IL TRAPIANTO DI FEGATO

INTERVENTO SALVAVITA NELLE MALATTIE EPATICHE GRAVI

In passato si conosceva principalmente l’alcool come causa di danno epatico, aggravato dalle carenze alimentari che l’abuso alcoolico portava con sé. Accadeva perché le calorie che il vino garantiva, toglievano lo stimolo della fame, ed anche perché il fegato compromesso causava deficit nella digestione e nell’assorbimento. Si constatava pure che l’astensione dal vino o similari, più una dieta ricca ed equilibrata nei vari costituenti alimentari poteva rendere reversibile il danno prodotto, se non era ancora intervenuta la fibrosi.

Perché l’essenza della malattia sta nell’aggressione da parte dell’insulto tossico, al quale l’organismo risponde con il fenomeno dell’infiammazione che tende a neutralizzarlo con riparazione del danno. Ma nella reiterazione della dinamica, come accade nei bevitori abituali, il processo fisiopatologico porta alla morte cellulare con sostituzione del parenchima nobile con tessuto fibrotico. Per la verità basterebbero anche pochi epatociti sani rispetto alla gran massa che forma il fegato per assicurare le funzioni dell’organo.

È che qui gioca sfavorevolmente la capacità rigenerativa dell’organo che crea nuovo tessuto epatico, questo, insieme alla fibrosi porta ad un sovvertimento della struttura del fegato con fenomeni di compressione sui canali di diramazione portali, biliari, venosi ed arteriosi. Il nuovo tessuto fibrotico ed epatico rigenerato si sovrappone all’originale struttura parenchimale ed esita in un sovvertimento dell’organo al quale si dà il nome di cirrosi epatica.

Accanto all’alcool bisogna considerare altre sostanze tossiche che possiamo ingerire con il cibo, oppure anestetici come i gas di un tempo, o anche l’azione diretta di certe droghe e farmaci sugli epatociti. Poi ci si sono messi i virus, una serie che si allunga continuamente. All’inizio il virus A che si prendeva attraverso la via orale, non particolarmente cattivo; poi venne il B che si prendeva per via ematica, più aggressivo; dopo il C ancora più perfido. Da ultimo sono comparsi i virus Delta, E, F, G, TT, il Sen virus. Questi nominati sono specifici del fegato, poi ci sono virus che colpiscono anche il fegato: Cytomegalovirus, virus di Epstein-Barr, Coxsackie, ed Herpes virus.

Per l’epatite da virus B si è trovato un vaccino, per quella da C si è trovato il farmaco antivirale. Per quelli nuovi che si presentano, gli si corre dietro con la ricerca di nuovi antivirali. Ultimamente furoreggia un nuovo tipo di epatite, che ha a che fare con i nuovi stili di vita. Si chiama NASH, acronimo in lingua inglese che sta per Epatite Steatosica Non Alcoolica. È un gradino in più del fegato grasso, qui l’accumulo di lipidi innesca una reazione infiammatoria da cui un’epatite simile a quella dalle altre cause. C’è di mezzo una alimentazione impropria con eccesso di grassi, il diabete, il sovrappeso, la scarsa attività fisica, famaci, predisposizione genetica.

La genetica e il sistema immunitario entrano in causa in altre forme di danno epatico che posso evolvere sino alla cirrosi, come la colangite sclerosante e le malattie autoimmuni.

Dunque riassumendo: alcool, dieta scorretta, virus, varie sostanze tossiche, e le ultime nominate, concorrono da sole o insieme al danno epatico. L’organo si ammala, ma può resistere anche tutta la vita se pur malconcio. Può accadere però, che se lasciato a sé stesso, può determinare un’emorragia interna, può rendere un’infezione incontrollabile, può esitare in una insufficienza epatica terminale. Quando è così compromesso, prima che compaiano le complicanze sopra elencate, e comunque prima che la compromissione metabolica e l’ittero danneggino pesantemente gli altri organi dell’organismo, bisogna prendere una decisione drastica: il trapianto.

Sì il trapianto diventa l’unica possibilità per scongiurare un’evoluzione letale della malattia. I centri nei quali sono concentrate tutte le competenze necessarie per eseguire la sostituzione dell’organo, comprendono varie figure professionali: chirurghi, epatologi, anestesisti, rianimatori, trasfusionisti, emodinamisti, radiologi, psicologi. Queste strutture si trovano diffuse in tutta la penisola, praticamente in ogni Regione, meno quelle più piccole come l’Umbria o la Lucania, ecc. A Roma ce ne sono quattro più uno pediatrico.

L’organo viene prelevato da persona in condizione di morte cerebrale ma con attività cardiaca ancora presente, viene messo sotto ghiaccio e trasportato nel Centro. Lì viene perfuso con una soluzione adatta ad evitare i deterioramenti da mancata circolazione ematica ed ossigenazione. Il ghiaccio prima, la perfusione poi riducono il metabolismo ed eliminano le sostanze tossiche che si producono nel tempo dell’anossia, ossia prima di essere impiantato nel ricevente.

Si può prendere anche una parte di fegato da vivente, magari consanguineo che facilita l’attecchimento del trapianto. Si perché il grande problema, oltre l’aspetto tecnico è la tolleranza da parte dell’organismo dell’organo estraneo. La si ottiene con la similarità del gruppo sanguigno e con altre compatibilità genetiche che vengono testate prima dell’intervento. Eseguito il quale si somministrano massicce dosi di immunosoppressori che riducono la risposta aggressiva del sistema immunitario. Con il tempo verranno progressivamente ridotti ma non eliminati del tutto. Causano danni alla salute dell’organismo, sono veleni, ma è lo scotto da pagare per far vivere l’organo. Il malato che affronta tutto questo dovrà fare un percorso non facile, ma se riesce a trovare la forza per percorrerlo sino in fondo, avrà in premio un tratto di vita nuova, uno scampolo di vita in più.


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