MEINA-BAVENO-DOMODOSSOLA 1943 – 1944

Un itinerario per non dimenticare

Sono nata nel primo dopoguerra in questi luoghi straordinari per la loro bellezza, tra lago, montagne, le isole Borromeo, che hanno affascinato gli scrittori d’oltralpe fin dal Seicento e reso più lieve l’esilio dei grandi protagonisti del Risorgimento italiano. Dal settembre 1943 fino alla liberazione dall’oppressione nazifascista sono anche i luoghi della Resistenza e del primo eccidio di Ebrei in Italia.

A Domodossola il 10 settembre 1944 nacque quella che verrà chiamata successivamente “La Repubblica dell’Ossola”, territorio che fu liberato dai partigiani che dalle montagne e con ardite e rischiosissime escursioni a valle respinsero le forze militari occupanti.

Vogliamo ricordare, dopo ottant’anni, la battaglia che si svolse alle prime luci dell’alba il 13 febbraio 1944 in un alpeggio di Megolo di Mezzo, frazione di Pieve Vergonte, quando un reparto della polizei tedesca, appoggiato da una compagnia della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), cercò di stroncare la resistenza di un manipolo di partigiani guidati dal capitano Filippo Maria Beltrami che decise di affrontare lo scontro. Nella battaglia morirono dodici partigiani fra cui lo stesso Beltrami, che insieme ad altri due eroi ottenne la medaglia d’oro alla memoria. La battaglia di Megolo è descritta dalla moglie di Beltrami nel suo libro “Il Capitano” pubblicato da “Sapere 2000” nel 1994. Ne riportiamo un breve stralcio:

Il combattimento era terribile: Un vero inferno. Ci si chiede come potessero durare. Forse la rabbia era più forte di tutto. Forse la vita, bella, appariva agli uomini legati all’arma, batteva loro con violenza nel sangue degli occhi, a stringerli nello sforzo. Filippo già ferito al viso e alla testa, seguitava a sparare, a dare ordini ai suoi, che gli cadevano attorno ad uno ad uno. Le parole uscivano stentate e confuse dalle sue labbra lacerate, finché cadde lui stesso, la gola aperta, in un lago di sangue…

La formazione di Beltrami aveva tante radici diverse: c’erano ragazzi dell’Ossola, altri venuti dal Milanese, dal Lodigiano, dal Torinese, c’erano ex soldati come lo stesso Beltrami. C’erano anche visioni politiche diverse, dai cattolici monarchici ai comunisti.

L’esperimento di autogoverno e democrazia, realizzato con la Repubblica dell’Ossola in un’Europa occupata dai nazisti, ebbe la durata di quaranta giorni, finché il territorio dell’Ossola e della Val Cannobina non fu riconquistato dalle truppe tedesche. L’occupazione terminerà con la completa Liberazione di tutto il terrritorio nazionle nell’aprile 1945.

Fino a quel momento tutto il territorio del Verbano, del Cusio, dell’Ossola fu teatro di scontri tra partigiani e nazifascisti, di rastrellamenti e di eccidi di intere famiglie di Ebrei, mentre dal cielo gli attacchi aerei dei caccia bombardieri angloamericani puntavano sugli obiettivi sensibili: il punt da ferr di Sesto Calende e la ferrovia; i battelli “Genova” “Torino” “Milano” affollati di civili e militari che viaggiavano tra Intra e Laveno e nelle acque di fronte a Baveno, tra il 25 e 26 settembre 1944. Furono mitragliati, incendiati, affondati; vi morirono circa settanta persone.

Oggi tutti questi luoghi rivieraschi e montani costituiscono meta di viaggi di piacere da parte di turisti italiani e stranieri, villeggianti con la seconda casa sul lago o nelle valli che gli fanno da cornice. La bellezza straordinaria del paesaggio è sicuramente la principale attrattiva, ma sia la gente del posto sia gli ospiti italiani e stranieri in ogni momento, molto spesso inconsapevolmente, appoggiano i loro piedi su un pezzo di storia relativamente recente: la storia che seguì l’8 settembre 1943. L’area corrispondente alle attuali provincie di Novara e del Verbano-Cusio Ossola si trovarono sotto il controllo della Panzer-Division Waffen SS. Il Comando fu installato all’Hotel Beaurivage di Baveno.

Su questa parte di territorio fra il lago, le motagne, la Svizzera si trovarono a condividere gli stessi luoghi le forze militari tedesche, appoggiate dai fascisti; i partigiani, le famiglie sfollate dalle città perché sotto i bombardamenti anglo americani, moltissimi Ebrei rassicurati da una possibilità di fuga in territorio elvetico.

Spesso, appartenenti alla stessa famiglia, amici, vicini di casa, persone che avevano vissuto fino a quel momento in un clima di normale serenità, si trovarono a vivere ideali diversi, a nutrire sospetti, a escogitare attentati e vendette. La lotta partigiana, che infuriò a partire da Domodossola, si estese ovunque in tutta la provincia di Novara che comprendeva l’attuale provincia di Verbania.

Negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale si poté assistere a un processo di rimozione collettivo delle sofferenze patite prima della liberazione. Negli anni Cinquanta, quando per i bambini i racconti degli adulti assumono il fascino della favola, affioravano di tanto in tanto piccoli aneddoti raccontati in famiglia o dall’amico di casa in un momento di confidenza, forse per esorcizzare un dolore da soffocare con la ricerca di un aspetto curioso o addirittura grottesco. La moglie “del” Cesare, il barbiere del paese che aveva il suo negozio proprio di fronte al lago dove per ritorsione sono stati fucilati 17 uomini, raccontava di aver chiuso la saracinesca del locale appena avvertito il pericolo della rappresaglia tedesca. Presa dal panico e dalla paura che prelevassero a forza il marito, aveva infilato nel forno della stufa a legna appena spenta il suo cagnolino prima inzuppato in un secchio d’acqua, perché il suo abbaiare non fosse udito dalle SS che con i fucili spianati e grida minacciose spargevano terrore davanti a ogni portone.

Si parlava di fazzoletti rossi annodati al collo di partigiani che cercavano rifugio correndo verso la montagna, scuotendo rumorosamente i cancelli delle case per chiedere cibo.

Un signore sfollato da Milano all’isola Pescatori durante la guerra, dieci anni dopo, raccontava spesso, seduto intorno a un tavolo del bar Imbarcadero di Baveno, come nell’estate del ’44, avesse sentito arrivare, veloci come il fulmine, i sei caccia bombardieri angloamericani che mitragliarono il battello “Genova”. Come in tutte le giornate di sole, limpide e serene, stava pescando con la tirlindana persici e lucci. Certo di essere in pericolo, remando con tutte le sue forze, aveva spinto la barca sotto le arcate del lungolago. Dopo la strage aveva assistito al recupero delle vittime ad opera dei barcaioli che con le loro barche avevano raggiunto il battello e portato aiuto.

Oggi a Baveno non c’è alcun segno di quel tragico evento rimasto nascosto nei fondali di acque rasserenanti. Invece sul lungolago, sul luogo dell’eccidio a cui era scampato il barbiere, si erge un monumento che vuole ricordare 17 uomini e ragazzi, rastrellati a caso e quindi fucilati per rappresaglia. Forse per i più non è che un arredo urbano, tra aiuole fiorite, qualche piccione posato sulla ringhiera, bambini che giocano e turisti che si guardano attorno. Invece la storia racconta che il 21 giugno del 1944, si è consumato un massacro. Nel pomeriggio del 20 giugno, un gruppo di partigiani, guidato da Franco Abrami, che operava sul Mottarone, decise un’azione contro tedeschi e fascisti a Baveno nella speranza di fare prigionieri da scambiare con i numerosi partigiani arrestati durante il terribile rastrellamento che aveva investito la zona da diversi giorni. Due partigiani presso la stazione ferroviaria fecero prigionieri due tedeschi e tre fascisti. Seguì uno scontro a fuoco in cui caddero uccisi il capitano della Feldgendarmerie e il maggiore della GNR. Scattò la rappresaglia tedesca a cui fece seguito l’eccidio dei 17 martiri.

Il giorno precedente alla strage di Baveno, il pomeriggio del 20 giugno 1944, quarantatré partigiani, arrestati nei giorni precedenti durante le operazioni di rastrellamento in Val Grande, furono torturati, fatti sfilare in corteo da Intra a Fondotoce, un percorso di circa otto chilometri, quindi fucilati nei pressi del canale che congiunge il lago di Mergozzo al lago Maggiore.

Nel luogo della strage ora sorgono fianco a fianco il Sacrario “Parco della Memoria e della Pace” e “La casa della Resistenza”.

Parco della Memoria perché su quel tempo, che ha ridato libertà ed istituzioni democratiche alla gente, non abbia mai a calare il velo dell’oblio. Parco della Pace per riconfermare la mai dismessa vocazione alla pace delle donne e degli uomini che hanno vissuto intensamente quel tempo di guerra. (Luigi Minioni, “Il V.C.O. e la Resistenza-La storia I fatti Gli uomini”, Associazione Casa della Resistenza).

E’ per la stessa motivazione che in questo itinerario sono inserite le tappe di Meina e di Baveno, cittadine sulle rive del lago Maggiore in cui, tra la metà di settembre e i primi giorni di ottobre 1943 si consumò una strage di Ebrei ad opera delle forze d’occupazione naziste, la prima sul territorio nazionale. Le vittime e le stragi accertate furono cinquantaquattro, almeno altrettanti furono gli ebrei che riuscirono a salvarsi nascondendosi o riuscendo a raggiungere la Svizzera. Quella avvenuta sulle sponde del lago Maggiore fu la seconda strage di ebrei per numero di morti in Italia dopo quella delle Fosse Ardeatine che ebbe luogo nel marzo 1944.

Quando i militari nazisti presero il controllo del nord Italia nell’area di Verbania e Novara si trovavano un centinaio di Ebrei. Alcuni di essi risiedevano in queste località, altri erano lì sfollati dalla Lombardia e da varie zone del Piemonte. Per sfuggire ai bombardamenti altri ancora vi avevano trovato rifugio dall’estero.

I rastrellamenti iniziarono a Baveno il 13 settembre: qui le SS tedesche, accompagnate da una guardia comunale, fecero irruzione nella villa “Castagneto” e arrestarono l’ebreo Mario Luzzato. Nello stesso giorno venne prelevato dalla Villa Fedora Emil Serman, ricco commerciante di carta da giornale di origine austriaca. Si era trasferito prima a Milano a causa della persecuzione antisemita e da lì a Baveno per fuggire ai bombardamenti anglo-americani. In serata le SS tornarono alla villa e dopo averla saccheggiata, arrestarono il resto della famiglia: la moglie Maria Muller, con sua madre Giulia e la sorella Stefania e l’amica Czolosinska Sofia, tutte di origine polacca.

Oggi il vasto parco della villa che si estende verso il lago con una lunga spiaggia è aperto al pubblico. D’estate è frequentatissino da ragazzi, famiglie, turisti che si godono il panorama, fanno il bagno, ascoltano la musica che si espande dal bar dove anziani giocano a carte, mamme chiacchierano fra loro tenendo d’occhio i bambini più piccoli che si divertono al parco giochi a loro riservato in un angolo ombroso del vastissimo prato. Il luogo in cui si è consumata una tragedia si è trasformato in un paradiso da condividere: grandi e piccoli, Italiani e stranieri di ogni nazionalità, religione, cultura.

Il 14 settembre, il giorno successivo all’arresto dei Serman, venne strappato alla sua vita un anziano rabbino di origine lettone, Joseph Wofsi. La moglie Emma Baron è sparita dopo essersi recata al comando tedesco per avere notizie del marito. Il rastrellamento si concluse con l’arresto di altre due donne ospiti degli alberghi Eden e Suisse. Furono arrestate in tutto quattordici persone, portate all’Hotel Ripa, sede della quinta compagnia SS e fucilate sulla spiaggia antistante l’albergo. I loro corpi vennero poi gettati nel lago, alcuni ritrovati impigliati nelle reti dei pescatori.

Le ville di proprietà delle vittime, la villa Fedora e Castagneto, furono saccheggiate e utilizzate dai militari nazisti per tenervi feste e ricevimenti, mentre il podestà locale Pietro Columella tentò di tranquillizzare la cittadinanza, raccolta davanti al Comune, leggendo false lettere dei capifamiglia uccisi, attraverso le quali annunciavano elargizioni alla popolazione. Nei giorni immediatamente successivi, i rastrellamenti proseguirono ad Arona, Orta, Mergozzo, Stresa, Bée e Novara. Ventitré furono le vittime di questi singoli episodi della lunga strage.

Nel comune di Meina avvenne l’eccidio più noto. La mattina del 15 ottobre i militari nazisti occuparono l’Hotel Meina. I sedici ospiti ebrei dell’albergo vennero rinchiusi in un’unica stanza all’ultimo piano dell’edificio mentre il padrone dell’albergo, Alberto Behar e la sua famiglia, ebrei di nazionalità turca, furono liberati grazie all’intervento del console della Turchia. La famiglia Behar riuscì a sopravvivere alla Shoah trovando rifugio in Svizzera. La figlia del proprietario dell’albergo, quattordicenne all’epoca dei fatti, pubblicò il libro “Il diario di Becky Behar”, da cui trasse spunto Carlo Lizzani per la sceneggiatura del suo Film “Hotel Meina”. La Behar durante la sua vita incontrò gli studenti di molte scuole italiane perché l’olocausto non fosse dimenticato.

La memoria di quei fatti a cui tutta la popolazione fu testimone, è stata rimossa per decenni. Solo nel 1993, con il libro “Hotel Meina” del giornalista Marco Nozza, si cominciò a collegare i diversi episodi del lago Maggiore e a inserirli nel quadro complessivo delle persecuzioni in Italia. Dopo ottant’anni dalle vicende qui ricordate e così a lungo sottratte alla memoria, un viaggio attraverso i segni della storia presenti in tutto il territorio del Verbano-Cusio-Ossola fa comprendere quanto sia doloroso ma essenziale il prezzo della libertà e quanto questo valore primario vada difeso non una volta per tutte, ma giorno dopo giorno.


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