WHERE IS?

Dov’è, me lo hanno raccontato ma io non l’ho visto.

Mi riferisco all’artista Francesco Vezzoli in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al prossimo ventisette agosto.

La mostra, intitolata “VITA DULCIS” con allusione alla “Dolce Vita” di Fellini, ha come argomento il rapporto tra l’antichità ed il mondo contemporaneo con licenza di amplificare il discorso verso un’arte pop.

L’allestimento risulta molto articolato; infatti è composto da sei sale ognuna designata con appellativi in latino rappresentativi dei vari argomenti che, di volta in volta, vengono affrontati quali: La Guerra, L’Omosessualità, La Donna, La Morte, La Satira e La Pazzia. A conclusione vi sono esposte sei apparenti sculture meglio definite Light-Box pubblicitari rappresentanti dee dell’antichità con teste di dive del recente passato poi completate con occhi particolari riproduzioni fedeli di quelle della mamma dell’artista. Per questo allestimento sono state rimosse dal Museo Nazionale Romano, con il beneplacito dell’attuale direttore, una buona parte di reperti archeologici quali teste, corpi di statue dell’antica Roma. Curatissima l’illuminazione delle varie sale da sottolineare, particolarmente, quella della sala dedicata all’Omosessualità, dove spiccano i busti di Adriano e di Antinoo; una sfera luminosa, posta sulla testa di quest’ultimo, risulta quasi un’aureola forse a sottolineare la sacralità dell’amore intercorso tra i due personaggi. Inoltre in ogni sala vengono proiettati film d’epoca, colossal atti a potenziare i vari argomenti trattati. Girando tra le varie sale mettendo attenzione a ciò che stavo vedendo, mi sono accorta che alcune statue erano imbellettate con ombretti colorati, in particolare quella di Antinoo.

Continuando mi sono ritrovata al cospetto di un’altra testa, questa volta corredata da un ridicolo caschetto da ciclista, peraltro fuori misura per cui la testa quasi scompariva ed ancora altre commistioni ad esempio busti di donne di un’epoca sui quali erano state apposte teste appartenenti ad epoca diversa e, per finire, nell’ultima sala, ho riscontrato che le dita dei piedi di alcune statue erano state laccate con smalti rossi.

Ora mi chiedo quale fosse l’intento dell’artista per giustificare la manomissione di reperti archeologici appartenenti al nostro patrimonio culturale, prelevati dal Museo Nazionale Romano. Certamente qualcun’altro si è posto questo problema e la risposta è stata che gli elementi (polveri) usati per mascherare i reperti erano tali da poter poi essere cancellati facilmente.

Io comunque continuo a chiedermi quale fosse il “vero intento” perché, se l’idea era quella di fare dialogare in qualche modo l’antico con il presente, anche ricorrendo alla profanazione, allora dobbiamo veramente pensare che in questo modo l’antichità possa attualizzarsi e addirittura risultare pop. La cosa mi sembra vacillare!

Se ci riferiamo ad uno scoop pubblicitario ci sto, diversamente io non posso sposare il pensiero di far rivivere il passato con questo tipo di espedienti perché, per me sarebbe come tirar fuori un morto dalla bara per farlo rivivere, esso rivive solo nella memoria attraverso il nostro personale ricordo! La questione è molto delicata e molto più seria, la paura di perdere il nostro passato e di perdersi spesso ci fa dimenticare che noi, grazie al nostro DNA, non ci perderemo mai e non perderemo nemmeno la nostra “Antichità” perché ci appartiene intimamente. Certo, con il tempo, si possono perdere i frammenti della sua materia ma non perderemo l’essenza; vero è che tutto è deperibile in quanto materia, muore l’uomo ma non muore l’umanità. Il grande computer dell’Umanità ci viene in aiuto quando vogliamo scoprire il nuovo strizzando l’occhio all’antico perché è solo così che si è veramente moderni come affermava il grande Baudelaire: “Una cosa è tanto moderna perché ha in sé tanto di antico”.

Un artista che si pone questo intento deve farlo con la piena consapevolezza che solo cercando negli anfratti reconditi del suo DNA potrà trovare i link, decodificarli, trarne l’essenza così da creare e proporre nuove forme d’arte che possono essere davvero il trade-union tra ieri ed oggi perché in fondo, in arte, è solo una questione di forma.


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