PER UNA NUOVA MISSIONE

Tutto ha inizio 100 anni fa. Il Duce Benito Mussolini decide che la comunicazione deve essere come il demanio delle spiagge, una prerogativa dello Stato e così la radio di Guglielmo Marconi & soci diventa EIAR. 20 anni dopo lo Stato democratico conferma la sua proprietà della radio e la chiama RAI e 10 anni dopo, quando dagli USA arriva la televisione, anche quella è dello Stato che ne concede la gestione “alla sua azienda” radiofonica. Con una “cosa” nuova, la missione di servizio pubblico. Da allora sono trascorsi 70 anni, tutto è cambiato ma non il servizio pubblico.

Liquidato l’intervento diretto dello Stato nell’economia, abbandonato nei fatti il welfare state e decretata la “morte delle ideologie” si è dissolta la sinistra, quell’area politica e culturale animata per mezzo secolo da partiti di massa, sindacati, correnti culturali e movimenti, che oggi è un deserto spesso abitato da comici e avvocati, da politici inventati, un pericoloso palcoscenico in cui si rappresenta la crisi della democrazia che diventa poi crisi del pensiero.

In questo scenario la destra, come un virus, è stata capace di mutare: entrata nel corpo della società è stata postfascista e secessionista, fino alle stanze di Palazzo Chigi dove ha messo l’abito buono di partito conservatore e atlantista per i meeting di Washington e Bruxelles, ma conservando nel guardaroba la camicia nera e il fez da indossare la domenica per le feste di paese e le campagne elettorali.

In questo contesto l’impresa RAI è entrata in crisi e il servizio pubblico televisivo ha perso la propria stessa identità fino al punto che i telespettatori non avvertono più alcuna differenza tra la programmazione della RAI, chiamata ad assolvere alla funzione di servizio pubblico fino al 2027, e quella delle televisioni commerciali, nazionali o estere che siano. È potuto così accadere che, sulla soglia del nuovo millennio la RAI, sia andata progressivamente svuotandosi di contenuti restando ancorata a vecchi modelli di intrattenimento e di informazione.

Si è molto detto e molto scritto a proposito della “lottizzazione” tralasciando troppo spesso di considerare che essa segnò 50anni fa non solo la fine del “latifondo” democristiano, ma di fatto garantì il pluralismo nella gestione dell’emittente radiotelevisiva e soprattutto nell’informazione. Certamente il diretto intervento dei Partiti per perseguire questo fine non è stato esente da critiche; certamente il metodo non sempre ha premiato competenze e professionalità, certamente vi sono state contraddizioni ed errori, ma è altrettanto vero che, una volta dato per scontato il monopolio statale dell’etere, quel sistema non aveva alternative in un Paese democratico.

Nel corso degli ultimi decenni tutte le formazioni politiche, vecchie e nuove (nessuna esclusa), si sono assunte la responsabilità di decidere, non solo le regole scritte nel contratto di servizio che “lega” lo Stato alla RAI, in quanto concessionaria del pubblico servizio, ma anche i nomi dei dirigenti che devono gestirla, le cosiddette nomine. L’unica differenza tra la “lottizzazione” conseguente alla legge 103/1975, che garantiva attraverso il Parlamento un esercizio pluralistico nella gestione di tre canali televisivi e la situazione attuale è la normativa vigente che prevede un intervento diretto ed esclusivo del Governo.

Ma è cambiato qualcosa con i nuovi manager decisi a Palazzo Chigi? Tanto rumore per nulla. Con la scusa della famosa egemonia culturale della sinistra da sconfiggere si è aperta la strada alla presa del potere dei Fratelli di Giorgia Meloni mentre nei salotti TV, tra un “Cinque minuti” e un “Che sarà”, il funzionario di servizio, che veste la nuova casacca, prepara il set per gli stessi ospiti di sempre. A volte capita un incidente, nasce una gran polemica, gli addetti alla gestione inventano scuse che non stanno in piedi, il governo che li ha nominati sente il dovere di intervenire e “l’incidente” diventa un caso politico. Tutto sarebbe più semplice, e nell’interesse dei cittadini che pagano il canone, se si riconoscesse che “l’incidente” è accaduto perché il governo ha nominato manager incapaci di assolvere alla loro funzione (a tale proposito si invitano i lettori a leggere come sono andate le cose nel caso Scurati).

La vera egemonia culturale nel nostro Paese l’ha esercitata Silvio Berlusconi con Canale 5 fino a portare i telespettatori a mutare in elettori del suo partito, Forza Italia. Poi l’“attraversata del deserto” per trenta lunghi anni che hanno lasciato il segno tanto che, anche quando il suo inventore è passato a miglior vita, gli elettoritelespettatori continuano a votarlo. Una vera egemonia culturale che ha finito per favorire l’ascesa di una formazione politica di cultura neofascista a Palazzo Chigi.

La responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo è un po’ di tutti e di nessuno, conseguenza com’è di un’ormai troppo lunga disattenzione al problema della missione del servizio pubblico televisivo. Per quanto possa sembrare paradossale anche la sua definizione è stata finora scarsamente approfondita. Vale la pena ricordare che per “Servizio Pubblico” si intende un complesso di persone e di beni, materiali e immateriali, predisposto per il soddisfacimento di un interesse pubblico. Una definizione particolarmente importante ai fini delle caratteristiche proprie del servizio radiotelevisivo pubblico non in astratto, ma con riferimento diretto alla situazione di fatto esistente. Il servizio pubblico è una cosa, l’impresa RAI è un’altra.

Ma è soprattutto sul versante sociale, ossia proprio sul terreno in cui il servizio pubblico deve trovare e valorizzare la propria specificità, che il paradigma digitale introduce nuove relazioni sia con il sistema professionale e creativo, con i mondi del giornalismo e della narrazione audiovisiva, e infine con la vasta platea degli utenti che usufruendo delle nuove risorse tecnologiche pongono domande sempre più differenziate costringendo la RAI a rompere l’uniformità di produzioni e trasmissione tipica del modello generalista.

Questa è la sfida che precede e attraversa le degenerazioni del controllo politico e impone con coraggio e lucidità di forzare ogni limite e compatibilità perché crediamo che sia possibile uscire dalla fase di transizione che viviamo conquistando un protagonismo pubblico in grado di controllare il dominio degli algoritmi.

Nel 2027 una nuova missione di servizio pubblico radiotelevisivo, e una nuova concessione all’impresa RAI, sarà possibile se le forze politiche e culturali del Paese saranno state capaci di elaborare una legge di riforma che cambi le regole e soprattutto rinnovi la RAI che può tornare ad essere quello straordinario strumento di promozione sociale e culturale che sessanta anni fa contribuì alla rinascita dell’Italia.


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