IL SECONDO TRAMONTO DELL’OCCIDENTE

clissi dei valori dell’Occidente, eclissi della democrazia occidentale, unipolarismo e multipolarismo

di MASSIMO DE ANGELIS
(Scrittore e giornalista, si occupa di filosofia. È condirettore di Democrazia futura)

Nel suo libro di 30 anni orsono, La fine della storia e l’ultimo uomo, Francis Fukuyama, dopo aver illustrato la vicenda dell’ineluttabile vittoria del sistema liberale sui modelli totalitari, si sofferma su quelli che potrebbero divenire motivi di crisi di quello stesso sistema. 

E lo fa scavando sui suoi fondamenti antropologici. Partendo dall’homo homini lupus di Thomas Hobbes e innestandovi, via Alexandre Kojève, la hegeliana lotta per il riconoscimento, giunge a intravvedere per il sistema liberale vittorioso un esito problematico nel quale, sotto la superficie di una società “felice”, soddisfatta ma annoiata e quasi animalizzata  – che ricorda le profezie sull’ultimo uomo di Friedrich Nietzsche –  cova un pesante conflitto  tra libertà e uguaglianza che egli, sempre sulla scorta di Nietzsche, definisce come scontro tra isotimia e megalotimia. Sentimento di uguaglianza versus sentimento di grandezza.

Nel suo più tardo L’uomo oltre l’uomo (nell’originale Our posthuman futureFukuyama approfondisce poi le possibili minacce della tecnologia applicata all’uomo della fine della storia, i pericoli di una visione riduzionista dell’uomo stesso e quelli legati all’abbandono di ogni riferimento a una comune natura umana.

Nel suo recentissimo Il liberalismo e i suoi oppositori, infine, egli torna sui rischi di crisi del sistema liberale – ché i suoi “oppositori” sono più interni che esterni – crisi legata all’unione di una tendenza “neoliberista” in economia con una ideologia aggressiva dei diritti civili fondata su un’idea della autonomia individuale “espansa – come lui dice – in maniera incontenibile,

vista come un valore che trionfa su tutte le altre visioni di ‘vita buona’”.

Prendo le mosse da Fukuyama perché è l’autore che più distesamente ha affermato e meditato il trionfo del modello occidentale dal punto di vista dei valori, del sistema politico e del modello di civiltà proposto. E che però intravede anche i germi della sua crisi.

L’intento di questa introduzione è di fornire elementi per una riflessione su questi temi.

Lo farò a partire dall’individuazione di tre macrotemi:

  • I valori del sistema occidentale e la loro eclissi;
  • L’impasse della democrazia occidentale
  • L’attuale assetto mondiale tendenzialmente unipolare e le spinte per un multipolarismo.

1.Eclissi dei valori dell’Occidente

Vi sono delle premesse di tale crisi. Proviamo a richiamarne alcune.

Se ne può rintracciare una già nella svolta di Martin Lutero che pose in primo piano il valore della scelta rispetto all’oggetto della medesima. E poi nella svolta filosofica “soggettiva” di Cartesio.

Sono le premesse del formalismo etico di Immanuel Kant che, lo sostiene anche Fukuyama, giunge sino a John Rawls.  Alasdair MacIntyre ha scritto pagine importanti su quella che egli giudica una frantumazione del pensiero morale nel passaggio dal classico al moderno. Con il rifiuto di ogni forma di virtù[4].

Venendo all’oggi, sulla base di tali premesse, oltre a indebolirsi l’autorità di ogni istituzione (a cominciare da quelle formative e morali), si è giunti a considerare come unico valore indiscutibile la libertà di scelta di ciascun individuo nella sua autonomia assoluta. Sempre più a prescindere dall’oggetto di tale scelta.

Nel dibattito pubblico il mainstream tende a porre in discussione non l’aborto in sé o l’eutanasia o la paternità o maternità in quanto tali ma la libertà di aborto, la libertà di darsi la morte, la libertà di aver figli in ogni modo.

Così si consuma il passaggio da un liberalismo che considerava valido ogni punto di vista al fine di approssimarsi a una verità e a un bene condivisi, ulteriori rispetto alla libertà stessa, a un altro liberalismo, molto più unilaterale e aggressivo, che si disinteressa di ogni ancoraggio oggettivo, di ogni punto di vista comune, e pone come unico valore la stessa scelta individualista.

Un esempio raccapricciante ed estremo è dato da quanto affermato tempo fa da quella donna che lasciò chiusa in casa sua figlia di 14 mesi per una settimana facendola naturalmente morire, per coltivare la propria relazione col nuovo compagno. Quel che più colpisce è che ella si è giustificata affermando che la bimba le toglieva la libertà di vivere come voleva.

Tale soggettivismo estremo – che si può definire sovranismo individuale – ha alcuni effetti paradosso. Per tale pensiero, anche al suo livello filosofico, ad esempio in John Rawls, non è possibile fare nessuna significativa distinzione morale tra un figlio di papà che passa tutto il giorno sul divano a chattare sul computer e a vedere serie televisive, magari tra una canna e una birra, e una ragazza di umili origini che si dà da fare per studiare e insieme lavorare per mantenere sé stessa e la propria madre malata. Se il criterio è fare ciò che si vuole senza danneggiare un altro non è facile definire la condizione della ragazza moralmente migliore.

Gli effetti di tale mentalità sulla nascita e tenuta delle famiglie è facilmente diagnosticabile.

Così come sulla tenuta di ogni rete relazionale e ogni forma di solidarietà.

Non solo. Risulta infondata, nel contesto di tale liberismo, ogni ipotesi di educazione, che viene infatti oggi contestata anche in linea di principio, risultando per lo più legittimata solo la formazione professionale e tecnica. Con crescenti, drammatici, problemi di “senso”, come registra un numero sempre maggiore di operatori nel settore formativo.

Qui si apre una questione teorica fondamentale: il sistema liberale e la sua filosofia subiscono oggi una degenerazione e un tradimento da parte dei loro epigoni o patiscono una manchevolezza originaria che oggi viene a squadernarsi?

Sempre Fukuyama afferma che

 “il liberalismo che originariamente cerca di essere pienamente neutrale rispetto ai valori – e questo per garantire la pace – finisce per ruotare su sé stesso mettendo in discussione il valore del liberalismo stesso e diventando, alla fine, qualcosa che liberale non è”.

Occorre approfondire questo esito. Credo che in proposito vada messo a fuoco un limite antropologico del liberalismo. L’antropologia liberale, individualista, è essenzialmente egoista, nel senso di considerare l’altro essenzialmente come una minaccia. Minaccia da neutralizzare attraverso il patto. “Lotta” – per la conquista di beni e spazi e per il riconoscimento – “competizione”, termine mitigato, sono essenziali a tale antropologia.

Neutralizzazione del conflitto, patto, compromesso in nome dell’utilità reciproca conseguono.

Naturalmente tutto ciò contiene una buona dose di realismo. Ma è in grado di dar conto della natura dell’uomo nella sua integralità e soprattutto nella fase attuale della sua storia?

Lasciamo pur stare rousseauvismi vecchi e nuovi, e comunitarismi, ma la dimensione relazionale dell’uomo – già a partire dalla nascita – dimensioni quali la solidarietà, strutture quali la famiglia e le stesse comunità, le stesse identità nazionali sono solo un ostacolo alla libera affermazione dell’individuo – come ben inteso sono anche state in passato e possono sempre essere – o non sono componenti che, se vissute nella libertà e senza esclusivismi, sono essenziali a formazione e sviluppo delle identità individuali?

Tocco un’ultima essenziale questione in ordine al tema antropologico. Non c’è dubbio che il sistema liberale, alla lunga, è stato quello che meglio ha garantito il fiorire della ricerca e dell’innovazione tecnico-scientifica.

Ma non siamo anche qui giunti a delle colonne d’Ercole?

Non è vero cioè che la tecnoscienza oggi, unita al liberismo morale e alla neutralizzazione dei valori, conduce a un pericoloso riduzionismo dell’uomo, della sua dignità mettendo al centro il corpo e la sessualità come fonte privilegiata e pressoché unica di libertà, diritti e identità dell’uomo?

Il liberal-liberismo e la sedazione delle coscienze dell’individuo

Devo qui limitarmi ad accenni.

Ma l’innovazione neuroscientifica attraverso il farmaco può penetrare, alterare e sedare l’interiorità togliendole integrità e consapevolezza; consente di non soffrire ma anche di non approfondire, allo stesso modo in cui la rivoluzione digitale e le sue piattaforme penetrano i meccanismi più interni di scelta dell’individuo, condizionandoli, orientandoli, dando l’illusione di una libertà accentuata che è in realtà riduzione al prevedibile.

La rivoluzione biotecnologica, infine, conduce, sulla base della libertà di scelta come valore supremo al controverso tema del transgender ma anche del transumano (mix genetici umani-non umani, chimere, uomini robot).

Tutto ciò è legittimato dal misconoscimento di una comune natura umana, della sua dignità e valore, che la nuova morale liberista e la nuova ideologia dei diritti, considera concetti oscurantisti. E che porta a considerare il punto di vista dello scienziato e del consumatore, come unico criterio alla fine legittimo.

 Giunti a questo punto un liberale onesto deve chiedersi: questo liberalismo-liberista, questo sovranismo individualista, è compatibile con la libertà autentica? O non è piuttosto vero che esso, distruggendo tutte le vie e le forme di costituzione dell’identità, personali e comunitarie, va verso il postumano come sbocco unico necessario?

Per questa via l’uomo è destinato a far trionfare l’Io sul Sé, come può dirsi con linguaggio psicoanalitico. Una coscienza legata alla tecnica sarà sempre più orientata a scegliere e decidere sulla base dell’impulso e dell’emozione, su un’ansia di riconoscimento sempre più superficiale e sempre più automaticamente – farmacologicamente e informaticamente – guidata e di necessità controllata.

L’espansione dell’Io-pelle, appunto, come recitava il fortunato titolo di un libro di qualche tempo fa. E una perdita del Sé.

E’ possibile pensare a un tipo umano del futuro in alternativa a questo postumano?

Credo che solo una nuova consapevolezza di sé e del senso della signoria su di sé e sulle cose, solo una nuova responsabilità innanzitutto riguardo il potere dell’uomo, come diceva Romano Guardini, solo quindi un’antropologia oltre-liberale, e solo un ridisegno delle relazioni sociali, delle leggi, delle istituzioni e un controllo dello sviluppo tecnico alla luce della dimensione relazionale dell’uomo e dell’idea di una comune natura umana possa evitare quell’esito.

II. Eclissi della democrazia occidentale. 

Il sovranismo individualistico giunge a inflessioni intolleranti e illiberali perché considera tutte le forme di cultura e di pensiero non conformi all’individualismo assoluto come valore, un residuo oscurantista del passato che per quanto possibile va espulso dal mondo della cultura e dell’informazione. E’ quanto produce infine il movimento crescente del cancel culture. Un movimento che vuole espandersi non solo nel tempo ma anche nello spazio, mirando a uniformare a sé, in nome dei diritti individuali, valori, costumi e comportamenti di tutte le comunità mondiali, le quali devono confluire nel villaggio globale e nel suo credo uniforme.

A vent’anni circa dalla guerra in Iraq e dall’intervento in Afghanistan, i più evidenti tentativi di esportazione manu militari della democrazia occidentale, molti segnali portano a pensare che la spinta propulsiva del sistema liberaldemocratico nel mondo si stia esaurendo. Nonostante gli indubbi risultati economici e tecnici raggiunti dal modello occidentale.

Chiediamoci: perché?

Ebbene uno dei motivi principali di tale esaurimento credo vada rintracciato in questo unipolarismo culturale dell’Occidente che propone e mira a imporre il proprio modello culturale e di vita come l’unico giusto, accettabile, legittimo. E che mira a contrastare tutte le altre forme e tradizioni culturali del pianeta come frutto di una preistoria umana dalla quale l’uomo davvero moderno deve uscire.

L’unipolarismo culturale si accompagna ed è legato all’altro mega fenomeno degli ultimi decenni: il turbocapitalismo neoliberista, il quale, partendo da una giusta rivendicazione delle potenzialità del mercato, attraverso meccanismi sempre più intensi di deregulation, di riduzione del ruolo delle istituzioni, di misconoscimento del bene comune, ha dato vita a una globalizzazione che ha accentuato in modo vertiginoso squilibri e diseguaglianze tra individui, strati sociali e territori del mondo.

Si è così dato vita a una casta di oligarchi della globalizzazione. I nuovi settori tecnologici dell’economia, con rilevante impatto sociale, sono in mano a quella casta che controlla anche il mondo vitale dell’informazione. E’ un meccanismo che porta a esasperare la minimizzazione dei costi, e che privilegia l’individuo consumatore rispetto all’uomo lavoratore.  Anche qui con un secco danno antropologico, perché si penalizza la dimensione creativa e la stessa dignità dell’uomo, svalorizzando anche, sempre più, la dimensione formativa e la scuola.

A questo si deve aggiungere la crescente composizione multietnica delle società occidentali e per converso lo sradicamento culturale e territoriale degli individui.

Ebbene, questi fenomeni avrebbero bisogno, per produrre integrazione in una nuova comunità, esattamente di una maggiore formazione di identità sulla base di educazione e cultura; di un confronto e anche di una miscela e contaminazione tra diverse culture e tradizioni riconosciute tutte come significative; mentre l’ideologia dell’individualismo assoluto che contesta in principio persino il valore dell’educazione, recide le radici di ogni identità popolare e trasforma inesorabilmente il popolo in quanto entità, in moltitudine. Moltitudine di individui disintermediati. Non miscela ma miscuglio eterogeneo.

Qui si giunge al centro dell’eclissi dei valori della nostra democrazia.

Il nostro è un sistema liberaldemocratico nel quale con sempre maggiore difficoltà i due termini, liberalismo e democrazia, si tengono insieme. In Occidente, il sovranismo dell’individuo sta erodendo l’altro soggetto della democrazia: il popolo.

Il popolo, la nazione: è il più grande soggetto collettivo che include gli altri: la famiglia, la generazione, la classe sociale, le comunità religiose, culturali, etniche, gli spazi di vita.  Il popolo racchiude memoria e sentimento di sé che permea gli individui, tessendo la loro storia.

L’identità degli individui, la loro prospettiva, si costituisce a partire da una cultura e da una lingua comune. Quella del proprio popolo.

Sono tutte queste dimensioni che costituiscono l’individuo come storia e come insieme di relazioni umane ricche – Gramsci diceva “centro di annodamento sociale”.

Ecco, a veder bene è questa identità individuale che l’individualismo liberista vuole progressivamente erodere e annullare in nome della libertà di scelta elevata a valore assoluto e in nome di una “cultura” globale fondata sul presentismo e alimentata dalle piattaforme alla Netflix.

La trasformazione del sistema politico liberaldemocratico in sistema politico liberista: crisi della rappresentanza e ipertrofia della governabilità

In effetti, da alcuni decenni stiamo assistendo alla trasformazione del sistema politico liberaldemocratico in sistema politico liberista. La conseguenza è uno svuotamento del soggetto popolo e dell’istituto democratico stesso. Il distacco tra popolo e istituzioni – di cui è sintomo anche il sempre crescente astensionismo elettorale così come, per altro verso, le vampate elettorali populiste – produce e si traduce nella crisi sempre più evidente del momento della rappresentanza e nell’ipertrofia di quello della governabilità.

E’ questo il riflesso del peso sempre maggiore delle élites e di quelle che abbiamo definito le oligarchie globali.

Una parabola particolarmente marcata nell’Unione europea dove i poteri principali sono sottratti a un rapporto diretto con la fonte popolare.

Abbiamo detto che oggi, nelle nostre società, il momento liberal-liberista sta prevalendo, si sta mangiando quello democratico.

Negli anni Sessanta e Settanta si diceva che la democrazia era un piano inclinato che faceva scivolare l’Europa verso il socialismo. Il mondo è cambiato. La guerra fredda è finita con vincitori e vinti. Ma forse aveva ragione chi alla fine della guerra fredda metteva in guardia sul fatto che, se i sistemi socialisti, privilegiando in modo unilaterale e coattivo il valore dell’uguaglianza su quello della libertà e quello collettivo su quello personale, non avevano realizzato nessun valore ed erano andati in rovina, si doveva però guardare anche ai rischi legati all’affermazione unilaterale del momento della libertà e dell’individuo irrelato.

Si può aggiungere che oggi, dei tre valori della Rivoluzione francese è necessario richiamare, come dice Papa Francesco, il momento negletto della fraternità per impedire che la libertà si trasformi in liberismo e in megalotimia, e la stessa uguaglianza non diventi quella di moltitudini informi affamate di una cieca affermazione del proprio Io.

III. Unipolarismo e multipolarismo.

Qui si giunge all’attuale situazione mondiale alla quale posso solo accennare ma che non posso eludere perché in essa precipitano tutti i fenomeni dei quali ho sinora parlato.

Nel 1989 l’Occidente ha vinto la guerra fredda. Si sognò che il nuovo mondo potesse essere quello del riconoscimento dell’interdipendenza tra nazioni e civiltà fondato su un’architettura di sicurezza mondiale e su un disegno universalistico. Non è andata così. L’Occidente ma soprattutto gli Stati Uniti hanno inteso la fine della guerra fredda come trionfo del loro modello e come la legittimazione ad esportarlo. In termini economici e culturali.

Si sono moltiplicati da parte degli Stati Uniti d’America, interventi di “ingerenza democratica” e di “esportazione della democrazia”. Iraq, Afghanistan, Kosovo, primavere arabe. Dovunque ciò ha provocato sanguinosi e pericolosi contraccolpi.

La guerra di Putin e i rischi di un ordine fondato sulla politica di potenza dei Five Eyes

Si è giunti al pericolosissimo confronto in Ucraina.

Vicenda controversa, nella quale Vladimir Putin ha l’indubbio torto di aver attaccato e invaso uno Stato sovrano ma l’Occidente ha la responsabilità di non aver saputo trovare in dieci anni una soluzione politico diplomatica dando anzi l’impressione talvolta di soffiare sul fuoco e di voler sfruttare la situazione per allargare minacciosamente la propria sfera di influenza militare.

Non si può prevedere come tale guerra finirà. Risulta già chiaro che i danni maggiori e più duraturi li subirà l’Europa, e innanzitutto la Russia. Che forse cesserà così di essere anche europea. Anche qui con danno per l’intera Europa.

Sta inoltre emergendo una nuova divisione in blocchi del mondo: l’Occidente e il Giappone da una parte, Cina, Russia, India ma anche larga parte del mondo arabo e anche sudamericano dall’altra. Si intravvede da tutto ciò un consolidarsi della nuova centralità del Pacifico con una centralità in Occidente dei “Five eyes” (Usa, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda). Sembra così di tornare a Carl Schmitt e alla sua teoria degli imperi di terra e di mare[5].

Ma al di là di ciò suggerisco una ulteriore e finale considerazione.

L’Occidente a guida angloamericana può ottenere dalla guerra in Ucraina notevoli e duraturi vantaggi strategici. Tanto più quanto più la guerra dura.

Ma il suo modo di essere fondato sull’antropologia individualista, la competizione e la forza può essere la base ideale per regole comuni e condivise nel mondo nuovo?

E la sua tendenza alla megalotimia, la ricerca di eccellenza in ogni campo a partire da quello eugenetico, non costituisce invece un rischio?

E’ credibile la filosofia sottesa a quel modo d’essere: la fine della storia come affermazione universale del sistema di valori e di regole americane?

Il delinearsi di una nuova rigida divisione in blocchi rischia di far apparire la stessa “fine della storia” come un’ideologia che copre una volontà di potenza prettamente “storica”.

E d’altra parte, col riproporsi di un ordine fondato sulla Machtpolitik, si allontana la prospettiva di un mondo multipolare fondato sul riconoscimento della mutua interdipendenza.

Le grandi sfide globali del pianeta a cominciare da quella dell’ambiente e delle immigrazioni, possono però essere governate con la logica unipolare o non richiedono un approccio comune che alla fine non può non fondarsi su una visione relazionale dell’uomo e del rapporto tra nazioni?

Infine su una nuova visione dell’uomo, fondata sulla sua insopprimibile dignità, sulla sua ricchezza, profondità e molteplicità, sull’altro come valore, che ci conduce davvero oltre il pur fondamentale retaggio liberale. 


BIBLIOGRAFIA 

Francis Fukuyama, The end of history and the last man.  New York, Free Press, 1992, 418 p.  Traduzione italiana di Delfo Ceni: La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992, 430 p. 

Francis Fukuyama, Our posthuman future. Consequences of the biotechnology revolution, New York, Picador, Farrar, Straus and Giroux, 2002, XIII-272 p. Traduzione italiana di Guido Dalla Fontana; L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, Milano, Mondadori, 2002, 443 p.

Francis Fukuyama, Liberalism and Its Discontents, New York, Farrar Straus & Giroux, 2022, 172 p. Traduzione italiana di Bruno Amato e Maria Peroggi: Il liberalismo e i suoi oppositori, Torino, Utet, 2022, 186 p.

Alasdair Macintyre, After Virtue. A Study in Moral Theory, London, Duckworth, 1981, 252 p. Traduzione italiana di Paola Capriolo: Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Milano, Feltrinelli, 1988, 335 p.

 Carl Schmitt, Land und Meer. Eine weltgeshichtiche Betrachtung, Leipzig, Verlag von Philipp Reclam, 1942, 76 p. Traduzione italiana e edizione a cura di Angelo Bolaffi: Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Mlano, Giuffrè, 1986, 109 p. E un saggio in forma di racconto scritto nel 1942 da Carl Schmitt. Sottotitolato Una considerazione sulla storia del mondo raccontata a mia figlia Anna, questo saggio racconta e riassume l’evoluzione geo-storico-giuridica del nostro pianeta a partire dalla scoperta del Nuovo Mondo. L’originalità dell’opera risiede nell’individuazione, da parte dell’autore, della dicotomia Terra-Mare come motore della storia umana

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