di Stefano Torossi
La storia è una, che però ogni tanto si triforca in quella più complessa di un terzetto di compaesani abruzzesi, talmente caratteristico da non farci capire bene se sono loro a caratterizzare un’epoca o è l’epoca a caratterizzare loro.
Siamo al giro del secolo, fra l’800 e il ‘900, il momento magico della “Romanza da Salotto”. Francesco Paolo Tosti è il nostro protagonista. Gli altri due sono Francesco Paolo Michetti, pittore e Gabriele Rapagnetta-d’Annunzio, poeta, che appena entra nella combinazione si libera della prima parte del cognome e rimane con il solo e immaginifico D’Annunzio con la D maiuscola. Sono legati da un’amicizia cominciata presto, che durerà tutta la vita e si rinnoverà ogni volta che riusciranno a ritrovarsi in un luogo speciale creato da uno di loro nella sua città. Ne parleremo.
Tosti nasce e comincia presto a studiare musica a Ortona, poi si sposta a Napoli presso Saverio Mercadante, che è talmente colpito dal suo talento da riconoscergli un (modestissimo) stipendio di sessanta franchi al mese come studente-insegnante di violino e composizione. Problemi di salute lo riportano a Ortona, dove, a letto malato per parecchi mesi, comincia a comporre le sue romanze, che manda all’Associazione Artistica di Firenze e all’Editore Ricordi. Respinte senza pietà.
Guarito, passa un altro intermezzo di fame e incertezza ad Ancona mentre organizza spettacoli musicali per gli operai che costruiscono la Ferrovia Adriatica; poi finalmente la fortuna gira.
Nel ’70 (subito dopo la breccia di Porta Pia – se non è senso del tempo questo…) piomba a Roma, conosce al caffè del Teatro Valle il famoso pianista Sgambati che gli offre la sua protezione e gli organizza un concerto alla Sala Dante. Nel pubblico c’è la principessa Margherita di Savoia. È fatta. Stregata dal suo talento la futura Regina d’Italia lo nomina suo professore di canto: lezione due volte alla settimana al Quirinale. Da qui ai saloni dei palazzi di Roma il passo è brevissimo. Negli archivi c’è addirittura una lettera di Verdi che cita Tosti come il miglior insegnante che ci sia in città.
Con questa garanzia alle spalle, a fine anni ’70 parte per Londra, dove sa di poter contare sull’appoggio di un altro compare abruzzese, il famoso violoncellista Gaetano Braga. Ben presto diventa organizzatore della vita musicale di corte e professore di canto di tutta la famiglia reale inglese, nonché dei principini delle case di Spagna, Norvegia, Svezia e Romania, e di Alexandra, moglie dello Zar Nicola II. Anche qui non fatica a entrare nei salotti che contano e in poco tempo ecco a voi il più famoso e ricco compositore di canzoni di tutta l’Inghilterra.
È ammesso alla Royal Academy of Music, diventa cittadino britannico e il suo amico, il re Edoardo VII lo nomina baronetto. La consacrazione mondana arriva quando Vanity Fair gli dedica la rubrica “L’uomo del giorno” del 14 novembre 1885. Lo studio di Tosti, con il mitico pianoforte bianco sormontato da una grande foto di Verdi con dedica, è la location più ambita di Londra per i figli della nobiltà e per i cantanti professionisti che ci vanno a rinfrescare la tecnica.
La rinuncia alla cittadinanza italiana ha provocato a suo tempo parecchie polemiche in patria, ma tutto sembra tornato a posto nel 1908 in occasione di una grande festa patronale ad Ortona, quando la città organizza un concerto in onore di Tosti, al quale lui assiste insieme al numero due Michetti (il numero tre, D’Annunzio, che non può venire, manda un calorosissimo telegramma).
Alla morte del re d’Inghilterra, nel 1910, rientra definitivamente in Italia, a Roma, dove va ad abitare all’Hotel Excelsior (che bella l’abitudine di questi artisti che, diventati ricchi e famosi, se ne infischiano di affittare un appartamento e si installano nei grandi alberghi) e ci muore nel 1916. La mancanza di condoglianze ufficiali dei reali d’Italia in occasione del funerale potrebbe voler dire che forse proprio tutto a posto non era tornato, dopo il suo passaggio alla cittadinanza inglese. Non lo sapremo mai.
Francesco Paolo Tosti è un gran furbo, ma, intendiamoci, non è un impostore. Oltre che ottimo compositore, pianista, docente e cantante, è un formidabile pubblicitario di sé stesso, perfettamente all’altezza, in questo, dei suoi due compari citati prima: Michetti e soprattutto D’Annunzio.
La sua bravura è avere identificato il fenomeno musicale del momento e averlo fatto suo. Questa puledra che lui cavalca da maestro è, appunto, la “Romanza da Salotto”.
È una formula che proprio allora ha raggiunto la perfezione e più tardi diventerà la nostra canzone popolare: un testo azzeccato su un motivo orecchiabile, il tutto accompagnato in modo semplice ma raffinato, pochi accordi e qualche trillo; soprattutto è cantabile e suonabile non solo da professionisti ma anche da signorine di buona famiglia.
La romanza, prima di diventare da salotto, si svincola dall’opera lirica e fa i primi passi con Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi e finalmente a fine secolo, appoggiandosi per i testi a famosi poeti come Pascoli, Fogazzaro, D’Annunzio, Carducci, arriva fra le dita e sull’ugola di Tosti che si mette al pianoforte, si schiarisce la gola e, hoplà! in tutte le direzioni schizzano i suoi successi: “Ideale”, “Vorrei morir”, “Non t’amo più” e simili confetti di sicuro richiamo commerciale (comunque, non scordiamocelo, di alto livello come testi e sapienti come musiche) che tutti, ma proprio tutti cominciano allora e non smetteranno più di cantare.
E adesso, un salto alla tana dei tre abruzzesi. Da secoli a Francavilla c’è un convento francescano abbandonato. Negli anni ’80 il benemerito sindaco della città, ha una di quelle intuizioni miracolose che possono anche cambiare la storia e decide di affidarlo al concittadino Michetti, già famoso come pittore, perché ne faccia un centro di cultura, incontri e studi.
Nasce il “Conventino”, gestito con ospitalità munifica proprio da Michetti e sua moglie.
Un giardino romantico, un forno per la cottura delle ceramiche, e probabilmente anche di polli e salsicce, un’atmosfera di amicizia semplice, un ribollire di talenti (tutti gli artisti dell’epoca ci passano e ognuno ci trova un pergolato sotto cui chiacchierare e una cella per dormire – Matilde Serao lo definisce: “Il più giovane, il più forte, il più intellettuale centro d’Italia”) e non ultimo un nido di passioni: speciale quella esplosa fra Tosti e la nobile polacca, sua allieva, Maria Vernowska, su cui nel 1939 il regista Brignone girerà addirittura un film “Torna caro ideal”, che racconta quel mondo primordiale e sincero, descritto nelle parole di Gabriele e ritratto nei quadri dell’altro Francesco Paolo.
Il “Conventino”, diventato monumento nazionale nel ’39, rimarrà negli anni l’orgoglio dell’Abruzzo nel mondo e l’approdo dei ritorni a casa di questi tre amici che molto viaggiano, ma poi si ritrovano, uno per dipingere le scene dei drammi teatrali dell’altro, che nel frattempo ha scritto i testi per le romanze del terzo, il quale porterà quei versi in giro per il mondo sul suo pianoforte facendo la gloria di tutti e tre.













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