SICUREZZA SOCIALE E LIBERTÀ INDIVIDUALE

Intervista di Giampaolo Sodano a Giuseppe De Mita

Per riassumere l’origine di POP. Popolari in retecon una battuta, potremmo dire che è nato in tempi di guerra. Ha visto infatti la luce nel marzo del 2020, durante la fasepiù acuta della pandemia Covid-19. Risale a quei giorni l’incontro tra Giuseppe De Mita, deputato e vicepresidente della Regione Campania, e FrancescomariaTuccillo,fondatoredelprogettopoliticoPopoli & Polis da cui nacque ProspettivaPopolari che come prima iniziativa chiese con una petizione a David Sassoli, allora presidente del Parlamento europeo, di “rendersi promotore della revisione urgente dei Trattati per introdurvi la Carta sociale. Tale cambiamento non è solo vitale per ogni cittadino, ma essenziale per la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea.”

Ai primi passi del movimento fece rapidamente seguito la campagna elettorale per le regionali in Campania del settembre 2020. Nonostante il suo stato nascente, Prospettiva Popolari decise di affrontare la prova elettorale: la sua lista si associò a quella di Fare Democratico, movimento guidato da Giosy Romano, già presidente dell’ANCI e oggi commissario straordinario della ZES (Zona Economica Speciale)campana. Il risultato fu incoraggiante. Oltre 100 mila voti e due seggi in Consiglio regionale.

Attualmente la “rete popolare” si articola in 8 Comitati Promotori Regionali già costituiti e7infasedi costituzione. Questi gruppi raccolgono esperienze diverse unite da un punto comune: il metodo, che costituisce il tratto distintivo del Popolarismo. Al contrario dei partiti politici attuali, sempre più polarizzati su posizioni opposte e su leadership personalistiche, i popolari privilegiano l’etica dei mezzi sull’ideologia dei fini. E pensano che solo il senso di realtà più autentico consenta di offrire risposte adeguate e fattibili ai bisogni materiali e alle aspirazioni immateriali delle persone e di trovare il punto di equilibrio più avanzato tra il loro diritto alla sicurezza e illoro desiderio di libertà.

  1. Il movimentismo nella politica italiana: nasce negli anni Cinquanta e continua per tutta la seconda metà del secolo scorso. Il fenomeno della frammentazione dei partiti: quando una corrente diventa abbastanza grande determina una scissione. È avvenuto nel Partito Comunista come nel Partito Socialista, nel Movimento Sociale e nel Partito Monarchico e nel Partito Radicale. Poi in Forza Italia e nei 5 Stelle. Forse in Italia il sistema dei partiti è fragile.

In realtà il sistema dei partiti ha retto sostanzialmente fino alla metà degli anni ‘80. Per certi versi si può addirittura dire che è stato così solido da bilanciare la fragilità delle istituzioni. In quel periodo ci sono pure stati fenomeni “movimentismi”, come l’Uomo Qualunque e, in termini molto diversi, nel Partito Radicale. Tuttavia, direi che questi furono fenomeni iscritti nella fisiologia dei sistemi democratici più che una vera e propria forma patologica. Sarebbe stato solo dopo il ciclone Tangentopoli e la fondazione di Lega e Forza Italia che, per dirla in sintesi, il populismo avrebbe preso il sopravvento sulla politica.

Quanto alla frammentazione interna ai partiti, mi pare un fenomeno più recente, successivo alla crisi degli anni ’90 e diretta conseguenza della spinta individualistica e personalizzatrice, figlia della crisi delle ideologie, dell’equivoco della “politica del fare” e dell’emergere dirompente della comunicazione social, che ha accentuato la tendenza narcisistica della società in generale e del mondo politico in particolare.

Finiti i partiti è emersa tutta la fragilità del sistema istituzionale, che oramai si regge quasi interamente sulla Presidenza della Repubblica. E più per la qualità personali dei presidenti che per le prerogative istituzionali della carica.

  1. La Democrazia Cristiana è rimasta compatta e ha governato per mezzo secolo. Solo perché era Cristiana. Come è potuto accadere.

L’ispirazione religiosa è stata un tratto qualificante del modo con il quale la Democrazia Cristiana ha interpretato e tutelato le istanze di libertà, ma da sola non spiega una così lunga permanenza al governo.

Giuseppe De Mita

Innanzi tutto hanno pesato il contesto internazionale e la divisione del mondo in due blocchi. Poi, forte è stata l’impronta degasperiana dei governi di coalizione, che ha consentito alla DC di non restare isolata e di procedere a quel progressivo allargamento della base democratica del Paese che, passando per il primo “centro-sinistra organico” degli anni ’60, avrebbe condotto a creare le condizioni per la legittimazione del PCI a potenziale forza di governo: processo di cui Moro fu artefice in prima persona.

Infine, non va taciuta la capacità di gestione della cosa pubblica della DC, che è stata artefice di cambiamenti rivoluzionari nella sostanza (dall’integrazione europea allo Statuto dei Lavoratori e al Servizio Sanitario Nazionale, per citarne solo tre), fondati alla sua naturale attitudine a comporre in una lettura interclassista le complessità del tempo.

  1. Ucciso Aldo Moro, tentarono di uccidere Berlinguer e Giovanni Paolo II. Contemporaneamente Berlinguer teorizzava il compromesso storico commentando il Cile, rivendicava il partito di lotta e di governo davanti ai cancelli della Fiat e i quadri facevano la marcia dei 40.000: è un periodo della storia del nostro paese. Chi traeva vantaggio dalla crisi.

Il mantenimento dell’Italia in una condizione di precarietà credo convenisse a molti, forse più in Europa che oltre oceano. Ma chiunque abbia promosso e favorito tale precarietà, su una sponda o sull’altra dell’Atlantico, ha dato prova di una visione miope.

Premesso questo, non saprei dire con certezza se dietro quegli eventi tragici si celassero disegni occulti. Quel che è certo invece è che essi interruppero un’evoluzione profonda e innovatrice del sistema politico, che da allora più nessuno ha riproposto e di cui ancora avvertiamo la mancanza.

Il più lucido nell’intuirne la necessità e disegnarne il profilo fu senza dubbio Aldo Moro. Enrico Berlinguer lo comprese ed ebbe molti meriti, ma ho la sensazione che sia rimasto, nel suo percorso, a metà del guado. Promosse certamente una presa di distanza coraggiosa dall’Unione Sovietica, ma senza trovarne gli sbocchi sul piano concreto. E poi si identificò con la questione morale e la cosiddetta “diversità comunista” che, pur essendo lette sovente come un suo grande punto di forza, credo invece abbiano rappresentato sul piano politico il segno della sua impotenza e l’origine delle degenerazioni moralistiche degli anni successivi.

  1. Quando iniziò la consapevolezza nel gruppo dirigente del Partito Comunista che la storia del Comunismo volgeva alla fine. E quali furono le ragioni per le quali Berlinguer si rifiutò di concorrere alla unità della sinistra proposta da Craxi.

Non ho una conoscenza così ravvicinata del dibattito interno al PCI da formulare un’ipotesi di datazione. Come ho appena detto, Berlinguer intuì certamente la crisi dell’ideologia comunista e volle distinguersi dall’Unione Sovietica, ma rimase a metà strada e non seppe scegliere con sicurezza la strada da percorrere.

Da una parte, ebbe la possibilità di edificare, con il Partito Socialista, l’unità delle sinistre per costruire un’alternativa alla DC, ma fu frenato dal prezzo politico che avrebbe dovuto pagare a Craxi. Dall’altra gli venne proposta una soluzione diversa e più innovativa. In una delle cene riservate che si tenevano a casa Agnes, Ciriaco De Mita, consapevole della sua diffidenza nei confronti di Craxi, gli propose infatti un accordo in base al quale né il PCI né la DC avrebbero fatto alleanze con i socialisti, comprimendo così il potere contrattuale del PSI e aprendosi all’alternanza. Ma non accadde né l’una né l’altra cosa.

E qualche anno dopo la caduta del muro di Berlino colse certamente di sorpresa gli eredi di Berlinguer, che avevano saputo staccarsi solo in parte da un sistema che stava crollando, metaforicamente e non solo.

  1. Quali e quanti furono i tentativi di colpo di stato in Italia a partire dal 1945. E perché fallirono tutti. E perché l’unico riuscito è quello di Tangentopoli. Chi aveva interesse a destabilizzare il sistema politico italiano. Quali sono stati e sono tutt’oggi gli elementi di destabilizzazione del sistema Italia: per quali motivi e con quali fini.

Rinvio agli storici per ricostruzioni più puntuali. Vorrei solo confermare che la vicenda italiana del secondo dopoguerra è stata segnata dalla presenza strisciante di un senso di inquietudine e incertezza politica, figlio della fragilità istituzionale che ha accompagnato la nascita della Repubblica. Aggiungo che tutti i tentativi di colpo di Stato sono falliti grazie all’opposizione delle forze politiche, dei vecchi partiti insomma, che ebbero la forza di reggerne l’urto. Con sbavature forse, ma lo fecero. Come ho già detto, furono i partiti, anche di fronte a queste minacce, a compensare la fragilità delle istituzioni.

Quanto a Tangentopoli, è il risultato di tante cose. Tanti errori, superficialità, rozzezze, piccoli e grandi calcoli: tutti sbagliati alla fine. Ed è potuta avvenire proprio perché l’insieme dei partiti, che fino ad allora aveva fatto da anticorpo, si era a sua volta indebolito.

Oggi restiamo un sistema svuotato. Le istituzioni non sono migliorate e la complessiva crisi di rappresentanza le ha rese dei gusci vuoti. I partiti sono per lo più agitatori di disperazioni.

Può darsi che ci possa essere ancora qualcuno che, nel mutevole panorama geopolitico mondiale, continui ad auspicare e promuovere una debolezza permanente dell’Italia. Quel che sorprende è che invece non ci sia nessuno, o quasi, che si ponga seriamente l’obiettivo di riscattarla.

  1. Lo smantellamento del sistema delle partecipazioni statali e le privatizzazioni: il ruolo di Prodi. E quale fu la causa della dissoluzione della chimica italiana tra Cefis, Rovelli e Cuccia. la scomparsa della Montedison e perché non si è mai fatto il processo Enimont.

Non conosco il dettaglio di quelle vicende. Con il senno del poi si può dire che hanno trovato conferma le preoccupazioni di chi vedeva il rischio di una svendita sottocosto e non un progresso dello Stato. Pomicino ha detto cose molto dure e precise al riguardo. Molte delle quali trovo condivisibili.

  1. Il fallimento dell’azione politica e culturale di Gianfranco Fini: traghettare il vecchio Movimento Sociale postfascista in un moderno partito della destra nazionalista e conservatrice.

Non sarei così drastico. Fini ha guidato un processo di evoluzione di qualche rilievo. E poi ha avuto uno scatto di orgoglio che lo ha reso anche simpatico. I risultati incerti sono dovuti a fattori esterni più che ai suoi demeriti.

  1. Qual è il progetto politico dei Popolari: un partito che riprende il cammino nella tradizione della DC, un movimento di cattolici che riparte da don Sturzo, una federazione civica, un partito moderato di centro. Qual è il giudizio sul terzo polo.

Il progetto dei Popolari è quello di dare vita ad una forza politica che riunisca i due obiettivi fondatori del popolarismo: sicurezza sociale e massima libertà individuale.

Oggi si è generato un cortocircuito tra il bisogno di libertà e la necessità di sentirsi protetti ed equamente considerati (penso al lavoro, alla scuola, alla sanità e adesso anche alla pace). Sicurezza e libertà sono istanze che vanno equilibrate, non messe in contrasto. E la ricerca di tale equilibrio discende direttamente dalla cultura politica con la quale si legge la realtà. Quella popolare ha una sua specificità, non esclusiva ma peculiare: la chiave di lettura dei problemi – di tutti i problemi – è la persona nella condizione storica in cui si trova o, per dirla con Moro, «nel tempo in cui le è dato di vivere, con tutte le sue difficoltà». Da questo discende che non ci sono, nel nostro panorama, la destra e la sinistra, con i rispettivi slogan e, spesso, luoghi comuni, ma spicca la persona con i suoi problemi, le persone con i loro problemi, ai quali va data una risposta nella misura del possibile, senza illusioni, ma anche senza rassegnazioni.

Sicurezza e libertà sono le parole simbolo di questo percorso. E il raccordo con il civismo e il municipalismo è un fatto naturale: i problemi non sono astratti, ma hanno il nome e l’indirizzo di chi li vive. I luoghi non sono una cartolina, ma il contesto esistenziale delle persone e per questo, la cultura dei luoghi – il genius loci – è, nel nostro progetto, un elemento essenziale.

Sul terzo polo non do giudizi. Sembra essere frutto di una scelta contingente e quasi casuale più che di una visione. Ha sicuramente dato cittadinanza, benché parziale, a un elettorato suscettibile di ingrossare ancora di più le già folte fila degli astensionisti. Adesso ha il difficile compito di evolvere in una iniziativa politica di rinnovamento profondo. Ma per fare questo dovrebbe recuperare ragioni più radicali che la sola sommatoria tra due partiti. O due leader.

Può essere un interlocutore in un percorso di costruzione di un nuovo soggetto politico, ma occorre porre alla base un’opzione politica radicale.

  1. Il ruolo della comunicazione e dell’informazione nella formazione dell’opinione pubblica: nasce nel servizio pubblico RAI la tv populista (Samarcanda). Per quale ragione la stampa italiana e la tv non sono mai state autonome dai grandi gruppi industriali e dai partiti politici. Per anni si è discusso, polemizzato e legiferato sul sistema televisivo nazionale. L’attenzione dei partiti si concentrava sul duopolio RAI-Berlusconi. Poi un giorno, governante Berlusconi, Murdock introduce Sky nel sistema e qualche tempo dopo, una dopo l’altra, entrano nel sistema televisivo nazionale otto major USA senza che nessuno fiati.

La comunicazione e l’informazione potremmo dire che nascono con l’essere umano, di cui rappresentano un bisogno essenziale, subito dopo – dicono gli studiosi di psicologia – il cibo e il respiro. La radice di comunicazione è “mun”: comunità. Come ogni comunità quindi, i mezzi di comunicazione prendono la forma che la cultura del tempo dà loro. Oggi sono un epifenomeno della crisi; non credo la causa.

La mancanza di governo di questi processi sta tutta nella strumentalizzazione che se ne è voluta fare, anziché dare loro un sistema di regole. La norma giuridica esige culture politiche. E le culture politiche esigono partiti che le incarnino attraverso la rappresentanza degli interessi e le azioni di governo.

Possiamo tornare all’inizio: l’Italia ha retto a tanti scossoni grazie alla tenuta del sistema dei partiti. Ed è andata in difficoltà quando i partiti sono finiti. Ma potremmo anche dire: le democrazie moderne sono nate e si sono irrobustite grazie ai partiti e sono andate in crisi quando i partiti si sono indeboliti.

Sarà pure una relazione casuale. Ma è certa.


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