UCCIDERE WAGNER

LA SFIDA TRA PUTIN E LA WAGNER

(23.6.2023) – Da alcune ore i media raccontano la vicenda della colonna mercenaria della Wagner che è in marcia all’interno della Russia, si dice verso Mosca.

Cade in questa giornata la scadenza del mio podcast settimanale e non mi pare adesso che ci sia una “rappresentazione” (questo è il tema della rubrica) più incerta e misteriosa di questa di cui parlare.

Non si sa molto, Piovono per ora più notizie logistiche che politiche. C’è una maratona in corso sulla 7 e vedremo che piega prendono le cose. Vado a braccio e intanto registro appunti.

La marcia è partita dal sud-est dell’Ucraina, verso Rostov. Poi Voronov. E ora si capisce che l’orientamento è verso Mosca. Un vero colpo di scena. La carta geografica mostra un percorso verticalizzato. Che in questo momento appare arrestato a duecento chilometri dalla capitale.

È in corso una sfida clamorosa. Mi viene in mente questa parola, che associo mentalmente a un film western della mia infanzia, Sfida all’O.K Corrall. Credo fosse del 1957. Con Burt Lancaster e Kirk Douglas, due amici contro una gang, che racconta una vera sparatoria del West americano di fine Ottocento.

I due di oggi sembrano due ex-amici ognuno a capo di una gang ormai rivale all’altra. Uno con dietro uno Stato in guerra e ancora potente. L’altro capace di una agilità provocatoria e di forti poteri di ricatto.

Fiato sospeso oggi dei russi, che si interrogano su tempi lunghi e sfilacciati di una guerra che doveva essere “lampo”. E fiato sospeso degli ucraini che vedono improvvisamente una crepa nel sistema di potere russo.

Fiato sospeso anche dell’Europa, che potrebbe farsi prendere da quel pensiero che arriva a volte quando due cosche non propriamente di gentiluomini si fanno la pelle a vicenda.

Così – ma è cosa tutta ipotetica, tutta da vedere a bocce ferme – potrebbe anche immaginarsi una “tenue soluzione” del conflitto, ovvero una crisi di potere in vista delle elezioni in Russia del 2024.

Ma i conti interni della Russia ora vanno fatti più con il registro militare che con quello della democrazia.

Breve ricapitolazione storica

Ricapitoliamo allora, anche in questa occasione, ciò che consideriamo punti fermi della vicenda.

Parlando della Russia noi ci riferiamo a un territorio colossale, 17 milioni di kmq. Ma solo 146 milioni abitanti distribuiti disegualmente tra Europa e Asia in un ampio perimetro che confina con altri 20 paesi. Tra cui il Giappone, la Cina e perfino gli Stati Uniti. La Federazione russa comprende nove ex-repubbliche sovietiche.

Ma non c’è storia nuova nella Russia senza inanellarsi alle sue storie vecchie. Iniziano nel basso medioevo con lotte tra tribù nomadi che si muovono fuori di confini dell’Impero Romano (a cominciare dagli Unni).

Dal 7° secolo le minoranze slave creano una maggioranza etnica con varianti nordiche. Una lunga transizione che nell’ottavo secolo d.C. (882) porta la capitale a Kiev. Passaggio, questo, che resta nel brogliaccio storico nazionale. E qui comincia la vera storia russa, da intendersi come terra strategica tra Europa e Asia. Quindi anche terra di incursioni: prima turche, poi arabe. Il potere curva davvero solo nell’occasione dell’invasione mongola, 1240. Ma sarà alla fine il granducato di Mosca a imporsi (1330), saldato con la Chiesa ortodossa, che sottometterà ogni avversario interno: bizantini, nomadi, nordici. Nel 1453 cade Costantinopoli, anno fatale della geopolitica del tempo, la Russia resterà come l’unico soggetto cristiano in quella parte del mondo.

Nasce allora il pensiero-pilastro della cultura politica russa – che Putin ricorda a volte nei suoi discorsi – di “Mosca come la terza Roma”. Terza Roma che si esprime anche con una certa apertura al mondo, anche quello artistico e culturale. Il regno di Ivan II° “il Grande” si libera anche del giogo tartaro, trasformando la Russia in un strutturata autocrazia. Boiardi e alta nobiltà massacrati. 1597: è l’inizio dello zarismo, la monarchia assoluta. Arrivano i Romanov, il primo è il figlio del patriarca ortodosso. Guerre, alleanze, tumulti domati. Comincia anche l’imperialismo militare, con lo strumento centrale costituito dai leggendari “cosacchi”. La Russia diventa “impero” con Pietro II° a sua volta “il grande” nel 1721. È riconosciuta al tempo come potenza mondiale e soggetto colonizzatore. Combatte contro Napoleone e al Congresso di Vienna siede al tavolo dei decisori. Consacra i suoi confini. Le prime (poche ma nuove) riforme sociali arrivano con Alessandro II° (1885-1881), regno breve ma non brevissimo. Via i servi della gleba, sì all’industrializzazione, una ventata di modernità.

Alla fine dell’800 però – in linea con l’Europa – si formano radicamenti anarchico-rivoluzionari e una prima forma di pensiero socialista. Lo zar è ucciso nel 1881 dai terroristi. Ne segue un potere meno liberale ma più stabile. Nel 1914 scoppia la Prima guerra mondiale, la Russia – storica alleata dei serbi – è contro l’impero austro-ungarico. Fino all’offensiva russa del 1916, la guerra costa cara al regime: immense perdite e prezzi troppo alti per il popolo. Questa la via che porta al 1917 e alla “rivoluzione”. In due tappe, la prima borghese e la seconda comunista. Finita la guerra si apre la guerra civile: l’Armata rossa , guidata da Trotzki, e le Armate “bianche”. Terrore, milioni poveri, economia danneggiata gravemente, 5 milioni di morti per la carestia.

Nel 1922 si fonda l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’URSS. Per 70 anni un’altra autocrazia che, senza concedere diritti alle opposizioni, governa la Russia. E che tuttavia trova il suo posto nel mondo grazie al ruolo avuto nella Seconda guerra mondiale di resistere ai nazisti (Stalingrado) e di occupare alla fine Berlino. Stalin è a Yalta al tavolo dei vincitori.

Troppo lungo fare il racconto dell’evoluzione e del fallimento dell’URSS. Costi faraonici militari e di polizia. Inadeguato modello produttivo. Inadeguata classe dirigente rispetto all’evoluzione globale del XX secolo. Una immensa propaganda, l’assoluta emarginazione degli oppositori. La Russia è un grande Paese, ma politicamente autoritario. E tuttavia culturalmente, artisticamente e anche scientificamente vivo. Che ha consumato in modo illiberale gli ideali del socialismo e ha anteposto la ricostruzione dell’impero zarista mentre l’Europa occidentale ha generato, nella sua articolazione plurinazionale, un modello democratico di difesa del Welfare.

La “guerra fredda” dura fino al 1989, poi cade il muro di Berlino e il titanico modello sovietico evapora come neve al sole. Questa l’eredità che, attraverso la parentesi di Elstsin, arriva a Vladimir Putin, colonnello dei servizi segreti sovietici abilmente entrato nel ricambio di potere a Mosca (lui e la sua cerchia di S. Pietroburgo), che da più di 20 anni controlla la Russia con il chiodo fisso di restituire alla “Grande Russia” il ruolo di potente impero che lo zarismo e il comunismo hanno prodotto senza mai passare da neanche un’ora di esperienza democratica. Una tradizione dispotica, nessuno dei contrappesi che appartengono agli stati di diritto e alle democrazie liberali, sprezzo per la libertà di opinione.

La Russia post-comunista

Nella sfida che si sta consumando sui teleschermi di tutto il mondo, un esercito mercenario che ha messo una pezza all’impreparazione delle forze armate regolari di Mosca, minaccia oggi il nuovo zar, che per la prima volta dal rischio di dissoluzione dello Stato dopo il 1989 vede una contestazione in faccia. Contestazione che fino all’arresto a 200 chilometri della capitale ha incontrato anche l’applauso dei cittadini.

Ma torniamo su Putin. Mel 1991 ottiene la delega di rifondare il KGB in un nuovo organo che cambia nome perché tutto continui. È il fattore che sostituisce all’obiettivo della sicurezza quello della scalata al potere.

Mentre Eltsin sposta sugli oligarchi il potere economico, Putin rifà la polizia e la squadra di governo, sfilando alla fine al successore di Gorbacev il ruolo di comando.
Da primo ministro (che schiaccia l’insurrezione cecena) a quella di presidente dello Stato. Un percorso regolato da elezioni in un primo tempo visto anche con favore dall’Occidente.
Con Putin al Cremlino cambia il rapporto con gli oligarchi, che crescono di ruolo nelle loro fortune ma regolati ora da un regista senza rivali politici. Putin diventa tanto zar quanto lui stesso oligarca.

La guerra di invasione.

Da lì il passo verso l’Ucraina, per lungo tempo parte della Russia, con la sua capitale, che fu capitale storica della Russia. Con l’idea di fermare l’accerchiamento minaccioso da parte della NATO (argomentazione hitleriana verso i nemici “accerchianti”), di vendicare i maltrattamenti nel Donbass alle popolazioni russofone, di ristabilire un controllo dell’accesso al mare. Creazione di un governo fantoccio, poi assimilazione progressiva. Piano incauto, impatto militare infelice, compattamento resistenziale ucraino che ha sollecitato la preoccupazione NATO riguardante altri membri del patto militare confinanti. In particolare, un esercito invasore inadeguato, impreparato con una leva di soldati delle lontane province asiatiche del tutto spaesati.

Le reinvenzioni di ruolo (lo zar e la sua tradizione, l’Ucraina e la sua resistenza, la NATO e il suo compattamento che porterà persino l’imprevista adesione di Finlandia e Svezia) scrivono una pagina imprevista che poi si fa strategia stagnante, guerra di logoramento, iper-tecnologizzazione del conflitto, ampliamento della propaganda. Soprattutto trasferimento del perimetro geopolitico del conflitto nell’ambito dei global player del pianeta (USA e Cina). Con un rischio di “serie B” per tutta l’Europa.

Ed è proprio la resistenza ucraina a spostare l’asse militare dalla guerra alla guerriglia. Altro elemento di spiazzamento dell’esercito russo. Si è detto un milione di soldati, ma validi al 10%.

I russi ripiegano da Kiev, poi si barricano nel Donbass, avanzano, poi indietreggiano. Non c’è soluzione militare. Mentre la fornitura occidentale di armi che Zelensky ottiene itinerando da una capitale all’altra per una causa molto raccontabile, creano il prolungamento di un progetto che appare militarmente insostenibile. Insostenibile ma anche orribile. Cruento. Distruttivo. Un paese in macerie. Su cui il massacro di Bucha rivolta le armi immateriali della reputazione contro Putin e il suo disegno diventato criminale. Con lo spettro della Corte internazionale di Giustizia.

La protesi “Wagner”

È in questa cornice che il patto mercenario dà respiro a Putin. L’armata Wagner – simmetrica alla Brigata Azof ucraina di ispirazione originaria neonazista – è l’organizzazione che il “cuoco del Cremlino” Yevgeny Prigozhin ha messo a punto per le cause russe difficili dal Medioriente all’Africa, tra violenze e affari. È un soccorso costoso ma necessario che ristabilisce capacità offensive e soluzioni professionali nel disordine di un sistema fatto apposta alla lunga per creare rivalità tra il ministro della Difesa, generale Sergej Shoigu e il “compare” di varie nefandezze diventato preziosa protesi militare, come lo era stato in Siria e in Afghanistan.

Un conflitto e una rivalità che prima o poi avrebbero mostrato i conti.

La Compagnia privata militare Wagner – così si chiama l’esercito di Prigozhin , già galeotto per crimini comuni al tempo del comunismo, poi titolare con i soldi del padre di un chiosco di hot-dog, poi creatore di una catena di ristoranti che avevano invaso Mosca e alla fine cuoco “tuttofare” al servizio dello zar, ma anche ingegnoso costruttore di opportunità che il chiaroscuro della storia viene aprendo – fondata nel 2014, diventa un attore tragico ma in certi momenti decisivo del conflitto. Entra in campo con 25 mila mercenari, quasi tutti esperti di “giochi sporchi” della Russia in Serbia, nella Repubblica Centroafricana, in Libia, in Mozambico, in Madagascar, nel Mali. Ogni volta lasciando su campo decine di morti ma mitologizzando migliaia di arricchiti.

La rete racconta tutte le imprese, costi subiti e vantaggi ottenuti, di Prigozhin.

Un quadro che doveva renderlo con evidenza alternativo a un generale regolare, costruito nelle burocrazie di potere di uno Stato ultra-burocratico come la Russia, cioè il ministro della Difesa. Si sa che tra loro sono volati gli stracci e che la posizione di Prigozhin è diventata quella di “o me o lui”. Forte dell’equilibrio di territorio che l’esercito russo non sa tenere in Ucraina. Tanto che ormai il duello si è anche esteso al capo di Stato Maggiore della Difesa russa il generale Valerij Vasil’evič Gerasimov. “ O me o loro”, soprattutto da quando Gerasimov ha assunto anche l’incarico di comandante in capo delle operazioni di guerra in Ucraina. Prigozhin ha uno stile sbrigativo e collerico. Chiede armi, soldi, assoluta autonomia di iniziativa.

E finalmente un bel giorno Putin – dopo aver ceduto più volte – ha alzato un ostacolo imprevisto.

La decisione del governo è di “nazionalizzare” la Wagner, trasformandola in una componente regolare delle Forze Armate. Forse un rischio, forse un salto nel buio. Ma le guerre sono fatte anche di politica.

Addio Compagnia, addio affari privati, addio nomadismo piratesco e bellicoso in giro per il mondo.

Ed eccoci quindi all’anticamera di questo “colpo di teatro” per le stesse strade della Russia, fino a soli 200 chilometri dalla capitale. Sappiamo ora, mentre vi parlo, che c’è una battuta di arresto, che potrebbe preludere a una sfida più acuta avvicinandosi a Mosca o, come è più prevedibile, ad un negoziato non visibile di compensazioni rispetto a cui tuttavia la rottura di posizioni e l’affronto fin qui subito dallo zar dovrebbe rendere il rapporto del tutto consumato e probabilmente con regolazione di conti, magari non sui due piedi.

Ma è proprio nei frangenti di oggi che serpeggiano molte interpretazioni. Tra cui quella della ferita di immagine che la vicenda ha certamente inferto al superpotere senza che nemmeno una mosca voli in controsenso , immagine che Putin ha mostrato di esercitare costantemente all’interno.

Il ricordo indelebile della furia sibilante riservata da Putin al capo dell’intelligence russa nella riunione che doveva varare l’azione offensiva in Ucraina, per avere questi battuto due ciglia di fronte al piano di invasione, fa capire i punti di partenza della questione.

Dunque, la ridda di letture della vicenda (opinioni, dispacci di agenzia, in sequenza continua) si è anche concentrata sul ruolo di questa “improvvisata” di Prigozhin – che non è un intellettuale che fa “ragionamenti” ma uomo di azione che misura le decisioni nel tempo di bollitura di un hot dog – nel quadro di un oggettivo indebolimento reputazionale di Putin che potrebbe adesso anche toccare le viscere dell’opinione pubblica russa. Non più guerra di propaganda. Ma rottura dell’impalcatura di immagine dello zar.

Rostov, città di oltre un milione di abitanti, sul Don, città di grandi e importanti snodi. Si immaginerebbe anche adeguatamente presidiata, tre università, patria storica dei Cosacchi. La Wagner è entrata come fosse una passeggiata e, come ho detto, è stata anche salutata da applausi festosi di cittadini. Il viceministro della Difesa russo Yunus-Bek Yevkurov e il vicecapo di stato maggiore Vladimir Alexeyev hanno tentato invano un colloquio personale di dissuasione con Prigozhin, che ha risposto loro di “aver lanciato la sua ribellione per salvare la Russia“. Tutto il mondo ha visto queste scene. Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, ha commentato dicendo: “Prigozhin qui ora sfodera le carte e dice a Putin: tu fai me ministro nella Difesa e io porto la Wagner tranquillamente nei ranghi delle Forze armate”.

Al di là di come si risolverà la partita – è questione di ore, non è detto anche nel quadro di una soluzione cruenta – potrebbe essersi aperta una slavina che pareva al riparo di ogni scalfittura, governata dalla propaganda di Stato e da una certa indole subalterna del popolo russo. Presto per dire. Lo stupore internazionale e anche interno per quel che sta accadendo. C’è una mediazione tentata dal presidente della Bielorussia che potrebbe preludere a spostare su altre figure l’imbarazzante negoziato. Anche qui si vedranno gli sviluppi. Prigozhin ha detto che vuole evitare spargimento di sangue. Ha fermato la marcia e sta ora volando a Minsk. Gli ultimi dispacci parlano di fuga in Africa. Qualcuno avanza l’ipotesi che sia in atto il tentativo del Cremlino di assassinare il capo della Wagner3.

Americani ed europei fanno capire che Putin è un male ma che Prigozhin è anche peggio.

Ma ci sta, al momento, di dare anche retta alle opinioni che ritengono che stia per finire un potere mercenario, ma anche che stia per mutare la rocciosa immagine del capo del Cremlino.

In ogni caso l’obiettivo di questa breve ricostruzione – ancora priva di finale – è quello di far percepire che le storie di questo grande Paese anche nei suoi momenti più drammatici e tormentati vengono da lontano e sull’onda lunga degli eventi vanno interpretate.

Yevgeny Prigozhin fondatore e Comandante della Compagnia militare privata russa “Wagner”

2 Anna Stepanovna Politkovskaja (1958 – 2006), giornalista russa con cittadinanza statunitense, da Izvestia a Novaja Gazeta, il suo libro La Russia di Putin è stato tradotto in tutto il mondo (in Italia, Adelphi 2005).

3 Post-scriptum – Evgenij Viktorovič Prigozhin, nato a Leningrado il 1° giugno 1961, muore in un “incidente aereo” in territorio russo a Kuzhenkino il 23 agosto 2023.


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Commenti

2 risposte a “UCCIDERE WAGNER”

  1. Avatar stefano rolando

    Faccio io un commento a me stesso. Perchè è mia la colpa della trascrizione del testo. A un certo punto si parla della Wagner per simmetria originaria con la Azof. Beh, il lettore legge invece “simmetria orinaria”. Non l’ho pensata, ma forse è un bel lapsus.