UNA SCUOLA PUÒ TUTTO

Articolo estratto dal pdf gratuito “STORIE” n. 8

di Diego Castagno

Simonetta Salacone è stata una dirigente scolastica di Roma molto amata ed una figura di riferimento per la scuola pubblica romana. Ha legato la sua vita e il suo lavoro all’”Istituto Comprensivo Iqbal Masih” del quartiere Centocelle, trasformandolo in un laboratorio di inclusione radicale per alunni stranieri, rom, sordi e provenienti da contesti di forte marginalità sociale.

È stata una preside “controcorrente”, appassionata e “in trincea” per anni, capace di costruire concretamente una scuola che fosse un presidio civico permanente, aperto anche oltre l’orario delle lezioni per ospitare attività culturali, sociali e di comunità, e arginare la dispersione scolastica.

Oggi l’Istituto Comprensivo di quel territorio porta il suo nome raccogliendone l’eredità di modello di pedagogia pubblica e di testimonianza sociale per i diritti materiali dell’infanzia, punto decisamente d’attualità in tempi di decreti repressivi che mostrano una grande incertezza in tema di interventi e politiche di prevenzione e coesione sociale. 

Simonetta Salacone è un figura “enorme” nel mondo della scuola perché ha dimostrato sul campo trent’anni fa e in un quartiere complesso come Centocelle che la scuola o è un’infrastruttura di comunità ed un presidio fisico sempre aperto o perde, cioè rinuncia al suo ruolo sociale e lascia lo spazio vuoto.

Simonetta Salacone diventa preside alla fine degli anni ’70 e le viene affidata la scuola di Centocelle, il 126° Circolo Didattico di Roma. Incomincia una storia che porterà ad una delle prime “scuole Aperte nel nostro paese, in una periferie di frontiera che comincia a diventare un laboratorio e ad anticipare molte delle dinamiche che si vedranno nella grandi città italiane negli anni a seguire, nel bene e nel male.

“La scuola può tutto” ripeteva la Salacone. La scuola si può aprire, non è solo una utopia o una velleità. E nelle periferie, dove la scuola è lo stato, si deve partire dall’educazione, dalla scuola che, senza retorica, da sempre crea e forma il futuro di qualunque comunità.  

La periferia oggi nelle città delle “superdiversità” non sono solo i laboratori nei quali sperimentare ma gli incubatoti delle culture e delle sottoculture che compongono l’identità di una comunità e di una città. Nel cambiamento impetuoso di questi anni e nel progressivo arretramento della mano pubblica nella vita delle persone la scuola è forse l’ultima delle infrastrutture che mostrano capacità di resistenza. La scuola oggi nelle periferie coincide con la presenza del stato, ed è il laboratorio dove ripensare le strategie per la convivenza e la coesione sociale. 

Centocelle è stato in particolare negli anni a cavallo del secolo un quartiere laboratorio dove le analisi e le politiche si sono sviluppate quasi spontaneamente e non secondo un disegno armonico. È una delle grandi periferie urbane di Roma, un “blocco” di case cresciuto lungo l’asse della via Casilina con le caratteristiche tipiche della stratificazione delle borgate romane. Nella storia di Centocelle e dei quartieri vicini c’è la memoria della crescita complessa della capitale, l’abusivismo edilizio degli anni Cinquanta, i movimenti del riscatto proletario, la cementificazione degli anni Settanta e venendo ai giorni nostri l’improvvisa mutazione demografica tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila.

In quegli anni Roma vede cambiare la sua struttura economica e sociale, sulla spinta di una progressiva deindustrializzazione cominciata negli anni 80. Sulla crisi delle reti sociali tradizionali si innesta il cambiamento demografico dell’inizio del 2000. Le periferie della capitale in particolare i quartieri che sorgono ad est diventano il luogo delle nuove povertà immateriali e dei nuovi flussi migratori, un territorio di transito e un “margine”, schiacciato tra l’assenza di servizi di prossimità, l’involuzione securitaria delle istituzioni centrali e un degrado che va oltre quello materiale. Tra le varie povertà che si sviluppano in queste e atre periferie e non solo a Roma, assume una rilevanza sempre maggiore l’alta incidenza di dispersione scolastica.

Oggi ad esempio il numero di laureati in percentuale sulla popolazione residente totale nel centro di Roma è otto volte superiore a quello delle periferie: ennesima conferma delle disuguaglianze che crescono da vent’anni a questa parte nel nostro Paese. In questo contesto, l’intervento pubblico ha storicamente oscillato tra il disinteresse burocratico e la risposta contenitiva. La presenza dello Stato si è manifestata negli ultimi 30 anni sotto forma di presidio che sanziona e eroga assistenza a pioggia, un modello incapace di intercettare le trasformazioni strutturali di un quartiere in cui la scuola residua era vissuta come un corpo estraneo: un luogo formale da abbandonare prima possibile per integrarsi nei circuiti informali della strada. In questo senso la dispersione scolastica è un indicatore di benessere di una comunità molto efficace.

La pressione migratoria e la marginalità del quartiere negli anni ha determinato logiche di contrapposizioni politiche spesso lontane dalla realtà del territorio, le stesse logiche visibili oggi: un eterno dibattito tra prevenzione e sicurezza artatamente costruito sull’alternativa delle due cose e non sulla loro complementarietà. Ultimamente si registra un’inversione di tendenza, con la consapevolezza che nelle periferie, comprese le più problematiche, la scuola è comunque un “presidio”, spesso l’unico, che regge, nonostante tutto. 

La scuola di Centocelle è tra le prime scuole in Italia a teorizzare, definire e rendere concreto un modello di apertura al territorio. Simonetta Salacone porta nel 126° Circolo Didattico di Roma idee nuove e innovative. Non interpreta la dirigenza scolastica come una mansione amministrativa o un ruolo d’apparato. Formatasi nella cultura della pedagogia democratica italiana e sostenitrice dell’attuazione materiale dell’Articolo 3 della Costituzione, individua immediatamente la distorsione del sistema: la scuola selettiva, che chiude i cancelli alle 16:30, non è neutrale; è un dispositivo che riproduce le disuguaglianze di partenza. La sua intuizione è politica e organizzativa insieme: l’idea è quella di trasformare la scuola elementare di un quartiere periferico da “servizio a tempo parziale” a infrastruttura di confine e presidio civico permanente. La scuola non deve limitarsi a istruire chi già possiede gli strumenti culturali per accedere al sapere; deve farsi carico dell’intero contesto sociale in cui il bambino risiede, a partire dai fragili e da chi resta fuori dal welfare, compresi gli invisibili. “La scuola” per la Salacone “non è un servizio a domanda individuale, ma l’ossatura repubblicana sul territorio. O accoglie il contesto per trasformarlo, o diventa complice della sua segregazione.”

I progetti che la scuola di Centocelle vengono costruiti attraverso una serie di dispositivi pedagogici e sociali a lungo termine. Il primo è il tempo pieno integrato nel contesto di una “Scuola Aperta”. 

A Centocelle l’orario scolastico viene ampliato: gli spazi dell’istituto rimangono aperti e presidiati nei pomeriggi, durante i fine settimana e nei mesi estivi. I cortili e le aule diventano gli unici spazi pubblici gratuiti e sicuri di Centocelle, creando una alternativa concreta e materiale per i ragazzi  all’abbandono e alla strada. Anticipando di anni la legislazione sui patti educativi territoriali, nel 1999 la Salacone promuove la nascita della prima rete tra scuole del Distretto XIV, con l’obiettivo di superare la frammentazione dei singoli istituti per costruire un’unica politica dell’infanzia su scala urbana.

Ci sono poi i progetti sull’alfabetizzazione dei genitori e delle madri migranti, corsi di italiano e di educazione civica alle madri degli alunni. L’inclusione degli alunni stranieri viene affrontata non secondo la logica del”differenziale linguistico” ma ragionando sulla persona all’interno del suo contesto e la sua rete famigliare, partendo proprio dalla madre, individuata come il perno dell’integrazione del nucleo familiare nel quartiere.

Altro ambito di lavoro è l’integrazione della disabilità e della popolazione Rom, in anni in cui la presenza di minori Rom provenienti dai campi attrezzati della via Casilina generava spinte razziste e xenofobe spesso violente o segregazioniste, cui la politica dava di solito risposte emergenziali, 

A Centocelle si sperimentano i percorsi di inserimento ordinario nelle classi per i ragazzi rom affiancati da servizi di mediazione culturale e da percorsi di scolarizzazione cooperativi, cioè tagliati sui bisogni dello studente e sulla collaborazione con le famiglie e le comunità.

Infine ci sono i laboratori permanenti di arte, musica e teatro, un esempio di come la cultura può essere concepita non solo come elemento ricreativo extra-curricolare, o strumento didattico, ma anche come strumento di “compensazione sociale”. I laboratori musicali e teatrali aperti alla cittadinanza, trasformarono la scuola nel centro culturale del quartiere Prenestino-Centocelle. 

Da Centocelle, e dalla scuola che poi fu intestata a Iqba Samih, partirono le prime sperimentazioni in tema di creazione di distretti e di ambiti, e le prime apertura pomeridiane, con percorsi di alfabetizzazione serale e presidio estivo, idee che ancora oggi vengono considerate essenziali a ricostruire comunità coese.

L’eredità concettuale di Simonetta Salacone è stata sintetizzata nella raccolta postuma dei suoi scritti. “La scuola può tutto” (Agra Editrice, Roma, 2018) è una antologia del pensiero di Simonetta Salacone. Dall’analisi dei suoi saggi e degli interventi pubblicati tra il 2009 e il 2015 contro la stagione dei tagli lineari all’istruzione emergono tre pilastri teorici fondamentali oggi attuali più che mai.

Il primo è il rifiuto del concetto di “integrazione” a favore di quello di “incontro”: Salacone sostiene che la parola integrazione presupponga l’adeguamento unilaterale del soggetto fragile a un modello dominante prefissato, una sorta di assimilazionismo chiamato con un nome diverso ma uguale nella sostanza. Il compito della scuola è produrre incontri paritari, in cui la diversità è la condizione comune di partenza dell’intero gruppo classe.

In netto contrasto con un’idea di scuola orientata al mercato concentrata sui “crediti” e con l’idea del dirigente-manager orientato al bilancio, la Salacone ha sempre rivendicato pubblicamente il primato dell’autonomia scolastica, in particolare durante la sua  presidente dell’IRRSAE Lazio nei primi anni della riforma Berlinguer, esperienza nella quale ha avuto la possibilità di definire un suo pensiero a proposto della funzione e del ruolo della scuola pubblica come strumento di emancipazione delle classi subalterne. La scuola pubblica è definita come il luogo materiale in cui la Carta costituzionale prende forma nel garantire libertà e opportunità, vive oppure rimane come lettera morta. Senza uguaglianza nei luoghi di partenza formativi, la libertà formale diventa un privilegio di classe.

L’esperienza di Simonetta Salacone dimostra che la costruzione di una “scuola aperta” non è una misura contingente di alleggerimento per le famiglie, né un semplice programma di animazione territoriale. È un’operazione di riappropriazione dello spazio pubblico.

Di fronte all’avanzare delle nuove solitudini urbane, alla contrazione delle risorse destinate al welfare e alla tentazione ricorrente di rispondere al disagio giovanile con strumenti di sola natura penale, il modello Centocelle indica una strada precisa: lo Stato è presente dove apre luoghi di sviluppo, non dove alza recinti. La scuola che non chiude alle quattro di pomeriggio resta la prima, vera infrastruttura di resistenza sociale della città contemporanea.