DEMOCRAZIA FUTURA PER IL MONDONUOVO.CLUB

Nell’editoriale scritto per l’undicesimo fascicolo di Democrazia Futura (datato luglio-settembre 2023 ma in uscita solo nelle prossime settimane, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna e socio dell’Accademia dei Lincei, commenta il disegno di legge costituzionalepresentato dal governo evidenziandone i due punti cruciali. Secondo il noto scienziato politico «l’elezione popolare diretta del Primo ministro» presenta numerosi rischi di incostituzionalità e sarebbe – riprendendo il titolo dell’articolo – «”un’elezione per soddisfare gli istinti populisti indebolendo i contrappesi istituzionali”1, da contrastare tramite referendum oppositivo». Secondo Pasquino «da rimarcare e da criticare sono i due punti cruciali dell’elezione popolare diretta concernenti proprio le modalità dell’elezione: primo, per vincere non è necessaria la maggioranza assoluta dei voti/votanti; secondo, non è neppure specificato se esiste una soglia minima per l’attribuzione al (la coalizione del) vincitore/trice il 55 per cento dei seggi». L’accademico rileva da un lato l’assenza di un ballottaggio, giustificato per impedire ammucchiate nel fronte avverso di centrosinistra, dall’altro «l’espediente per evitare in caso di crisi il ricorso a governi tecnici o ribaltoni». Ne uscirebbe un Presidente della Repubblica privo non solo del potere di nomina del Premier ma anche di quello di scioglimento del Parlamento «ridotto a figura cerimoniale dai contorni vaghi e sbiaditi».

Ho scelto poi un’analisi di Giampiero Gramaglia dedicata alla crisi della diplomazia. L’’ex direttore dell’Ansa analizza dapprima il voto non vincolante dell’Onu del 12 dicembre che chiede un cessate-il-fuoco nella guerra tra Israele e Hamas e le “Incrinature e stanchezze nel campo occidentale” che emergono di fronte alle due guerre in Medio Oriente e in Ucraina, poi, tre giorni giorni dopo, i magri risultati del vertice Europeo di Bruxelles del 14-15 dicembre con “L’Ucraina [che] inizia il viaggio, [mentre] l’Unione resta ferma” con, al contempo, “il via libera ai negoziati per l’adesione all’Unione europea dell’Ucraina” ma anche il “blocco degli aiuti di cui Kiev ha subito bisogno – come di quelli americani, del resto, anch’essi bloccati -”.Da questi due pezzi di Giampiero Gramaglia, emerge un bilancio a tinte fosche di come si sta concludendo questo difficile 2023. Parafrasando Erich Maria Remarque, potremmo dire che alla vigilia di un anno molto delicato per le scadenze elettorali al di qua e al di là dell’Atlantico (ovvero le elezioni europee e il successivo rinnovo della Commissione e dei vertici dell’Unione europea da un lato, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti dall’altro, alle quali per la verità si dovrebbero aggiungere le elezioni generali per il rinnovo della Camera dei Comuni nel Regno Unito) sembra si stia delineando “Niente (o, comunque, troppo poco) di buono sul fronte occidentale”.

Il terzo pezzo di Giacomo Mazzone, direttore responsabile della nostra rivista trimestrale, contiene un’analisi molto documentata del quadro di finanziamento dei servizi pubblici radiotelevisivi in Europa e anche delle prospettive di concentrazione dell’emittenza commerciale. Mazzone denuncia “Chi vuole uccidere il servizio pubblico e perché. Cronaca di una morte annunciata”: “La decisione del governo di mettere nella Legge di Finanza 2024 una riduzione programmata del canone di 20 euro (portandolo da 90 a 70 euro) è un clamoroso errore, anche e soprattutto per un governo come l’attuale che propugna il concetto di ‘Europa delle nazioni’, contro il concetto di Europa attualmente messo in pratica”. In effetti, a parere di Mazzone ” […] mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della RAI nel medio-lungo periodo, potrebbe privare il paese (assai più che il governo) di uno dei pochissimi strumenti che ha a disposizione per raggiungere i cittadini”.

Infine Roberto Cresti storico dell’arte del Novecento in un mini saggio “Pensieri interrotti” presenta quello che definisce nell’occhiello “Un ricordo impersonale di Gianni Vattimo”: “Vattimo letteralmente dominava la scena. La sua conoscenza di prima mano dei testi della filosofia antica e moderna (della seconda, in particolare, dell’Otto-Novecento), i rapporti diretti con gli esponenti del pensiero europeo (Hans Georg Gadamer in Germania, Gilles Deleuze in Francia) e nordamericano (Richard Rorty), gli davano, in ogni dibattito […] ricchezza di argomentazioni e di riferimenti alle migliori ricerche filosofiche in atto che spiazzava i suoi interlocutori, mettendoli in difficoltà, come di fronte a un Doctor invincibilis (se ne può avere un’idea leggendo la prefazione alla raccolta di lezioni di Martin Heidegger, Che cosa significa pensare?, pubblicata nel 1978).
Non era poi da trascurare che, se presiedeva una sessione di lavoro in un convegno, quando prendevano la parola colleghi tedeschi, francesi o inglesi, non indossasse la cuffia per la traduzione simultanea. La familiarità con la lingua tedesca, in particolare, faceva la differenza e rendeva superfluo nei suoi interventi o comunque ridotto al minimo il ricorso a termini in lingua”.
Il testo prosegue rievocando i contenuti di una conversazione dello stesso Cresti nel 1991 con Gadamer sulla spiaggia di Porto San Giorgio, nella quale Vattimo è definito dal pensatore tedesco “non un filosofo” bensì “un acrobata”, facendo riferimento al celebre episodio – rievocato da Nietzsche in Così parlò Zarathustra  – del “funambolo, il quale, in bilico sul filo teso sopra un mercato dalla folla versicolore, sentendosi incalzare, e superare di slancio, con un salto acrobatico, dal pagliaccio che gli è giunto, su quel filo stesso, alle calcagna, precipita al suolo e muore”. In conclusione Cresti in riferimento alle due legislature di Vattimo al Parlamento europeo, la prima, fino al 2004, come rappresentante del Partito Democratico, la seconda, dal 2015, con L’Italia dei valori, osserva: “Diceva di ispirarsi, fin dagli anni Settanta, al cosiddetto ’catto-comunismo’ (il suo primo impegno, come per Eco, era stato nella Azione cattolica) e del resto proprio in quella fusione politica si rivela, prima a caldo poi a freddo, l’essenza nichilista del cattolicesimo italiano, che ha col tempo dissolto tutti i propri partner politici”.

1 https://www.key4biz.it/democrazia-futura-unelezione-per-soddisfare-gli-istinti-populisti-indebolendo-i-contrappesi-istituzionali/465772/


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