LO STUPRO DI PIACENZA

Un giovane uomo, probabilmente sbarcato da uno dei barconi che solcano il Mediterraneo, improvvisati taxi a caro costo, ha stuprato una donna per strada a Piacenza. Quando sono arrivati i carabinieri era ancora intento alla prestazione sessuale. È stato arrestato, poi forse rimesso in libertà e avviato all’iter processuale. Un altro ha accoltellato otto persone, la maggior parte donne, in prossimità della stazione centrale di Milano. Analoghe violenze si ripetono da alcuni anni a questa parte. Subito esplode il processo mediatico particolarmente virulento in epoca di diritti, delle donne in particolare. Lievemente mitigato dall’essere gli aggressori, spesso immigrati e dunque vittime di emarginazione e passati soprusi subiti.

C’è sempre una linea meno dura per questi casi da parte dei mezzi dell’informazione, perché è stato comandato loro di non incoraggiare i sentimenti xenofobi della popolazione. Si che il processo di inclusione perseguito con tenacia possa procedere senza intoppi. Nonostante ciò il processo e la conseguente condanna mediatica vengono celebrati. Un’occasione ghiotta per assestare un altro colpo alla società patriarcale, al maschilismo, a coloro che si oppongono alla libertà delle donne, e alla parità dei generi. Generi non solo femminile e maschile ma anche omosessuale, transgender e tutte le varianti dell’arcobaleno LGBT. Acronimo opportuno in un processo di liberazione ancora non compiuto, quando la declinazione delle varie situazioni potrebbe irritare i cosi-detti ben-pensanti ancora restii alle novità.

Che poi non si capisce per quale motivo l’opera di convincimento delle masse al nuovo, debba ricorrere, come tappa finale per eliminare ogni residua resistenza, alla parola fascismo. Con il che si individua in quel periodo storico la responsabilità delle resistenze a ciò che la modernità ritiene virtuoso. La cosa introduce valutazioni storiche e politiche complesse che non possono esaurirsi in una demonizzazione di un periodo storico come causa di tutti i mali passati e futuri. Ma così è, e dunque tirar fuori il fascismo serve a chiudere ogni discussione e rifugiarsi nei massimi sistemi tipo ipse dixit aristotelico. Anche perché in tema di libertà e diritti, gli stati autocratici o dittatoriali sono conservatori, refrattari a comportamenti non in linea con il profilo etico che ritengono adatto alla società, non a caso si definiscono stati etici, a differenza delle democrazie nelle quali la libertà dei comportamenti è consustanziale alla dimensione laica degli stessi.
Sul tema, fascismo equivale a comunismo, o a qualsivoglia regime illiberale. È nota la refrattarietà con cui il rapporto sentimentale Togliatti-Iotti non venisse sbandierato, o addirittura nascosto, per ragioni di opportunità “etica.” Così come l’omosessualità che causò la cacciata di Pasolini dal partito comunista.

Tornando al nostro caso, pur con tutte le attenuanti, il malcapitato immigrato nero è stato esposto al pubblico ludibrio, condannato prima del processo a furor di stampa. C’è stata per lui la malaugurata concordanza con la campagna in atto per la difesa dei diritti delle donne, i femminicidi e tutto il resto. Altrimenti a buon diritto si sarebbe invocata la vita misera o la guerra da cui era fuggito, e le torture subite in Libia e le altre geremiadi alle quali la stampa e la televisione si abbandonano, con l’obbiettivo che altri le raccolgano e se ne facciano carico. Gli altri sempre gli altri, mai chi le denuncia e ne fa occasione di polemica politica. Gli altri sono la gente che deve accettare e aiutare gli immigrati, integrarli nella loro vita di ogni giorno. Gli altri sono i governanti che se di sinistra non fanno mai abbastanza, se di destra sono criminali.

Nel caso in questione si dovrebbe avere più comprensione per il mostro di turno. Si anche lui è una vittima, come la donna stuprata. È vero, probabilmente fuggiva da una vita misera, o da guerre, o più semplicemente giovane, a cercare l’avventura. Gli avevano detto che venire da noi era raggiungere il paradiso, e magari aveva investito in quell’impresa tutto il denaro che possedeva. E si era messo in viaggio a sfidare i pericoli e la morte del lungo viaggio. Poi dopo l’arrivo niente o poco di quanto aveva sperato, di quanto avevano promesso: il miraggio di una vita nuova, migliore di quella in Africa che aveva lasciato.

Colpevole non è solo chi delinque, colpevoli sono anche coloro che predicano accoglienza e integrazione e poi lasciano questa umanità di colore allo sfruttamento del lavoro bestiale, al vagare nelle piazze e nelle strade, esposti alle lusinghe della malavita. Vagano per sopravvivere, in preda ai bisogni primari della vita, tra questi gli alimenti per nutrirsi, c’è il bisogno di vestiti per coprirsi, di un alloggio per vivere e per ripararsi dalle intemperie, e dalle insidie della strada.
C’è da soddisfare lo stimolo della fame e della sete, e anche quello sessuale. E per tutti questi bisogni servono l’educazione, l’inserimento sociale e tutto il resto per garantirli, indirizzarli, tutelarli. Ma se costoro vengono abbandonati nelle strade al loro destino, soccombono, trasformandosi in derelitti, oppure diventano aggressivi in preda agli istinti basilari. Non c’è bisogno dei sociologi per comprendere che si arriva alla violenza e a tutto il corollario che l’accompagna. Se le dovrebbero ricordare queste cose quelli che predicano accoglienza ed integrazione, senza sporcarsi le mani, fidando nell’opera caritatevole di organizzazioni umanitarie, o affidando la pratica a cooperative nate a fini di lucro e gestite da equivoci personaggi come l’Aboubakar Soumahoro di turno.


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