SUL DOLORE DELLA PERDITA DEFINITIVA

Qualcuno potrebbe giustamente pensare che il dolore umano si esprima, e si sia espresso storicamente, sempre nel medesimo modo. Questa idea non è però veritiera. Sebbene sia forse comprensibile ipotizzare che, antropologicamente, delle strutture psicologico-emotive umane siano invariabili, sembrerebbe sia però più corretto tener conto del fatto che il modo di esperire il dolore cambi di epoca in epoca e di luogo in luogo.

Ciò vuol dire che se è vero (o potrebbe essere vero) che il dolore della perdita dovuto alla morte abbia dei caratteri di invarianza, dovuti ad esempio al fatto che la morte è un distacco universalmente vissuto come definitivo (nonostante le consolazioni procurate dalle fedi religiosi di ciascuno), l’esperienza del lutto si configura invece in modi diversi in base soprattutto alle caratteristiche sociali del posto e del tempo in cui accade.

Oggi il lutto sembra seguire fondamentalmente due strade: la prima è quella della spettacolarizzazione del lutto, la seconda è quella della sua negazione implicita. Non è raro vedere gente dello spettacolo (in televisione) e persone comuni (soprattutto sui social) ripresentare continuamente e in modo assai ridondante la propria perdita. Interviste, intere sezioni di programmi televisivi, dichiarazioni giornalistiche, fotografie, video e qualsiasi altro mezzo vengono sovente impiegati spettacolarizzare il dolore della propria perdita in un modo tale che ad esso venga sottratta quell’intimità che pure essenzialmente gli dovrebbe appartenere.

Fuori da questa dimensione di estrema – e vacua – condivisione ossessiva del proprio dolore c’è il mare magnum della dimenticanza assoluta. Con ciò intendo dire che quando il dolore della perdita non viene spettacolarizzato, esso viene completamente taciuto da una società sempre meno incline a sostare troppo a lungo sul dolore del fine vita. Spettacolarizzazione e dimenticanza sono quindi i due modi in cui, l’esperienza della perdita definitiva, sembra oggi doversi necessariamente configurarsi (ovviamente a tutto ciò vanno sottratte quelle naturali eccezioni che rendono intrinsecamente fluida e sfumata ogni teoria sul comportamento e sulla natura dell’essere umano).

Nel nostro tempo, dunque, che cos’è che manca al dolore della perdita definitiva? La risposta è perfettamente in linea con quanto vari pensatori di vario orientamento hanno già da tempo diagnosticato al nostro tempo: un’assoluta indisponibilità dell’uomo contemporaneo verso una dimensione ulteriore dell’esistenza.

In effetti il dolore,ogni dolore, ci mette di fronte la fragilità dell’esistenza, verso la sua caducità. Nel dolore l’uomo si riscopre mortale e vulnerabile e scorge, come in uno sguardo sull’abisso del mistero, quanto apparente sia la sua saldezza e quanto invece intrinsecamente inalienabile la sua contingenza. In ambito metafisico c’è un’argomentazione, assai nota peraltro, che arriva a postulare l’esistenza di un Essere Perfetto che sta a fondamento di tutto proprio partendo dalla constatazione della contingenza assoluta del mondo. La constatazione del fatto che il mondo potrebbe esserci e non esserci trova un corrispettivo necessario nella considerazione (dapprima metafisica e poi teologica) dell’esistenza di un essere (almeno un essere) che non potrebbe non essere.

Se così non fosse ci dovrebbe essere, nel passato dell’universo tutto, un momento in cui nessun ente era nella luce dell’esistenza e se nessun ente era come è stato possibile che qualcosa abbia cominciato ad esistere? Ebbene, la contingenza assoluta richiede proprio un corrispondente necessario assoluto per potersi giustificare. Questo ragionamento è, analogicamente, assimilabile a quanto potrebbe dirsi del dolore. Essendo il dolore un’esperienza capace di gettare luce sulla contingenza della natura umana, la conseguenza più immediatamente vicina a questa esperienza è proprio quella della interrogazione radicale sull’essenza e sul destino della vita umana.

Il dolore è, pertanto, la strada maestra per una riflessione autenticamente filosofica sull’esistenza. Dato che il dolore è, inoltre, una componente ineliminabile dall’esistenza di ciascun uomo non c’è nessuno che, a ben vedere, non possa non considerarsi in una qualche misura filosofo. Quest’ultima è, infatti, certamente una disciplina con metodi e regole proprie, ma prima di tutto ciò essa è un impulso dello spirito umano.

Bisogna ora chiedersi: la spettacolarizzazione del dolore e la sua dimenticanza (i due modi in cui oggi il dolore viene manifestato) non hanno a che vedere con la sua profondità e il suo valore in termini di consapevolezza, riflessione. La spettacolarizzazione rende il dolore un’attrattiva intorno la quale il personaggio coinvolto nella perdita non si apre a dimensioni ulteriori (metafisiche ed escatologiche, esistenziali ed etiche) ma resta anzi prigioniero delle dinamiche mondane, essendo la scopo finale quello di attirare l’attenzione su di sé, per motivazioni di carattere sociale, lavorativo e, purtroppo, anche remunerativo.

La dimenticanza del dolore (che si configura sempre come un tentativo destinato allo scacco) è invece una negazione del carattere filosofico dell’esistenza. Il fatto che il mondo “non aspetti” chi soffre è il segno di una svalutazione totale delle dimensioni più autentiche dell’umana natura. L’elaborazione del lutto, pertanto, alla luce di questo discorso si configura non soltanto come necessario lavorio psicologico di accettazione della perdita, ma anche come occasione preziosa di intendimento filosofico dell’esistenza.


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