del Regno: un capo di Stato musulmano metteva per iscritto il suo rifiuto del culto imposto, definiva la libertà di scelta un dono divino e assegnava ai governi il dovere di proteggere in egual misura minoranze e maggioranze. Da quel testo sono nati il Centro globale per la Coesistenza e la Tolleranza, una cattedra dedicata al dialogo all’università Sapienza di Roma e una diplomazia paziente e discreta alle Nazioni Unite.
Nel novembre 2022 papa Francesco, primo pontefice a visitare il regno, si è seduto accanto al Grande Imam di al-Azhar in un forum sulla coesistenza tra Oriente e Occidente: un momento storico e inedito per la penisola arabica, che ancora riecheggia nel discorso pubblico di Manama. Il premio di quest’estate corona l’intero impianto. Anche le norme urbanistiche hanno il loro peso, quando si affronta con pragmatismo il rapporto tra confessioni religiose.
Nel 2023 il governo ha approvato un’unica disciplina per moschee, ma’tam sciiti, chiese, sinagoghe e templi: stessi limiti di altezza, stessi parametri volumetrici, stessi obblighi di parcheggio. In un Golfo dove i non musulmani pregano spesso in capannoni anonimi, il Bahrein ha reso pubblica la diversità religiosa. Nel gennaio 2026 il Guinness dei primati ha certificato la più alta densità di luoghi di culto al mondo: 2.123 edifici, moschee e ma’tam affiancati da chiese, templi e una sinagoga. Nella cattedrale cattolica di Awali la messa si celebra in inglese, arabo, tagalog e malayalam. Il pluralismo nel Golfo è in larga parte un portato delle migrazioni di lavoro: filippini, indiani e srilankesi che reggono l’economia e portano con sé la propria fede. Uno Stato si ritrova ad amministrare un melting pot religioso che non ha scelto ma di cui oggi non può fare a meno, per ragioni sociali, economiche, demografiche. In fondo, con le dovute differenze, è la condizione di mezza Europa.
Intendiamoci: il Regno resta una monarchia del Golfo, l’islam è religione di Stato. E il primo pluralismo che il Bahrein deve gestire è anche interno all’islam stesso, tra le sue comunità sunnita e sciita. Detto questo, il regno sta sperimentando un modello nuovo, nella speranza di stemperare le tensioni attraverso il riconoscimento formale e sostanziale del pluralismo. Un modello vale la pena sottolinearlo, che si contrappone all’illusione laicista del baathismo, che ha imperversato per decenni nel mondo arabo e che ha cercato in diversi Paesi di confinare la religione fuori dalla politica con la forza. In Iraq, in Siria e non solo, l’esito è stato disastroso: la religione è tornata sotto forma di guerra settaria.
Il Bahrein non esporterà certo in tempi rapidi il suo modello in Arabia Saudita o in Iran, ma sta dimostrando che un monarca musulmano resta musulmano anche quando protegge una sinagoga, dona il terreno per una cattedrale e premia chi combatte l’odio religioso. Se l’esperimento reggerà, il piccolo arcipelago del Golfo avrà indicato una via d’uscita dall’era dell’«intolleranza». Se non reggerà, resterà agli atti che, nel momento meno propizio, c’è chi ha scelto di costruire luoghi religiosi per tutti, anziché innalzare muri. Per gli standard della regione, non è comunque poca cosa.













Lascia un commento