VACCHI

Gianluca Vacchi, classe 1967, bolognese, è un imprenditore ed un influencer da 47 milioni di follower, un numero spaziale di persone sui diversi canali social che ospitano i suoi profili che può valere “fino a 78 mila euro” a post, almeno secondo gli esperti del settore.

Vacchi, comunque la si possa pensare, è un personaggio. Viene da una famiglia importante a Bologna: IMA, il colosso del packaging con stabilimenti in giro per tutto il mondo, è l’azienda della famiglia.

Studia economia e si lancia nel mondo dell’imprenditoria nel mondo dei social e della musica, della moda e di tutto quello che fa tendenza, un ambito molto lontano dalla manifattura e dal mondo da cui proviene. Diventa GV (Gianluca Vacchi naturalmente), e crea un brand a colpi di foto, post e balletti che con la pandemia prende il volo. I suoi video dalla villa di Castenaso spaccano e GV diventa una macchina da soldi.

Ad inizio anno Vacchi, ormai definitivamente GV, esce da IMA, vendendo la sua quota (il13,2 per cento della società) per 700 milioni di euro.

La notizia di questi giorni è che la guardia di finanza di Bologna ha effettuato alcuni controlli sugli influencer che abitano nella città delle due torri e hanno contestato alcune irregolarità, che equivalgono per le casse dello stato a circa 11 milioni di Euro.

Nel mirino della GdF sono finiti Luis Sal, Giulia Ottorini ed Eleonora Bertoli ed appunto Gianluca Vacchi. Tutti hanno collaborato agli accertamenti e versato gli importi dovuti. Un fatto, un esito ed un postura decisamente diversi dal caso Ferragni, che ha fatto scoprire al mondo che esistono gli influencer e che quelli “bravi”, cioè “famosi”, guadagnano un sacco di soldi.

Chi dice e pensa che Vacchi guadagni più come influencer che come imprenditore o manager commette una ingenuità, nel senso che Vacchi amministra il suo brand con le competenze tipiche del manager e dell’imprenditore. La differenza vera è che non si occupa di manifattura né di packaging, ma attraverso sé stesso vende prodotti e crea tendenze. Punto.

Semmai occorre prendere atto che nel mondo che è cambiato a cambiare è innanzitutto il mondo del lavoro, nel quale c’è non solo il contratto o lo stipendio, ma il modo di lavorare e il valore che si abbina alle attività con cui ci si campa. Guadagnare facendo il creator digitale potrà sembrare strano, ma ormai non dovrebbe stupire più di tanto, visto che il valore del lavoro è sempre più basso nell’economia di una fiera del prodotto. Semmai il problema è e sarà sempre di più come ridistribuire il valore generato dal mondo digitale. Questa è una altra storia però.


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