GIOACCHINO ROSSINI

Conosciuto da tutti come ghiottone e cuoco sopraffino, pare che nella seconda parte della sua vita fosse in realtà un depresso cronico, grasso, malfermo di salute, senza neanche un dente e con una pelata totale occultata sotto la sua sterminata collezione di parrucche (come si vede benissimo nell’immagine).

Superstizioso, nasce il 29 febbraio 1792, anno bisestile e muore in un altro anno bisestile, il 1868, a novembre, di venerdì 13.

Dotato di una grande disposizione musicale e di una bella voce di contralto, è un bambino precoce; in seguito riuscirà a essere anche un pensionato precocissimo.

Scrive la prima opera a 14 anni, dopo aver fortunatamente scampato il pericolo, ancora in agguato per i fanciulli musicali della sua epoca, di essere castrato e avviato alla carriera di “evirato cantore”, e l’ultima a 37 (in tutto sono 39), dopodiché campa nel lusso e nella gloria per altri quarant’anni, senza quasi più prendere in mano la penna (una delle pochissime sue composizioni di questo periodo la intitola con un certo qual senso dell’umorismo “Peccati di vecchiaia”.) A chi gli chiedeva il perché di questa rinuncia, lui rispondeva: “Ho scritto musica fin quando le melodie venivano a cercarmi; ma ho smesso quando ho dovuto andarle a cercare io”.

Beethoven. Un’occasione per definire la differenza di carattere fra due grandi fu un incontro: da una parte Rossini, trent’anni, famoso, elegante, ricco, pieno di gioia di vivere; dall’altra Beethoven, precocemente invecchiato, povero, sporco, incattivito dalla sordità. Difficile la comunicazione attraverso i taccuini di conversazione e tremenda l’impressione che l’alloggio, praticamente una catapecchia, fece a Rossini e all’amico che lo accompagnava, il quale a Gioacchino che non riusciva a trattenere le lacrime fece notare che la colpa era dello stesso Beethoven, un “bisbetico vecchio misantropo incapace di avere degli amici”.
Quella sera stessa Rossini, a cena dal conte di Metternich tentò di aprire a favore di Beethoven una sottoscrizione che andò a vuoto perché tutti rispondevano la stessa cosa: “Beethoven è impossibile”.

Forse depresso, come dicono le biografie, era di sicuro un gaudente, dote probabilmente ereditata da suo padre Giuseppe, detto Vivazza per il suo carattere festaiolo ed espansivo, “trombetta comunale” nella banda di Pesaro. Esuberante doveva essere stato anche il suo incontro con la futura moglie Anna, dato che dovettero sposarsi in tutta fretta per evitare che il piccolo Gioacchino nascesse addirittura prima della cerimonia.

Il Vivazza, a causa della sua accesa adesione alla rivoluzione francese costretto a scappare continuamente da Ravenna a Bologna a Ferrara inseguito dai mandati di cattura del governo pontificio, rappresentò nel periodo dell’adolescenza di Gioacchino una costante fonte di inquietudine, che segnò per sempre il nostro rendendolo un adulto paurosissimo dei cambiamenti politici e delle novità tecnologiche. Ebbe sempre una fifa folle di viaggiare in treno, convinto che la velocità (i forse 30 km dell’epoca!) potesse distruggere i nervi di un uomo.

Pauroso nella vita pratica è invece avventuroso nella musica: produce capolavori a velocità prodigiosa. Capolavori che spesso non vengono riconosciuti subito come tali: famosissimo fiasco quello del Barbiere di Siviglia al suo debutto al Teatro Argentina di Roma, addirittura con scazzottate in platea, chissà se da attribuire a spettatori realmente insoddisfatti oppure a una claque organizzata dai nemici, come si usava allora (e anche adesso). Già alla terza replica, comunque, l’opera emerge e il fiasco diventa un trionfo.

Movimentata anche la sua vita coniugale. Sposa il soprano Isabella Colbran, con cui vive la prima parte della sua storia, quella della produzione frenetica, dei trionfi e del continuo viaggiare tra le città d’Italia e Parigi. Poi, diminuita la frenesia creativa e aumentato il capitale guadagnato insieme alla pigrizia, conosce a Parigi, ci convive e poi la sposa (solo dopo la morte di Isabella) Olympe Pelissier, una signorina dalla reputazione non proprio immacolata, la quale col tempo si rivelerà ottima moglie ed eccellente padrona di casa.

La sua storia merita due righe: nata a Parigi in una famiglia poverissima, a quindici anni la mamma la vende a un nobile, che a sua volta la rivende a un milionario americano. In seguito (non sappiamo esattamente come) debutta in società. Si fidanza con il pittore Horace Vernet, di cui è anche modella per alcuni quadri celebri, poi passa alla letteratura, con Eugene Sue e Honoré de Balzac (che evidentemente non è alla sua altezza, tanto è vero che dopo che si sono lasciati, la definisce stizzosamente “una cortigiana cattiva”).

Finalmente la ragazza approda alla musica: corteggiata da Bellini e Rossini allo stesso tempo, sceglie quest’ultimo con il quale va a vivere prima da concubina, molto chiacchierata dalle signore snob dell’epoca, poi da moglie ufficiale, diventando, come abbiamo già detto, una perfetta padrona di casa prima a Parigi, poi a Bologna, a Milano, a Firenze e finalmente di nuovo a Parigi.

Qui, fra un salotto letterario e una serata musicale organizzati impeccabilmente, cura, coccola e assiste fino alla morte l’amatissimo Gioacchino (il quale, poveretto, combatte la sua battaglia contro un doloroso tumore al colon; e alla fine, come tutti, la perde).

Rossini lascia in eredità il suo non indifferente patrimonio alla città di Pesaro, che ancora lo onora con un famoso festival, ma ne garantisce l’usufrutto vita natural durante a Olympia, la quale, prima di morire dieci anni dopo di lui, si dichiara grata e “glorificata già abbastanza dal nome che porta”.

Un’altra eredità del Maestro è quella gastronomica, piatti intensi che nella nostra epoca salutista fano un po’ paura. Famosi i tournedos alla Rossini: cuori di filetto di manzo coperti con foie gras e guarniti col tartufo: un trionfo del gusto e un avvio al colesterolo.

Già che siamo sulla gastronomia vale la pena di riportare uno scambio di simpatici giudizi culinari fra Rossini e un altro grande, Wagner, il quale, richiesto di descrivere l’italiano, lo definì “Un grosso epicureo farcito non di musica ma di mortadella”, al che Rossini ribatté: “Wagner è un arrosto senza sugo”. Prosit

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