Articolo estratto dal pdf gratuito “STORIE” n. 8
di Diego Castagno
Angelo Petraglia arriva a New York nel 1881, ammassato nella stiva di un piroscafo partito dalla Campania. Il padre fa il manovale, la famiglia vive stipata nelle case d’affitto del Lower East Side. Il piccolo Angelo ha appena 5 anni.
Da adolescente cambia il cognome in Patri per facilità di pronuncia, studia la notte, si laurea e nel 1913 compie un’impresa mai riuscita a un emigrato di prima generazione: diventa il primo preside di origine italiana nella storia degli Stati Uniti. Gli affidano la Public School 45, nel cuore del Bronx, un quartiere-cantiere in cui convivono in una tensione permanente decine di nazionalità diverse: italiani, ebrei ashkenaziti, irlandesi, afroamericani, polacchi.
La scuola dell’epoca rispondeva a questa esplosione demografica con la cosiddetta “anglo-conformity”, una sorta di assimilazionismo forzato che imponeva ai ragazzi di cancellare la propria lingua madre, le proprie radici e la propria cultura ed abbracciare una nuova cultura e una nuova dentità standardizzata.
Il giovane Patri capisce che questo modello non è solo “violento”, ma politicamente inefficace. Se la scuola reprime le identità e si limita ad insegnare nozioni astratte, finisce per respingere i ragazzi, consegnando alla strada, alla criminalità e alla marginalità sociale.
La visione politica e pragmatica di Angelo Patri nasce da qui ed anticipa di un secolo il dibattito sulle periferie e sulla funzione della scuola. Patri non è un idealista ingenuo, né un moralista, ma un materialista della formazione che parte dall’idea che o la democrazia è un’infrastruttura di accesso alle risorse o è una truffa.
La sua prima mossa politica da preside è abbattere la separazione tra la scuola e la città reale. La PS 45 cessa di essere un edificio burocratico con gli orari d’ufficio per trasformarsi in un hub territoriale aperto da mattina a sera. Patri introduce laboratori di ceramica, falegnameria, pittura, giardini pensili e orti gestiti direttamente dagli studenti. Chiama a insegnare a scuola gli artigiani del Bronx, i sarti, i falegnami, i musicisti del quartiere, costruendo un’alleanza concreta tra l’istituzione pubblica e il tessuto produttivo informale del territorio. Fa inoltre il percorso inverso: porta i ragazzi nelle strade, nei cantieri, nei giornali locali, insegnando loro a leggere la metropoli come un testo vivo.
Patri ribalta il concetto di diversità. Per lui, la molteplicità delle origini non è un deficit da correggere con l’omologazione, né una trappola identitaria in cui isolarsi. È la materia prima con cui contrattare un nuovo potere di cittadinanza. Ai figli degli immigrati non chiede di rinnegare da dove vengono, ma insegna loro ad acquisire un’identità flessibile e plurale: capaci di muoversi nella rete della metropoli americana senza farsi schiacciare e senza cedere la propria singolarità.
In un’epoca in cui la pedagogia era riservata alle élite o confinata nell’accademia, Patri capisce l’importanza dei mass media come strumento di lotta politica. Per oltre trent’anni scrive la rubrica “Our Children” su uno dei principali quotidiani statunitensi, o viene ospitato ed intervistato in radio. Usa la sua visibilità pubblica per spiegare a milioni di famiglie lavoratrici che l’educazione dei figli non è un fatto privato, ma la più grande questione di welfare pubblico di una nazione moderna.
Angelo Patri ci lascia un’eredità politica chiarissima, straordinariamente utile per leggere le metropoli contemporanee: la risposta alla solitudine, al degrado e al razzismo delle periferie non è la chiusura difensiva dell’istituzione, né la nostalgia per un passato che non esiste più. È la costruzione di presìdi pubblici ad alta intensità di relazioni, capaci di aprire i propri spazi alla vita vera e di dare a individui diversi gli strumenti materiali per costruirsi un futuro comune.
Il distretto 45 del Bronx è la prima che mette in pratica le idee di comunità educativa, riprendendo John Dewey, che agli inizi del Novecento introdusse il concetto di scuola come comunità sociale interconnessa con il territorio. Angelo Patri applica concretamente il modello uscendo dalla scuola per stringere alleanze con bottegai, medici e famiglie del quartiere. In Italia anni dopo Giuseppe Lombardo Radice descrisse l’esperimento di Patri usando parole che anticipavano la formula:
«Chi educa è lo spirito educativo comune, che si incarna in tutti i congiurati per il bene».
Il termine comunità educante fu poi inventato da Aldo Agazzi e definito concettualmente da Raffaele Laporta come il risultato dell’evoluzione di una precisa idea pedagogica e sociologica che si sviluppa nella seconda metà del Novecento italiano.
Con “La difficile scommessa”, pubblicato nel 1971, Laporta teorizza la necessità di superare la separazione tra scuola e società, definendo la comunità territoriale come una “struttura educativa complessa” o, appunto, una comunità strutturalmente educante. Il pensiero di Laporta parte dal concetto che l’educazione non è un mandato esclusivo della scuola, ma un processo diffuso che coinvolge l’intero ecosistema sociale, le famiglie, le istituzioni, e il terzo settore.
L’istituzionalizzazione del concetto di comunità educante avviene con i Decreti Delegati del 1974, la grande riforma della scuola sull’onda delle istanze partecipative del Sessantotto. Nei decreti la scuola viene definita per la prima volta, per legge, come una «comunità che interagisce con la più ampia comunità sociale e civica».













Lascia un commento