di Marcello Paci
Giornali, televisione e altri mezzi d’informazione, con qualche eccezione, al di là del riportare fatti, si sentono investiti della missione di esprimere opinioni, giudizi, indirizzi politici, a mio parere, non richiesti dalla loro specifica funzione di informare. Di più: appaiono condotti e frequentati a vario titolo da addetti che in varia misura sembrano avere il dono della sapienza nel senso olistico del termine.
Una categoria, quella dei sapienti, che in senso stretto si riteneva frequentata dagli studiosi delle accademie, delle università, delle scuole di pensiero, in vario modo tutti eredi di coloro che un tempo si erano formati nello studio del trivio e del quadrivio. La cultura acquisita e continuamente incrementata ora come allora, conferiva loro il riconoscimento dello status di intellettuali.
Nella modernità e particolarmente oggi i giornalisti, dopo un percorso di studio principalmente sui temi dell’informazione, si formano nelle redazioni dei giornali, negli studi televisivi, e nella prassi del mestiere. In questa veste oltre a scrivere sui giornali su temi che spaziano dalla cronaca (loro precipua funzione), alla politica, alla scienza, allo spettacolo e molto altro, presenziano eventi, intervengono in congressi, dirigono seminari specialistici, soprattutto partecipano a dibattiti televisivi.
Qui l’espressione del pensiero assume aspetti pittoreschi: i discorsi si alternano a messaggi pubblicitari, riprendono tra gli insulti reciproci dei partecipanti, in risonanza con i trucchi violenti di visi femminili ritoccati, al cospetto di un pubblico schierato su barricate contrapposte ululante o plaudente a comando.
Come apparirà a questo indefinibile consesso culturale, il costume del silenzio, l’appartarsi in una baita della foresta nera a pensare e scrivere come fu nel secolo scorso di Heidegger uno dei filosofi tra i massimi della cultura tedesca, o nei secoli precedenti e in casa nostra di Macchiavelli che trascorsa la giornata tra la gente del suo podere e poi dell’osteria si rintanava la sera in casa, e dimessi gli abiti del giorno si vestiva a festa per parlare attraverso i libri con i grandi uomini della storia?
Inoltre questi intellettuali (ma sarebbe più corretto definirli operatori dell’informazione) non disdegnano di celebrare se stessi e il mondo dei famosi e dei potenti a cui a buon diritto sentono di appartenere: promozione dei libri pubblicati, la messe dei premi raccolti, coccodrilli verbali e d’immagini a non finire per chi tra loro scompare con arruolamento di persone del popolo partecipanti a mo’ di prefiche, pagati con un fortuito momento di visibilità, forse.
C’è voglia di un telegiornale o di una prima pagina che ci informi sui fatti occorsi vicino a noi e nel mondo. Vorremmo che s’impiegassero meno parole per il decesso di una icona rock morta per overdose, o per il matrimonio di un membro della aristocrazia, o dello spettacolo.
Meno attenzione agli scontri verbali degli uomini politici, con l’odio che spargono a piene mani (ma poi vanno a cenare insieme), magari da qualcuno raccolto e diventato miccia di violenza.
Piacerebbe sentire della casalinga scomparsa per malattia dopo una vita oscura di lavoro in casa o dell’operaia lontana dalla fabbrica (ricordiamo la struggente canzone di Iannacci, Vincenzina) ormai sola in una casa vuota per i figli via e il marito defunto, come delle altre tante vite sconosciute che fanno la normalità dell’esistenza. E accanto al racconto dei fatti valutazione di esperti non di parte sui problemi che i fatti suggeriscono.
La gente comune vive, soffre, muore ma non fa notizia, non è degna di attenzione. È che la normalità non interessa , forse non la si vuole raccontare perché reale, di ognuno di noi, con il suo carico di fatica quotidiana, di delusioni, sofferenza, e rari momenti di quiete che assomigliano alla felicità.
Invece i media spingono la gente a sognare, propongono con parole e immagini le vite meravigliose di coloro che appartengono al loro mondo fortunato, quello dei celebri. Potrebbe configurarsi come un sentimento di pietà , un tentativo di alleggerire i problemi della vita. Oppure un modo perverso per non far prendere alla gente coscienza del proprio stato, perché quando questo accade, raramente ma accade, cadono le teste dei potenti.













Lascia un commento