UN INTERMEZZO GIOCOSO

Sotto l’epiteto “opera buffa”, si registrano tutte quelle opere che risultano essere state concepite quali intermezzi fra opere liriche piuttosto impegnative; queste servivano a smorsare quella tensione accumulata durante lo svolgimento delle stesse. “Buffa” da bouffons, appellativo che i francesi attribuivano ai cantanti italiani che si esibivano negli intervalli delle varie opere, sviluppatasi a Napoli nella prima metà del XVIII secolo, si espanse in tutta l’Europa e in modo particolare trovò la sua realizzazione a Venezia.

Nella città partenopea veniva rappresentata in dialetto e trattava argomenti faceti, allegri, come “La serva padrona”, “Il frate innamorato” così da provocare la risata liberatoria dello spettatore. Riguardo a questo argomento vorrei citare in particolare un’opera di Roberto De Simone grande cultore delle tradizioni napoletane nonché pregiato musicologo e cioè “L’opera buffa del Giovedì Santo”, con attori quali Peppe e Concetta Barra due capisaldi del teatro napoletano e non solo che con la loro sapiente professionalità diedero un’esatta interpretazione di tutti i canoni della pièce lasciando negli spettatori lo stupore e l’apprezzamento per la loro eccellente performance. Oggi qualcun altro si è cimentato in questa impresa rispolverando e rimettendo in sesto questa fase dell’opera con brio e competenza commistionando il vecchio e il nuovo in modo sapiente, tanto da realizzare un’opera buffa di tutto rispetto.

Mi riferisco a Dario Bassolino, assistente al sintetizzatore, strumento musicale elettronico usato anche nella musica jazz e pop ed a Rosario Sparno, regista. Parlo dell’opera buffa di inganno e d’amore “Livietta e Tracollo” nata anch’essa quale intrattenimento nei due intervalli di “Adriano in Siria”, dramma per musica in tre atti di Giovanni Battista Pergolesi, presentata a Napoli nell’ottobre del 1734. I ruoli principali sono stati assegnati a due eccellenti interpreti, giovanissimi cantanti lirici quali Costanza Cutaia e Takaki Kurihara che con grazia e professionalità hanno sottolineato appieno il significato dell’opera.

Inoltre, grazie anche alle loro capacità attoriali e all’accompagnamento musicale, in particolare del clavicembalo, ad opera del bravo Marco Palumbo, hanno creato un’atmosfera soft di altri tempi con suoni dimenticati ma subito riaffiorati, che si sono sposati benissimo con il nostro caotico tempo reale, trasportando il parterre in una sorta di catarsi. Indubbiamente l’opera in sé, non avendo una grande drammaturgia, non può che dilatarsi in un tempo purtroppo ristretto, ma nonostante tutto riesce a dare un senso compiuto a tutto l’ensemble, del resto i tempi oggi sono tutti contratti, la vita che viviamo, con le sue continue richieste, ci obbliga a dei ritmi stressanti per cui tutto si deve svolgere velocemente ed anche i momenti di riflessione e di stasi necessari al nostro benessere devono necessariamente essere rimandati, magari al fine settimana, o meglio al weekend laddove tutto è concentrato, per poi ricominciare il solito tran tran.

Diceva Seneca, “non ti vergogni di rimandare il tuo tempo e di lasciare a te i lembi della tua vita per goderne? Anche il teatro, andando di pari passo con la vita ha contratto i suoi tempi di relazione con il pubblico nell’intento di tenere alta la sua attenzione senza compromettere il beneficio del teatro. Ben vengano questi ripescaggi presi dal nostro passato, se questi rispondono alle esigenze di spettatori sempre più esigenti e speranzosi del nuovo. E dove cercarlo Il nuovo se non tra le righe riferite del nostro prima? L’opera buffa può essere un’alternativa alle tante opere cosiddette maggiori, tutto sta nella capacità di chi si accinge ad un compito di questo genere.

La cosa certamente non è semplice come potrebbe sembrare, è un’operazione invece che richiede attenzione e sensibilità, toccare qualcosa di antico senza intaccare il suo messaggio iniziale, quindi rispettando tutte le sue parti e renderla moderna, cioè al passo con i tempi è davvero compito arduo ma del resto come non riferirsi alle opere di uno Shakespeare, Pirandello o …….. ……… Essi fanno parte della nostra cultura teatrale che ci appartiene intimamente e rivederle alla luce della nuova alba (speriamo) del teatro non può che renderci felici.


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