IN FUGA DAL SACRO

di Beppe Attene           

Le tre premesse che introducono a queste disgraziate righe sono state concepite in maniera tale che il malcapitato lettore possa decidere da subito se non proseguire il cammino per non condivisione o disinteresse verso quel poco che seguirà.

Prima premessa

Si può essere ragionevolmente certi che ogni essere umano abbia inaspettatamente incontrato durante la sua vita, una o più volte, una dimensione che possiamo definire come Sacro, o Numinoso, o Tremendum.

Qualcosa, insomma, che gli parlava direttamente di “qualcosa” di Assoluto, infinitamente più esteso e superiore rispetto a qualunque esperienza o conoscenza vissuta sino a quel momento.

Poteva essere un raggio di sole che si faceva strada tra le foglie bagnate dalla pioggia.

Poteva essere lo sguardo di un cane che faceva capire di star percependo qualcosa di irraggiungibile al tuo apparato sensoriale.

Poteva essere un Canto Gregoriano nell’Abbazia di Sant’Antimo nelle vicinanze di Montalcino.

Poteva essere di tutto, giacché il Sacro parla tutte le lingue.

Seconda premessa

Quanto sopra sintetizzato non dipende soltanto dalla “potenza” del messaggio.

Anzi, questo messaggio non esisterebbe senza una predisposizione, spesso totalmente inconsapevole, di colui che in quel momento lo riceve.

Il raggio di sole continuerebbe a scivolare fra le foglie bagnate e non direbbe proprio nulla.    

Non si tratta del “kerigma” che travolge, segnandolo anche fisicamente, Paolo di Tarso sulla via di Damasco e gli rivela la vera e profonda essenza del Cristo.

Il Sacro, nella forma in cui ne stiamo parlando, si manifesta soltanto in presenza di una attesa e propensione del ricevente.

Somiglia, forse, di più al pensiero di Pascal: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”.

Terza premessa

È apparentemente in contraddizione con le altre due, ma va espressa comunque.

Non necessariamente il contatto con il Sacro conduce a comportamenti e scelte positive, anzi può succedere esattamente il contrario.

La scoperta della esistenza di una Verità assoluta e totale può spingere a impadronirsene e convincersi di poter conseguentemente agire senza limiti.

La Storia che abbiamo alle spalle, sia antica che recente, è piena di casi che largamente  lo dimostrano.

E, purtroppo, così anche il Presente.

La convinzione di avere trovato un Senso al divenire del mondo può rendere buoni e corretti, ma anche cattivi e implacabili (anche verso sé stessi, se del caso).

            E, tuttavia, è impossibile non occuparsene ogni tanto.

Si tratta della vera caratteristica fondante della specie umana rispetto a tutte le altre che apparentemente non si chiedono quale sia la direzione e il senso del contesto ma si limitano a vivervi ed operarvi dentro.

Si può certamente pensare e sostenere che questo “adeguamento” iniziale al contesto che caratterizza le altre specie implichi una forma di conoscenza istintuale e superiore.

Ma certamente non si può dimenticare che l’individuo della specie umana viene al mondo molto più incompleto di quello delle altre specie.

L’essere umano abbisogna di un paio di decenni di tempo per formare i propri completi circuiti cerebrali e regolare compiutamente il loro rapporto con la percezione sensoriale e l’espressione sia fisica che verbale.

Contrariamente al cucciolo di cane, che nasce sapendo già tutto quel che deve sapere ed essendo solo sprovvisto della necessaria forza muscolare, l’essere umano dedica una grande parte della sua vita iniziale a formarsi interiormente sulla base delle sollecitazioni che riceve dall’esterno.

            I circuiti cerebrali a un certo punto si assestano e (salvo patologie ed invecchiamento) gestiscono tutti i rapporti, anche momentanei ed estemporanei, con tutti i fattori esterni all’individuo.

Spesso i risultati non sono buoni ma tant’è, il rapporto operativo con il mondo è assai complesso.

Una sola questione rimarrà aperta sino alla fine dell’esistenza. È, ovviamente, quella della percezione del Sacro e del conseguente rapporto con l’Assoluto.

Le grandi Religioni monoteiste garantiscono da millenni una funzionale e corretta risposta alla domanda sul significato più ampio della presenza dell’Umanità nel Tempo e nello Spazio.

Esse offrono addirittura un cammino di transito rivolto in quella direzione.

Il credente di Religione Cattolica, che ha consapevolmente accettato il Dogma della Transustanziazione, sa di avere (in seguito alla Comunione) stabilito uno strettissimo e personale contatto con il Corpus Christi.

Ogni volta che la vita gli offrirà altre incursioni del Sacro, egli  fortunatamente saprà riconoscerlo e collocarlo nel suo cammino.

            Ma, come abbiamo detto, il Sacro parla (da sempre) a tutti, credenti o meno che siano.

Al di là dunque dell’aspetto strettamente religioso che si concreta, per i singoli come per la collettività, in una Rivelazione, il rapporto con l’Assoluto rimane per tutti uno snodo cruciale e inevitabile dell’intera esistenza.

Uno snodo, aggiungo, non necessariamente doloroso ma, al contrario, portatore di forza e di conseguente identità.

Uno snodo che pone ciascuno di fronte alla necessitante domanda se sussista o meno un Senso più generale di tutte le cose.

Un Senso, aggiungo ancora, che sia alla base delle continue scelte cui la vita costringe ogni essere umano e alla auto-definizione di sé stesso che ognuno pratica dalla conquista della maturità (e quindi della responsabilità) sino alla morte.

            Il presupposto che regge, da millenni o da sempre, questo cammino è che questo valore assoluto esista e sia ricercabile, ma non obbligatoriamente raggiungibile.

In questo senso il valore non sta nel raggiungimento dell’obiettivo ma piuttosto nel cammino intrapreso per raggiungerlo.

Anzi, il valore sarebbe il cammino stesso.

Si può essere più o meno convinti che l’obiettivo cui la specie umana deve tendere sia un mix di libertà individuale e di giustizia sociale.

Ma se proviamo a pensare a cosa sarebbe oggi il mondo senza i tentativi, magari anche maldestri, di raggiungere quell’obiettivo è probabile che ci vengano i brividi.

Certo, non è detto che quello sia l’unico obiettivo cui si possa pensare.

Resta però certo che in assenza di generali punti di arrivo sognati o evocati, la nostra presenza sulla Terra sembrerebbe ridursi alla missione genetica di sopravvivere per garantire la riproduzione della specie.

            Ecco, questo è oggi il rischio che stiamo correndo.

È crescente l’indifferenza per il Sacro che agita profondamente oggi la nostra società.

Essa appare determinata dalla convinzione, diffusasi come una droga di massa, che non vi sia nulla di non facilmente ritrovabile e conoscibile per il tramite del WEB e successivamente del IA.

Stiamo vivendo un passaggio biblico. Non casualmente forse la Madre Terra ce lo segnala con mutamenti climatici e catastrofi naturali.

Non casualmente, forse, sovviene alla mente la Torre di Babele.

Costruita per sfidare Dio e facilmente raggiungerlo, ne provocò la reazione che consistette nella cancellazione dell’unica lingua parlata e nella dispersione in mille rivoli dell’Umanità.

Certo, non è che un episodio del Genesi ma altrettanto certamente l’archetipo della Torre di Babele sembra parlarci oggi con inesausta potenza: una stessa lingua, una comune presunzione e un tragico dover ricominciare tutto da capo.