Cara Amica, da poco si sono chiuse le Olimpiadi di Parigi…

… che, per la verità, non ho seguito direttamente avendo spento la mia passione sportiva molti anni fa. In ogni caso vorrei condividere con te alcuni pensieri a partire dai media che riportavano le reazioni del pubblico italiano a cui aggiungo alcuni ricordi d’infanzia sperando nella tua pazienza.

Durante le Olimpiadi anche gli amici a cena non parlano d’altro, la loro competenza, vera o presunta, riflette quasi sempre le opinioni dei media che in queste settimane hanno sottratto le prime pagine alle guerre che ci circondano. Gli antichi greci, che le Olimpiadi avevano inventato, praticavano l’ekechería (ἐκεχερία) che era la sospensione delle guerre e di ogni conflitto durante la celebrazione dei giochi. La nostra società non ci riesce, usa la sordina, prova a parlarne di meno perchè c’è altro su cui attrarre attenzione e a volte si innestano cose che condivido poco.

La mie sono solo considerazioni a caldo, senza alcuna pretesa di essere esperto, l’ultima olimpiade che ho seguito con interesse è stata quella di Roma del 1960, figurati, solo che, come faccio da un po’ di tempo, voglio condividere con te quello che penso.

Sessantaquattro anni di distanza tra due Olimpiadi sono tanti, anche io ho sessantaquattro anni in più, di quella di Roma sentivo parlare i grandi, ora sento discutere gli amici e, se devo dirti la prima differenza che mi viene in mente, è che sempre meno sento celebrare l’impresa sportiva a meno che non sia stata compiuta da un italiano. Ho come l’impressione che il nazionalismo abbia fagocitato il patriottismo di allora.

Quando il tedesco Armin Hary vinse la medaglia d’oro nei 100 metri piani a Roma si parlò di una impresa e fu celebrato indipendentemente dalla nazionalità, ricordo ancora che il 10,2 sec con il quale vinse, secondo alcuni esperti e tecnici del tempo, avrebbe avvicinato la corsa dell’uomo al limite massimo delle sue possibilità che era, secondo loro, 10 secondi netti.

Lo stesso avvenne per Abebe Bikila, a piedi nudi nella notte delle fiaccole che illuminavano la città eterna, quando vinse la maratona riscattando il colonialismo occidentale. L’Africa che bussa alla porta da protagonista. Se ricordo bene era un membro dell’esercito etiope e allora si disse che per conquistare l’Etiopia furono necessari 100.000 soldati italiani mentre per conquistare Roma bastò un solo etiope.

Lo sport sconfinava, andava incontro alla storia, l’impresa contava, se non più almeno oltre la nazionalità anche se, ovviamente le medaglie italiane contavano e come, facevano battere il cuore a grandi e piccini.

Ti voglio raccontare, scavando tra i ricordi di allora, di un pomeriggio durante le Olimpiadi di Roma. Avevo 8 anni e ospitare quell’Olimpiade, prima ancora della cerimonia di apertura, era una speranza per il paese e l’attesa di un confronto internazionale. Andammo di proposito a Roma solo per vedere gli stadi, la via Olimpica, il Villaggio dove gli atleti di tutto il mondo sarebbero stati ospitati, era una proiezione degli anni ’60 verso lo stesso futuro dove avrebbe dovuto abitare il bambino di 8 anni che frequentava le scuole elementari a Formia .

Era il primo pomeriggio del 3 settembre 1960 e la tensione in casa era molto alta, mio padre fremeva, seduto sulla grande poltrona di palissandro nero di fronte ad una televisione che, se ci penso oggi, era più un mobile che un medium. Immagini in bianco e nero anche un po sfocate nella bassa risoluzione delle telecamere di allora, miracolosamente inviavano le immagini in diretta dallo stadio Olimpico. Faceva molto caldo nell’estate del 1960, quel pomeriggio una brezza marina dal golfo spazzolava la stanza da pranzo che l’etere televisivo aveva trasformato in una dependance degli spalti dello stadio. Il tifo era alle stelle anche se i tifosi erano solo due: io, bambino un po’ inconsapevole sotto l’influenza del clima casalingo, e mio padre, agguerrito sostenitore della necessità di vincere. Il tema centrale del pomeriggio, scusami, non te l’ho ancora detto, era che Livio Berruti stava per correre la finale nei 200 metri piani.

C’erano due motivi per essere in apprensione, uno banale: era l’unico italiano in gara, l’altro non lo immagineresti nemmeno, si allenava a Formia dove esiste un centro importante di atletica leggera e spesso lo vedevamo passeggiare per il centro del paese con grande ammirazione di grandi e piccini. Poi oltre questi due motivi, io ne avevo uno tutto personale, le immagini della televisione erano per me la concretizzazione di un immaginario. Mi spiego meglio, la nonna del corsaro nero e Nicolino non potevano esistere nella realtà, erano solo in televisione, come era mai possibile che Livio Berruti, che papà mi aveva mostrato passeggiare in Piazza della Vittoria pochi mesi prima, fosse finito nella televisione e diventato in bianco e nero restava il vero mistero. Lo tenni segreto e continuai a tifare stringendo i denti mentre gli atleti si preparavano sui blocchi di partenza.

Alla passione, si sa, non c’è rimedio, ti devo precisare che il tifo pomeridiano, in casa mia, aveva un potente e tenace oppositore: il riposo di mia madre. Non che le importasse poi tanto di cosa accadesse negli stadi, fatto sta che non voleva essere svegliata di soprassalto “col cuore in gola”, come le sentivo gridare. Per attutire la portata della passione sportiva di casa esistevano antidoti e protesi protettive di tipo acustico particolarmente efficienti, si trattava di piccoli tappi di cera che le permettevano l’isolamento, nulla poteva fare contro l’altro effetto della passione: il salto di gioia ripetuto con atterraggio sul pavimento a due piedi congiunti. Quando vivi in un vecchio palazzo ottocentesco in muratura ordinaria l’intero pavimento trema e nel sonno pomeridiano simula perfettamente un effetto terremoto del 6° grado Mercalli.

La pistola dello starter sparò in aria e tutto divenne silenzio. Passarono solo una decina di secondi quando gli atleti affrontando la curva, si presentarono sul rettilineo finale e l’italiano con gli occhiali da sole era in testa, resisti, forza, forza, forza… Pochi centesimi secondo prima che potesse tagliare il traguardo vincitore, mio padre si lanciò fuori dalla poltrona di palissandro nero, con un guizzo olimpionico degno di un atleta e si precipitò a baciare ripetutamente lo schermo abbracciando la televisione come chi si getta al collo di qualcuno atteso da anni che sbarca da una nave o da un treno. In effetti stava sbarcando la gloria, il Kleos greco, a cui gli atleti olimpici aspiravano per essere ammirati in vita e celebrati in morte. Il Kleos si tramandava di padre in figlio e mio padre, in quel momento figlio di Livio Berruti, realizzava fosse rimbalzato su di lui. Ricordo che si affacciò alla finestra sporgendosi sulla strada, dove vide il fratello Alfredo che, ignaro della Olimpiadi e desideroso di un po di fresco, stava passeggiando, lo chiamo per quel Vangelo. Berruti ha vintoooooo.

Per non rovinare la festa della vittoria anche a te che stai leggendo queste righe, taccio sulle conseguenze sismiche del 7° grado Mercalli che quella vittoria ha causato nella limitrofa stanza da letto. Un minuto dopo apparve mia madre.

Il 20,5 secondi di Berruti fu record del mondo, 64 anni dopo Letsile Tebogo vince l’oro a Parigi in 19,46, significa praticamente un secondo di meno e capisci quanto questo la dica lunga sulla capacità degli atleti di sottoporsi a sacrifici e allenamenti che aumentano le loro performance e rendono i medici maggiormente consapevoli delle possibilità del corpo umano.

A prima vista la parola sport sembra una parola inglese per il fatto di essere tronca, ed in effetti un po’ lo è, visto che deriva direttamente dal verbo to disport che significa divertirsi. Se proviamo a riavvolgere il nastro della storia fino al nostro caro latino classico troviamo l’origine del verbo che è deportare dove portare ha il significato di recarsi a e, il prefisso de, indica una lontananza. Lo sport nasce dunque come un andare fuori per divertirsi, senza guadagnare nulla anche se si fatica molto. Se ci pensi bene in italiano non solo esiste la parola diporto che è di diretta derivazione latina, ma l’espressione “fare qualcosa per sport” che ingloba la parola inglese ricostruendo il significato latino, non necessariamente significa fare corsa, pugilato o ciclismo, ma occuparsi di qualcosa per il puro piacere di farlo.

Stavo pensando, mentre scrivevo questa lettera, che le Olimpiadi sono parte della cultura greca che al posto di sport aveva agòn, il nostro agonismo una parola che, nella cultura greca, non era solo riferita al confronto atletico, ma alla necessità di confronto in ogni attività dell’uomo. Aveva bisogno di confronto un avvocato, un giudice, un giornalista, un pittore, tutti. Per crescere occorre il confronto e per avere un confronto è necessario un avversario che in latino, tanto per restare in tema, significa qualcuno che si oppone.

Se ci pensi bene la nostra società è fatta di competizione costruita intorno ad un ideale greco piuttosto che allo sport come divertimento. Un atleta, secondo me, scende in campo con un unico scopo: vincere. Per questo si è preparato, ha sofferto privazioni, ha condotto una vita spesso diversa da quella dei suoi coetanei e vuole essere il primo. Fatto sta che anche gli altri avranno lo stesso identico obiettivo, ma il primo sarà soltanto uno di loro. Tutti quelli che non hanno vinto cercheranno di farlo la prossima volta avendo imparato dalla sconfitta, questo è il vero insegnamento dell’agonismo. Sono convinto che per gli atleti sia così, è così anche per il pubblico?

Le Olimpiadi sono anche un evento mediatico, e per ogni atleta che vinca o che perda, ci sono milioni di spettatori che seguono l’evento con una concentrazione ed una apprensione diversa. Certo che ogni italiano spera che il connazionale vinca, lo fece anche il bambino degli anni sessanta, ma che io ricordi, la forza di una impresa sportiva avrebbe compensato la delusione di una eventuale sconfitta.

Oggi meno, per questo resto perplesso quando chi non vince invoca errori arbitrali, guasti genetici, o altri accidenti. Bisogna rassegnarsi al fatto che quando non si vince c’è qualcuno più forte che compete per arrivare primo. Questo gli atleti lo sanno, il pubblico dovrebbe impararlo. Sono rimasto perplesso da un titolo di giornale dopo la gara del 100 metri piani di Parigi, “delusione per Jacobs”, non credo lui sia rimasto deluso del terzo tempo della sua vita, ha corso come a Tokyo dove vinse l’oro, quattro anni dopo qualcun altro è andato più forte. Ho fatto un piccolo calcolo aritmetico stamattina, nel 1960 sui 100 metri piani, tra il primo e l’ultimo della finale ci furono 3 decimi di secondo di distacco, a Parigi solo12 centesimi, il mondo cresce non solo di risultati, ma di numero e la quantità di pretendenti alla vittoria diventa sempre maggiore e sempre più internazionale. Nei 200 metri piani, la specialità di Berruti, alle Olimpiadi di Parigi, vince la medaglia d’oro Leslie Tebogo, un atleta della Botswana, un paese africano che alle Olimpiadi del 1960 non esisteva, ottenne l’indipendenza solo nel 1966.

Data l’età, la mia intendo, e dato il peso corporeo e la pigrizia imperante, le attività sportive mi sono precluse e con esse la gloria. Se non che in Grecia, il kléos, che era aspirazione degli eroi omerici, poteva anche essere appannaggio degli aedi, cui spettava il compito di celebrare la gloria degli altri.

Con questa speranza, da umile cantastorie di oggi, ti saluto affettuosamente tuo

Aldo


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