GRAMSCI: L’ILLUSIONE (O L’ABIURA) DI UN PASSATO CHE NON PASSA

di Salvatore Sechi

Fine di un’idolatria?

C’è da chiedersi se, su un’ampia scala temporale, per Antonio Gramsci (il principale pensatore politico marxista occidentale) e per Piero Sraffa (lo studioso che ha maggiormente influenzato il dibattito tra gli economisti del Novecento) si possa in eguale misura usare questo lessico.

Mi riferisco all’idea che il primo sia venuto non tanto mitigando, quanto piuttosto rinunciando, alla concezione del comunismo da cui fu pervaso negli anni Venti e Trenta, e il secondo abbia finito per arrendersi, senza cedere nulla sul piano teorico, alla difficoltà di far prevalere la teoria del valore lavoro in sostituzione del marshallismo e in generale della teoria marginalista.

Pertanto, si può prospettare come realistica, se non matura, l’idea che Gramsci di fronte all’insuccesso o al fallimento di diverse sue opzioni politiche abbia fatto un passo indietro e inteso chiudere un’esperienza politica, anche di vita.

Aveva raccolto i cocci di euforiche esaltazioni, débâcle e ripensamenti diversi.

Di alto livello fu la sua progressiva autocritica rispetto all’originaria (stabilita dal Comintern) visione del dopoguerra, quando scrisse: “La crisi catastrofica in cui si dibatte la civiltà europea può essere arrestata solo dalla radicale sostituzione di un sistema di Consigli operai e contadini allo Stato democratico-parlamentare”.[1]

È la radiografia dello Stato bolscevico che avrebbe creato un “ordine nuovo”, col suo monopolio della forza (anche militare) e del suo ceto dirigente. Fu il carattere della strategia che Lenin intuì, ma non poté tradurre in azione di governo, col passaggio dalla “guerra manovrata “alla “guerra di posizione”.

In altre parole, la rivoluzione del 1917 fu il momento più alto di una tattica politica di assalto frontale nell’intento di corrispondere al carattere specifico dell’Occidente, carattere non rinvenibile altrove “in Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto… Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte” [2].

Amò chiamarla “guerra manovrata” e la vide non solo teorizzata ma incarnata in Trotsky e nella sua concezione della “rivoluzione permanente”. Gramsci ritenne, invece, fosse venuto il momento di pensare all’assedio, cioè alla cd “guerra di posizione” in quanto egli considera la rivoluzione del 1917 come l’ultimo episodio della “guerra manovrata” e della “tattica d’assalto” al potere.[3]

Non evitò, però, di tacere che alla caduta degli Imperi centrali era seguita un’egemonia anglo-americana, concentrando in Lenin e Wilson le figure del grande cambiamento in corso. Questa realtà ebbe come risvolto la rinuncia, dopo la prorompente infatuazione per l’ottobre sovietico, a concepire la rivoluzione come un’opera nodale da assolvere in due tempi. Era precisamente quanto avvenuto in Russia, dove al sommovimento eversivo di febbraio seguì quello più esteso di ottobre nello stesso 1917.

Gramsci si convinse anche che non era proponibile uno schema unico. Bisognava rassegnarsi alla complessità, individuata nella stratificazione dei centri di potere, delle autonomie dell’Occidente sia rispetto alla Russia sia più un generale all’Oriente. È la prognosi della sua categoria più significativa, cioè dell’analisi differenziata.

Di una netta sconfitta Gramsci apertamente parla, in primo luogo, in riferimento al consiliarismo, in una sola città e settore produttivo (la metalmeccanica Fiat) del 1919-’20.

Non si esime dal riconoscere che l’occupazione delle fabbriche in settembre[4] e ancor più le lotte operaie della primavera-estate 1920 sfociarono in un clamoroso fallimento. E questo si cumulò alla mancata insurrezione in Polonia (dove l’Armata rossa dovette arrestarsi) e in Germania, insieme allo scatenarsi della guerra civile e dell’aggressione imperialistica all’URSS. Di qui la coscienza che matura in Gramsci di un nesso da rafforzare tra le fortune del partito russo e la rivoluzione in Occidente.

In primo piano venne affermata l’importanza del consolidamento, dell’istituzionalizzazione del suo comando e potere, vale a dire della necessità e scelta della classe operaia di darsi un’autorità coordinata, centralizzata e stabile.

Non solo l’unità del partito onde non dar luogo a scissioni. Non essendovi in URSS che un solo partito (il PCUS) avrebbe significato anche una micidiale spaccatura sociale. Gramsci non nasconde che fosse anche indispensabile far assumere al movimento rivoluzionario la forma storicamente inedita dello Stato.

Leonardo Rapone ha messo in evidenza il progredire in Gramsci della percezione per cui, malgrado la rottura con la Seconda Internazionale, il primato assegnato alla coscienza sociale e all’iniziativa dal basso (cioè la soggettività rivoluzionaria) non erano in grado di garantire auto-sufficienza. Esse andavano integrate con i nuovi rapporti di forza (la rivoluzione in URSS) e la necessità di un’autorità istituzionale capace di ordinare e gestire il corpo sociale. In altri termini la rivoluzione nella concezione della Terza Internazionale da auto-coscienza (individuale e di classe) si doveva fare, e si era fatta, architettura istituzionale, assumendo la forma dello Stato.[5]

Di qui la presa d’atto di ciò che era successo nel decennio successivo, cioè il dover constatare che la copia-madre del consiliarismo, cioè i Soviet, erano stati sostituiti dalla statolatria (il termine è dello stesso Gramsci) prevalsa nelle pratiche di governo dei bolscevichi.

Il potere del partito/Stato, come videro i socialisti europei, aveva esautorato l’autogoverno consiliare.

In secondo luogo, all’assunzione del bolscevismo e dell’URSS come “Stato operaio” non era seguita la fine del capitalismo e dello sfruttamento. In Italia aveva prevalso una nuova configurazione e stratificazione del potere, il fascismo.

Dopo il rientro dal soggiorno in URSS nel 1922-1923, Gramsci lo definisce, sulla base di un’analisi processuale della rivoluzione (imposta da Bucharin agli assai riottosi comunisti italiani), vale a dire “un originale fenomeno di massa”, cioè di riorganizzazione del potere sulla società di massa, per niente effimero.[6]

I comunisti italiani nacquero, invece, come un gruppo di minoranza chiuso, con una mentalità clandestina e cospirativa (da emigrati come li rappresenterà a lungo l’ucraino Daniel Manuilsky). Il non avere potuto contare, a Livorno, nel 1921, su un seguito consistente tra gli operai, malgrado l’autorità e il prestigio del Comintern, fu una ferita aperta e una stimmate: “fummo sconfitti, perché la maggioranza del proletariato organizzato politicamente ci diede torto… Fummo – bisogna dirlo – travolti dagli avvenimenti; fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana”.[7]

In terzo luogo, la ritematizzazione e riformulazione della conquista del potere in Occidente. È un approccio nuovo, a datare dal febbraio 1924, che si fonda, dopo lo scacco ella rivoluzione in Germania, sul rilievo delle differenze esistenti tra la società e l’organizzazione dei poteri in Occidente e in Russia, e la conseguente complessità nel formulare una linea di condotta comune inclusiva dell’Italia (dove si era avuto nel 1919 una formidabile estensione dei consensi al PSI):

“La determinazione, che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all’assalto rivoluzionario, nell’Europa centrale e occidentale si complica per tutte quelle superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l’azione della massa e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica più complessa e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e l’ottobre 1917”.

In quarto luogo la grande crisi finanziaria e le lotte sociali contro l’inflazione e le bardature di guerra non avevano corrisposto alla previsione di un tracollo imminente del sistema di produzione fondato sul lavoro salariato. Quindi la rivoluzione aveva perso la forza del movimento, di una soluzione rapida. E nel 1924, di fronte all’instabilità determinata dal terrorismo di Sato di cui fu vittima il parlamentare socialista Matteotti, mostrò tutto il suo irrealismo la proposta di un “governo operaio e contadino” come alternativa al fascismo. Venne formulata da Lenin e accolta, bon gré mal gré, da Gramsci.

Per finire, di fronte al collasso finanziario del 1929 e ai suoi strascichi sociali negli anni successivi a spuntarla fu la radicale capacità di innovazione del capitalismo. Gramsci l’attribuì all’intervento guidato dalla mano pubblica. Invece di un proletariato che si fa Stato si ebbe la diffusione a macchia d’olio di americanismo e fordismo, cioè una società di massa che costrinse lo Stato a munirsi di nuove funzioni e poteri.

Mi pare, però, che il rilievo maggiore e più forte sia stato formulato chiaramente da uno dei maggiori dirigenti della Fondazione Gramsci di Roma, Silvio Pons: il deficit di egemonia politica che Gramsci ravvisa nell’Unione sovietica. Tanto da indurre lo storico fiorentino a scrivere che essa “sembra implicare una prospettiva di subalternità alla forma di egemonia rappresentata dalla ‘rivoluzione passiva’”.

Mi pare un grave errore mettere in capo al PCI, per accreditarne la sua “diversità positiva” (come fece Enrico Berlinguer e i comunisti emiliani), queste forti innovazioni e un netto distacco dalla linea del Comintern che Gramsci avrebbe elaborato.

Esse non ebbero nessun seguito. Quella di Gramsci non fu una linea politica, ma una riflessione privata, nella solitudine di un carcere fascista.

Il partito di questa riflessione fortemente autocritica di uno dei suoi fondatori non ne venne messo a conoscenza se non nel secondo dopoguerra, vale a dire in seguito alla pubblicazione da parte di Einaudi dei Quaderni dal carcere, peraltro di non facile lettura.

E non la fece propria. Con in testa Togliatti dopo la guerra di Spagna, si mosse fino alla fine della guerra di Liberazione nella prospettiva che venne sancita dai Triumvirati insurrezionali, cioè del “fare come in Russia”.

Il passato che non passa, la riduzione del mito soreliano della rivoluzione da criterio di legittimazione a realtà della prassi politica.

Questa lontananza estrema dall’elaborazione di Gramsci risalta in grande evidenza dalla ricostruzione analitica e fino ad oggi insuperata di un noto studioso toscano.[8]

A metà degli anni Trenta Gramsci si vide costretto a rimodulare addirittura il linguaggio. Si astenne dal chiamare l’URSS, come aveva sempre fatto, “Stato operaio” e si abbandonò mestamente ad una narrazione dei suoi difetti. Li vide riassunti nel bonapartismo del saggio di Marx dedicato a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, pubblicato a Berlino nel 1895. Dunque, un sensibile distacco dalle posizioni degli anni Venti e Trenta. Il disincanto e la fine progressiva di illusioni e speranze.

L’idealizzazione della rivoluzione russa aveva portato Gramsci, come altri giovani rivoluzionari dell’epoca, ad un’opzione radicale e tragica, cioè ad aderire all’idea estrema, sicuramente avventurosa, che Silvio Pons formula così: “Gramsci legittima senza riserve l’operato di Lenin e dei bolscevichi, che vede non come utopisti ma realisti, organizzatori della coscienza di massa e portatori di ordine nel caos russo, aderendo all’idea e alla pratica della dittatura proletaria quale istituto garante della libertà.”.[9]

Questo giudizio poteva essere espresso, e lo avevano già fatto Piero Gobetti e Benedetto Croce segnalando nell’ottobre sovietico l’inizio di un processo di liberalizzazione del popolo russo ed asiatico.

Pons temo faccia di più citando l’etica della responsabilità di Walter Benjamin. Sembra assumere, dopo oltre settanta anni – salvo prenderne le distanze nel prosieguo del suo importante saggio – come un grimaldello, se non addirittura un inno alla libertà, anzi una garanzia di essa, la prassi estremamente autoritaria dei bolscevichi al potere.

Come dimenticare che era fatta anche di robespierrismo, cioè di sopraffazione e terrore. Molto prima di Francois Furet, Lenin negli appunti sui Quaderni sull’imperialismo aveva voluto puntualizzare due date, due esempi che si rincorrevano: 1789 versus 1917.

L’usare una riflessione teorica e agganciarla all’azione politica è una licenza che spetta ai politici di professione. Si dovrebbe lasciare ad essi la scelta di ignorare o sottovalutare quel che la stessa storiografia e la memorialistica (da Ante Caliga fino a Victor Serge) ha documentato. Vale a dire che alla conquista del Palazzo d’Inverno – direi dal 1917 fino ad oggi con Putin – ha fatto seguito non una primavera di chissà quali diritti civili e sociali, ma la creazione di un implacabile e longevo totalitarismo e dispotismo di sinistra.

Di qui l’avversione costante, tenace dei comunisti di ogni grado e stazza al socialismo “democratico”. Non è opportuno ripetere quanto appartiene al vissuto di ognuno, cioè che a differenza di Mosca e degli Stati fratelli, i socialisti (aderenti alla Seconda Internazionale) una volta al governo, hanno garantito regimi di pluralismo, di grande sviluppo economico, con avanzati servizi civili, politiche di pace, senza le decimazioni e i campi di concentramento che hanno operato come stabili istituzioni di prevenzione e repressione in URSS e dintorni.

Rispetto allo zarismo si può parlare, ricorrendo a fogge lessicali/categoriali di Pareto, del potere bolscevico come di una forma di circolazione delle élites?[10]

Del degrado o involuzione dell’URSS Gramsci percepisce i tratti nel primo quinquennio degli anni Trenta. Se non cessa, certamente mitiga sensibilmente ogni residuo entusiasmo per la prassi politica, la cultura e l’opera di governo di Lenin e di Stalin.

Pons li riconosce e li segnala. Non ritiene, però, di dover prendere atto, e sottolineare che, a prescindere da Gramsci- le conseguenze della gramsciana “rivoluzione contro Il Capitale” risiedettero nella configurazione del regime sovietico come una micidiale, inesausto, e finora incoercibile, regime dittatoriale.

L’origine di esso andava individuata proprio nel carattere della Terza Internazionale: la valorizzazione incondizionata della soggettività, la spinta all’azione diretta e rivoluzionaria. Non si possono tacere i suoi risultati drammatici. Sono sulla pelle di centinaia di milioni di persone. Pertanto, non ci si può limitare – come mi pare faccia Pons – a racchiuderla in “una cultura politica incentrata sul ruolo della soggettività, il fondamento di una visione anti-deterministica e anti-meccanicistica della storia”. È vero, ma non è tutto.

Secondo Lenin e i bolscevichi, questa cultura era quella della Seconda Internazionale, cioè delineata nel Capitale da Marx e riassunta da Gramsci – e ora da Pons – nel suo famoso articolo un mese dopo la Rivoluzione d’ottobre. [11]

Il grande, insuperabile limite storico del marxismo di Marx sarebbe stato quello di affidare trasformazioni e rotture degli equilibri economici e politici allo sviluppo delle forze produttive, alla crescita della borghesia, al superamento dell’arretratezza e alla modernizzazione economica ecc.

La rappresentazione de Il Capitale di Marx in Russia ebbe l’avallo di un leader politico come Markov, la guida dei menscevichi. Ma esso, secondo Lenin, Gramsci e lo stesso Pons, “era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie”.[12]

Il che significava un’idea della “rivoluzione come il frutto di un profondo rivolgimento della società, una combinazione tra la spontanea crescita della coscienza di massa e l’azione della soggettività politica. Identifica molto presto lo scenario del ‘nuovo ordine’ con la figura dello Stato bolscevico, il suo monopolio della forza e il suo ceto dirigente”.[13]

Questa rivoluzione era in realtà una contro-rivoluzione. Aveva creato uno Stato di cui la maschera dei Soviet non riusciva a nascondere la mancanza di pluralismo, il riconoscimento della esistenza delle minoranze, la vocazione al plebiscito, a una indomita vocazione all’autoritarismo e al potere del partito unico.

Né allora (basta pensare allo scioglimento nel 1918, ad opera di Lenin che aveva perso le elezioni, dell’Assemblea costituente) e tantomeno dopo quando questo carattere si diffonde. Gramsci lo chiama statolatria, controllo sui cittadini, repressione del pluralismo e del dissenso.

Quasi a metà degli anni Trenta in Gramsci matura una riflessione critica negativa, in cui sembra alludere non a un’escrescenza sovrastrutturale rispetto ai Soviet, ma a una condanna pesantissima, cioè a un maestoso ed epocale fallimento della stessa concezione del comunismo, e non solo del socialismo reale.

I successori di Gramsci (da Palmiro Togliatti e ad Enrico Berlinguer, e non di rado gli stessi intellettuali alla testa della Fondazione Gramsci) non riterranno, anche sulla base di questo suo giudizio negativo, che la strada fosse stata lastricata per condannare l’URSS come uno dei maggiori regimi ad alto tasso di dispotismo del Novecento.

Si limitarono, dopo oltre mezzo secolo, a circostanziare errori e mistificazioni. Non si volle andare oltre il limite di aspetti specifici. È mancata, quindi, una condanna generale dell’intero manufatto della società-Stato costruita da Lenin e Stalin, cioè il riconoscimento di un fallimento epocale e dell’estrema pericolosità dell’attuale sistema autocratico che avrebbe generato Putin e l’invasione a mano armata dell’Ucraina.

Nella ricostruzione che Silvio Pons ha proposto del rapporto di Gramsci col bolscevismo e con l’URSS al primo posto balza, direi correttamente, la rottura col marxismo della Seconda Internazionale.

Sui loro annosi dilemmi e contrasti ideologici ha prevalso la dura replica dei fatti, cioè della storia. Dunque la dittatura sovietica non come misterioso e soteriologico istituto e garanzia di libertà, ma piuttosto strumento potente e feroce per lo spegnimento dei movimenti consiliari (i Soviet), neutralizzazione e abrogazione delle minoranze, l’esaltazione dello Stato e il ricorso alla risorsa della violenza e del terrore, a cominciare dallo sterminio dei contadini.

Una ventina di anni prima Gramsci con un tono recriminatorio, senza ricorrere a denunce prorompenti, anticipa alcuni aspetti cruciali del rapporto segreto di Kruschev al congresso del Pcus, nel 1956.

La ricetta della dittatura proletaria come istituto garante della libertà non riempie la bocca di nessuno. Era l’impensabile, l’inaudito. Anche perché lo stesso Gramsci nel 1935 si accinse a redigere un bilancio negativo, cioè del fallimento, della costruzione del socialismo (o della “grande trasformazione” che dir si voglia) in età staliniana. Non si riferì solo all’uso della violenza per imporre la prima industrializzazione e le altre misure di politica economica (come il piano quinquennale), ma il tema più vasto dello Stato e delle sovra strutture politiche. Questo era stato al centro della sua riflessione politica fin dal 1917.

Ma quasi quindici anni dopo, cioè nel 1931-’32, l’idea della dittatura proletaria come garanzia di libertà aveva lasciato il posto all’uso di parole, di concetti inequivoci. Avevano a che fare col fanatismo non solo teorico del progetto di onnipotenza dello Stato, al peso degli apparati burocratici, delle misure amministrative, all’imperversare della propaganda, al fenomeno della militarizzazione che all’inizio degli anni Trenta contrassegnò le relazioni sociali tra città e compagne nell’Unione sovietica. Era uno scenario in cui potevano attecchire risorse egemoniche?

Credo ci si debba chiedere di fronte al questa silloge di neo-bonapartismo se anche l’ormai residua militanza di Gramsci non avesse imboccata la strada non più dell’attesa fiduciosa, di una rinnovata riserva, ma quella del distacco, della separazione.

Con maggiore cautela e misura mi pare che il presidente della Fondazione Antonio Gramsci di Roma, non intenda negare questo esito: “Gramsci è ormai molto lontano dalla sua visione giovanile della ‘dittatura proletaria’ come transizione verso un nuovo ordine e come condizione di libertà. Giunge anzi a rovesciare quella prospettiva, alludendo al pericolo che la dittatura post-rivoluzionaria divenga un fine in sé, un autoritarismo privo di egemonia destinato a riprodurre violenza e dogmatismo. Un ostacolo e una negazione della nuova relazione tra governanti e governati che costituisce, nella sua concezione, la cartina di tornasole della costruzione del socialismo”.


[1] L’Ordine Nuovo, 2 agosto 1919

[2] Quaderni dal carcere 7, p. 866.

[3] Ivi, p. 850

[4] Si veda Angelo Tasca, I primi dieci anni del Pci, Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 113-114.

[5] Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono secoli: Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919) Roma, Carocci, Roma 2011, p.409.

[6] Antonio Gramsci, La costruzione del Partito Comunista Italiano, Einaudi, Torino 1971, pp. 33-34

[7] Si veda Antonio Gramsci, La rivoluzione contro Il Capitale, “L’ordine Nuovo”, 15 marzo 1924.

[8]Franco Sbarberi, I comunisti e lo Stato 1929-1945, Feltrinelli, Milano 1980.

[9] Mi riferisco al saggio Pons S., Gramsci e la Rivoluzione russa: una riconsiderazione (1917-1935), “Studi Storici”, fasc. 4\2017, pp. 883-928, in cui viene approfondita la prospettiva analitica inaugurata da un precedente saggio di Giuseppe Vacca, L’Urss staliniana nei Quaderni del carcere, in Id. Appuntamenti con Gramsci, Donzelli, Roma 1999.

[10] In questo caso, è stato il commento di Enrico Leone sul settimanale dell’anarchica Unione sindacale italiana, Guerra di classe, il processo rivoluzionario sarà “borghese” e “giacobino”. L’alternativa allo Stato (radice di ogni diseguaglianza) non sono i partiti né il parlamento, di cui Leone diffida tenacemente, ma piuttosto i Soviet, il Comitato della delegazione operaia, il Commissariato del popolo, e l’esercizio della repressione e del terrorismo. Di qui l’avversione al socialismo “statale e democratico”, al “riformismo parlamentarista”, all’economia di mercato al permanere del dualismo dei poteri (creatosi in URSS dopo il 1917), fino alla stessa approvazione dell’azione dei bolscevichi contro l’Assemblea costituente. Verrà sciolta da Lenin una volta che a spuntarla alle elezioni furono i menscevichi di Martov.

[11] Antonio Gramsci, La rivoluzione contro Il Capitale, ‘Avanti”, 24 novembre 1917.

[12] Ora in Antonio Gramsci, Scritti politici, vol. 1,a cura di Paolo Spriano, Editori Riuniti, Roma 1973, vol. 1, p. 130.    

[13] Pons S., Gramsci e la Rivoluzione , cit.