LE CINQUE GIORNATE DI SANREMO

Il Presidente, i Trasgressori, l’influencer. Un punto di crisi. Sanremo è finito?

Guido Barlozzetti
conduttore televisivo, critico cinematografico, esperto dei media e scrittore

Il Festival di Sanremo, lo si ripete ogni volta, è un rito nazionale, l’ultimo forse di questa nostra televisione generalista. Una constatazione e una communis opinio insieme a quella secondo cui tutti lo vedono, sia quelli che lo aspettano ogni anno, sia quelli che lo detestano e lo seguono solo per dire quanto sia degradante e orribile. Tutti vedono Sanremo perché, lo dice la tautologia del ritornello, Sanremo è Sanremo.

In ogni caso, per la Rai, per il servizio pubblico, il Festival assomma su di sé diverse qualità.

È, come ricordato, un impareggiabile appuntamento ipergeneralista e dunque la grande festa che per una settimana, più o meno, coinvolge il pubblico. Di diritto, va iscritto alla categoria dei media event, gli eventi che muovono quella che una volta si chiamava la massa degli spettatori, allo stesso modo dei media che con quel predicato erano definiti.

Allo stesso tempo, il Festival rappresenta una promessa di ascolti e dunque di introiti pubblicitari che hanno un effetto significativo sia sull’audience complessiva della Rai, sia sul fatturato pubblicitario.

Insomma, Sanremo offre una singolare sovrapposizione di storia e costume, antropologia e marketing.

L’ultima edizione a guardare solo i numeri degli spettatori ha battuto ogni record e dovrebbe essere quindi celebrata con tutti i fasti del caso.

E, invece, questo Festival, il settantaduesimo della storia, si è presentato con alcuni tratti che dicono di una differenza rispetto al corso consueto delle cose e da diversi punti di vista di un passaggio critico della manifestazione in quanto tale, di un modello di televisione e dell’identità e dunque della missione del servizio pubblico radio-televisivo.

È successo qualcosa che ha esorbitato dal perimetro per quanto largo previsto e induce a pensare che dopo questa edizione non sarà tutto come prima.

Per questo, possiamo parlare delle Cinque Giornate di Sanremo e di una discontinuità che avrà inevitabilmente delle conseguenze, ancorché tutte da verificare.

Il Presidente

Si comincia subito con una novità, la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’Inizio più celebrativo-istituzionale che si possa immaginare.

Per la prima volta il Capo dello Stato interviene all’inaugurazione del Festival e per il fatto di essere lì riconosce il carattere nazional-popolare della manifestazione e il radicamento profondo che l’evento ha nella storia nella vita del Paese.

Seduto in un palco, con accanto la figlia, Mattarella non è soltanto uno spettatore autorevole ma certifica la rilevanza collettiva, pubblica e civile di una ricorrenza che è entrata nella memoria degli Italiani e che continua a sollecitare ogni anno l’attenzione più larga. Il Presidente della Repubblica, l’Italia, il Festival della Canzone (italiana). Sembrerebbe quasi un teorema e verrebbe quasi da stupirsi che non sia accaduto prima.

Lo sguardo di Mattarella sul palcoscenico del teatro Ariston significa che Sanremo è stato ormai assunto nel calendario nazionale e che rappresenta uno di quegli accadimenti, assai pochi in verità, che riescono ancora a unire il pubblico e dunque a sostenere e anche a rinsaldare il rapporto tra l’individuo e la comunità a cui appartiene. Pochi, come certe partite della Nazionale o i funerali dei divi della televisione, Fabrizio Frizzi, Raffaella Carrà, Raimondo Vianello, Maurizio Costanzo …

Se le ideologie non sono finite – magari le abbiamo sepolte un po’ troppo frettolosamente, devono fare i conti con la trasversalità di passioni e sentimenti che si coagulano attorno a oggetti/rituali con cui identificarsi.

Siamo in un tempio storico della televisione generalista – sul piano fisico e simbolico del Teatro Ariston – e il Presidente della Repubblica viene a riconoscere lo statuto condiviso di una cerimonia nazionale e a sgomberare il campo dalle polemiche, che pur ci sono state, sul fatto che Sanremo occupandosi solo di “canzonette” non abbia la dignità che richiede un evento unificante nello spirito più profondo della Repubblica e della Costituzione. Tutta quella storia della cultura alta e bassa, della musica leggera rispetto a quella pesante.

E non basta, perché sul palco interviene Roberto Benigni con un apologo sulla bellezza, l’attualità e la promessa di futuro della Carta che fonda la nostra storia repubblicana.

Da un lato, il Presidente, dall’altro l’Attore che in questi anni si è costruito un’immagine di Vate popolare, custode di un’italianità radicata nella storia e nel sentire collettivo, cantore di alcuni dei pilastri su cui si regge la nostra convivenza, dai canti della Divina Commedia fino appunto alla Costituzione.

Quella di Benigni non è una lettura asettica, la sua retorica si basa su una visione della genesi della Carta e sull’enfasi con cui richiama al potenziale di democrazia che contiene e che- sottolinea ripetutamente – va attuato giorno per giorno da ciascuno dei cittadini.

Assistiamo a un’orazione-show che lega il Festival e la storia italiana: la massima espressione di una tradizione italiana, la canzone popolare, al di là e proprio per la leggerezza che la contraddistingue. Arte, dunque, a tutti gli effetti e come tale in sintonia con lo spirito anch’esso artistico di un patto – la Costituzione – che nasce da una cesura con il passato, “un canto” della libertà e della dignità dell’uomo.

A sostegno, Benigni cita gli articoli sul ripudio della guerra e quello sulla libertà di pensiero, di contro – sottolinea – a quanto accadeva nel Ventennio fascista, e rivendica il carattere antifascista della Costituzione, confermato e sancito dalla presenza del Capo dello Stato, eletto a interlocutore-destinatario del discorso.

Sarà un caso che questa apologia avvenga a pochi mesi dalla nascita di un governo di centro destra, o forse di destra-centro, come quello presieduto da Giorgia Meloni? In un Paese in cui non passa giorno in cui ai vertici del Governo e delle istituzioni parlamentari si replica la richiesta di un’abiura e la domanda su dove saranno il 25 aprile?

Difficile non mettere in relazione la novità del governo nella storia politica italiana con il richiamo che Benigni enfatizza ai valori fondanti della Repubblica. Con un paradosso che fa parte del dibattito politico e cioè che l’elogio di una condizione che dovrebbe valere per tutti, proprio per il suo valore fondante del rapporto tra Cittadino e Stato, venga vissuto da una parte di quei cittadini come di parte, una posizione partitica che si arrogherebbe il diritto di innalzare una bandiera compromettendone il valore super partes.

La presenza di Mattarella ha la forza e la giustificazione che gli viene da sé.

La decisione di portarlo a Sanremo è stata accompagnata da polemiche (ha deciso l’amministratore delegato? Il Consiglio di Amministrazione della Rai non è stato informato? …) tacitate dall’evento della sua partecipazione.

I rumori dimostrano comunque – e ancora una volta – l’ambiguità di uno statuto del servizio pubblico: un’istituzione, per un verso, e una governance, per l’altro, che per come è nominata viene a dipendere dalle maggioranze politiche vigenti e pone comunque il problema della sua rappresentanza e della sua autonomia.

– I Trasgressori.

Nel corso della seconda serata, nell’abbondanza di una scaletta che esce dal Teatro Ariston e prolifera all’esterno, Amadeus si collega con una nave da crociera, uno spazio sponsorizzato e contestualizzato nel luogo stesso da promuovere.

Interviene Fedez, figura composita di cantante-rap e al tempo stesso protagonista di una vita-social, condivisa con la moglie, l’influencer Chiara Ferragni, chiamata a co-condurre con Amadeus la prima serata del Festival. Sia pure, dunque, con funzioni diverse per ciascuno, la coppia si ricostituisce nella durata della manifestazione, come confermeranno le serate successive, con i problemi e le ambiguità che vedremo.

Qui, intanto, la performance di Fedez viene a evocare questioni che si collegano, a un livello ovviamente diverso, a quelle sollevate dall’intervento del Presidente della Repubblica.

Nel rap, mette in fila un riferimento polemico alla cattura di Matteo Messina Denaro (“Decido io quando venire, bro’1 me lo preparo come Matteo Messina Denaro”); un attacco alla ministra della famiglia Eugenia Maria Roccella che ha criticato la partecipazione della cantante transgender Rosa Chemical (“Se va a Sanremo Rosa Chemical scoppia la lite”) e ha preso le distanze dall’ aborto (“Purtroppo l’aborto è un diritto, non l’ho detto io, l’ha detto un ministro. Anche io sparo cazzate ai quattro venti, ma non lo faccio a spese dei contribuenti”); un saluto beffardo al Codacons con cui la coppia dei Ferragnez ha avuto un contenzioso che gli è costato una salatissima multa dall’Antitrust; e parla del “viceministro vestito da Hitler”, alludendo a una foto in cui Galeazzo Bignami appare con camicia bruna e svastica al braccio. Dopo di che strappa la foto di Bignami.

Alla fine, ha dichiarato di non aver condiviso il testo con la Rai e di assumersene la responsabilità. Un passaggio delicato perché preceduto dalla pesante polemica in occasione del concerto del Primo Maggio, quando aveva attaccato la Lega per le posizioni omofobe e raccontato di pressioni ricevute dalla Rai per rivedere un testo ritenuto “inappropriato”.

In sintesi, sul palcoscenico del Festival va in onda il confronto tra la “libertà dell’artista” e il “controllo dell’editore”, che rimanda in ogni caso al tema antico del rapporto tra artista e potere che qui diventa quello irrisolto del rapporto tra servizio pubblico e politica, tra un’istituzione pubblica e i partiti. Fedez arriva dunque al Festival con l’alone di “vittima” di un’indebita censura, artista che ha sbattuto la porta e che la Rai non teme di riproporre, ancor più considerando il legame di coppia con Chiara Ferragni.

Non succede nulla, ma Fedez è ancora protagonista di due curve.

Nella penultima serata, canta con gli Art. 31 e alla fine grida “Giorgia, liberalizzala” – e sappiamo a chi si rivolga e a cosa si riferisca – nell’ultima il cantante Rosa Chemical – ossimoro nome/genere – scende dal palco, lo raggiunge seduto in prima fila e, senza che si alzi, mima con lui un atto sessuale per poi baciarlo sulla bocca e portarlo d’impeto sul palcoscenico. Dunque, ancora paladino di libertà antiproibizionista e di trasgressione sex.

Ora, il Festival deve buona parte della sua storia a queste uscite tangenziali rispetto al cerchio della correttezza politica, valga per tutte la messa in scena della disperazione proletaria nel Festival di Pippo Baudo 1995, e inutile macerarsi sul dilemma vero/falso, vale la tautologia “Sanremo è Sanremo”, come a dire che fa parte della liturgia stessa del Festival.

Dopo di che, ci sono le maggioranze silenziose pronte a chiudere il gioco con una denuncia, i partiti che si ergono a campioni della pubblica moralità e la questione consustanziale al servizio pubblico del rispetto di tutti, per cui rimane irrisolto il dubbio se si tratti di una temeraria manifestazione di una cultura LGBT oppure di un’offesa a una parte degli Italiani che, anche loro, pagano il canone.

Insomma, è l’idea stessa di servizio pubblico che porta con sé la contraddizione fra il rispetto formale della libertà di tutti, che è anche un’etica, e l’espressione concreta di atteggiamenti che rappresentano o vengono percepiti (e pure strumentalizzati) come un’infrazione dell’ecumenismo generalista.

E si capisce, dunque, la teatralità contraddittoria di un modello storico di televisione e di una logica di spettacolo che può diventare asimmetrica rispetto alla sua missione, mentre il contenzioso non va a porsi nel mare magno della rete e, se si pone, è solo una foglia di fico rispetto alla quantità incommensurabile delle immagini e dei messaggi circolanti, oltre alla spesso sfuggente identità di chi li posta. È la visibilità del Festival, e della televisione che lo costituisce, a creare l’ambiente perché il gesto s’imponga spettacolarmente e divenga oggetto di un dibattito in cui è difficile distinguere tra posizioni di principio, strumentalità, chiacchiera destinata a finire il giorno dopo.

– L’Influencer.

Fin qui, comunque, siamo all’interno di un rito perfettamente coerente con un modello di televisione, la televisione-di-tutti, e con il ruolo e la missione istituzionale del servizio pubblico, che per un verso soggiace all’obbligo del servizio universale, per l’altro deve di per sé uniformarsi al dettato della Carta costituzionale che viene prima e incornicia anche il dettato del cosiddetto Contratto di servizio.

Poi, però, accade qualcosa che sposta il quadro. In quel momento, può sembrare un gioco innocente, una gag divertente uscita dagli autori del programma e però anche inserita nella quotidianità del contesto tecnologico in cui ci troviamo.

Chiara Ferragni, lo abbiamo ricordato, è una delle co-conduttrici. Appartiene alla tradizione del Festival questa articolazione della funzione del Presentatore e Amadeus l’ha ripresa personalizzandola da una serata all’altra secondo tipologie di un femminile politicamente corretto e non asservito allo stereotipo della “valletta” (o, pensando male, sottoposto a una riconversione che non modifica i ruoli): l’Attrice brillante (Chiara Francini), l’Atleta di colore (Paola Egonu), la giornalista irriverente (Francesca Fagnani) e l’Influencer (Chiara Ferragni).

È quest’ultima che innesca un cortocircuito.

Scende ancora una volta la scala dell’Ariston, con una nuova mise – anche questo è un aspetto consolidato del rituale, il vestito come ulteriore elemento di fascinazione, magari in paradossale controsenso rispetto al comando della gender-equality – saluti e controsaluti, chiama sul palco la moglie di Gianni Morandi e alla fine fanno un selfie.

A quel punto Chiara annuncia di aver “creato il primo profilo personale di Amadeus” su Instagram e lui, mostrando alla telecamera il display del telefonino: “Sono io, ufficialmente on line!”. Divertito, sottolinea il numero dei follower che sale vorticosamente…

Un gioco, così si presenta, anche con un’apparenza di ingenuità naïf, in cui invece si manifesta la doppia natura di Ferragni: co-conduttrice del Festival per una notorietà che però ha a che fare con un mondo che non è quello della televisione generalista, ma con l’ambiente on line dei social, dei quali lei è protagonista nella qualità appunto di influencer, sottile protagonista di un auto-marketing con effetto Re-Mida perché tutto quello che tocca diventa… oro, con seguito milionario di follower, appunto.

Chiariamo la differenza, un personaggio della televisione, forte della sua popolarità, poteva diventare testimonial di un prodotto, associando la propria immagine a una mozzarella, un amaro o a un paio di calze in un Carosello o in uno spot.

Qui l’operazione è più sottile e pervasiva, Chiara Ferragni si è costruita nel tempo un profilo-social che è al tempo stesso lo spazio in cui esibire un’immagine usata come veicolo di un marketing personalizzato.

Chiara si offre nella sua quotidianità-glamour che coincide anche con un mondo luccicante e arredato di cui lei costruisce immagine e personaggi – la casa, il marito, i figli, gli accadimenti del giorno … – e che si apre alle proiezioni di chi lo visita.

Attenzione, però, non si fa solo una visita, si condivide, si commenta e dunque s’instaura una conversazione nella virtualità della rete e, snodo fondamentale, si compra – nel senso letterale del termine – quello che lei esibisce. Si acquista, cioè, un oggetto-status attraverso il quale ci si identifica con uno stile, lo stile-Ferragni: bambole, gioielli, diari, calendari, astucci, cancelleria per la scuola, notebook, rossetti, felpe …, tutti messi in bella vista sul suo sito.

E i prodotti possono essere anche di brand diversi, importante è che Chiara funzioni da testimonial, oppure che siano firmati direttamente da lei: shorts, tubini, t-shirt, minigonne, costumi, borse, mules infradito, giubbotti, jeans…

I follower non sono solo dei fans, tanto meno solo degli spettatori – roba superata – sono un esercito di potenziali acquirenti in nome della devozione e del patto di fiducia che li lega alla divina oracolare che indica la strada.

E allora quel selfie messo in rete? Cos’era, una concessione alla pulsione narcisistica che ormai fa parte della nostra certificazione esistenziale? Oppure, uno spostamento di campo che dentro il fortino della tv generalista porta il “nemico”, l’altro mondo che tutto sta risucchiando, vita, rapporti, mercato…? Che Chiara Ferragni non sia insomma un cavallo di Troia del futuro digitale che con un giochino indolore e universalmente praticato contagia la vecchia televisione e la strumentalizza nel nuovo gioco-social?

Domande retoriche perché, in effetti, è andata proprio così.

Lei e Amadeus hanno continuato una serata dopo l’altra a fare la conta dei follower sul neo-profilo Instagram di lui e a promuovere la diretta del Festival che lì si replicava. E intanto – ecco la realtà – Sanremo usciva dal suo luogo deputato, la televisione, e entrava nell’universo social, in particolare quello così assiduamente frequentato da Chiara Ferragni.

Poi, sono arrivate le polemiche, i sospetti e le accuse. Insipienza? Sottovalutazione e impreparazione di fronte a una novità? Un accordo in cui una delle parti non ha valutato fino in fondo la posta in gioco? Forse, un concorso di queste circostanze che oggettivamente manifesta uno strappo che risucchia l’energia del Festival per alimentare un universo parallelo, non solo sul piano dei contenuti ma su quello di un soggetto-editore – Instagram, in questo caso – su cui l’evento viene ritrasmesso e diventa un motore che genera follower e il flusso delle loro reazioni.

– Un punto di crisi. Sanremo è finito!?

Abbiamo analizzato il corpo testuale del Festival da tre snodi che si sono imposti per il clamore che hanno suscitato e che, per quanto che qui ci riguarda, manifestano una densità che, nella singolarità di ciascuno, dice di una stessa condizione, la crisi del Festival.

E non è un’affermazione paradossale alla luce dei numeri degli ascolti, anzi sono proprio quei numeri a rendere evidente il punto di estrema contraddizione di Sanremo ‘23.

La prima considerazione concerne la natura composita di questo passaggio: per un verso, può sembrare ancora tutto all’interno del modello tradizionale di televisione, per l’altro, invece, lascia intravedere un contesto espanso e virtuale, quindi una crisi interna e una fessura aperta sull’esterno che sarebbe sbagliato considerare indipendenti l’una dall’altra, come se si fossero manifestate insieme soltanto per una coincidenza e tutto si fosse svolto come negli anni precedenti, soltanto con qualche esuberanza in più.

Andiamo per ordine e cerchiamo di fare qualche riflessione riassuntiva che spieghi la tesi della crisi del Festival a partire dalle situazioni descritte.

Anzitutto, questa edizione rivela tutta la difficoltà di tenuta di un formato che è quintessenza della storia stessa della (nostra) Televisione. Più di settant’anni di storia, una lunga stagione nella festa della televisione che nasceva e si affermava a medium nazionale, una nuova, rigogliosa, giovinezza quando Sanremo sembrava condannato a un irreversibile declino, fino a (ri)diventare una cerimonia senza pari nel panorama televisivo nazionale.

Accadeva anche negli anni Sessanta con edizioni che fanno ormai parte della memoria del Paese: Ventiquattromila baci, Non ho l’età, Uno per tutte, Se piangi se ridi, Chi non lavora non fa l’amore … È vero, e però c’era solo la televisione, mentre oggi siamo nel tempo del digitale, con la moltiplicazione dei canali, i social interattivi e le piattaforme, con il pubblico che si è frammentato e un rapporto personalizzato tra offerta e consumo.

Non solo, il Festival si è anche trovato ad affrontare un gap pericolosamente largo tra le sue canzoni da… Festival, appunto, e la musica del mercato – che ormai è il globale-Spotify e i talent televisivi – e quindi anche la disaffezione del pubblico giovane in uscita o lontano dalla televisione generalista.

Come ha reagito? Con diversi interventi volti a far risaltare una differenza e dunque a ricreare l’aura dell’evento imperdibile:

– la conduzione è stata molto personalizzata con presentatori fortemente connotati: Raimondo Vianello, Fabio Fazio, Paolo Bonolis, Giorgio Panariello, Gianni Morandi, Carlo Conti, Claudio Baglioni; Amadeus finora si era provato solo in game-show e intrattenimento, forte però di un’esperienza di dj ha accentuato una linea di tendenza già affermatasi con la pesca nei talent e ringiovanendo il Festival con una larga immissione di cantanti fuori dal cerchio dell’audience più generalista;

– al declino si è risposto con una pulsione al gigantismo, ovunque e comunque, che ha raggiunto il culmine in questa edizione: le cinque serate preparate da una martellante cross-promotion, la creazione dell’attesa su ogni elemento dello spettacolo, il numero delle canzoni in concorso portato a ventotto, la scenografia sempre più astronave, la sfilata di moda dei partecipanti e in particolare delle tre co-conduttrici, e poi la durata, protratta fino al cuore della notte, con più o meno sei ore ogni serata.

Questa enfasi/dilatazione portata da sé come una sorta di riflesso condizionato e tutt’uno con una coazione agli ascolti, alla ricerca del record del record ha ancor più assecondato il trend a gonfiare un iper-contenitore pensato per stupire a ogni costo e per alimentarsi di tutto il possibile della televisione e della (sua) realtà.

In questa coazione le canzoni non bastano e ci devono essere le atlete omosessuali e di colore che parlano del razzismo, le influencer che scrivono a sé stesse e si sdoppiano sul lettino d’analista che può essere il palcoscenico dell’Ariston, l’attivista iraniana che combatte la sua battaglia, Amadeus che legge un brano da La bambina con la valigia di Egea Haffner e Gigliola Alvisi per ricordare il dramma delle foibe (chi è al governo? …) e pure il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, con uno sguardo alla questione più calda della geopolitica, un messaggio del Presidente dell’Ucraina Volodimyr Zelensky (d’altronde, anche lui nel suo apprendistato alla politica è stato un attore…). In quest’ultimo caso con un ridimensionamento consistente rispetto all’ipotesi iniziale di un collegamento in diretta con Kiev e dunque un effetto certamente ridotto. Nella logica dell’iper-contenitore, sarebbe stato interessante vedere il passaggio da un Presidente che chiede aiuti per difendersi dall’invasione russa al Televoto che decide del vincitore della battaglia canora!

E comunque, sia pure per interposta lettera, questa presenza conferma che non c’è più limite, sia nell’isteria generalista che non teme di appropriarsi dell’agenda delle news, sia nel campo stesso della guerra, che allarga il fronte fino a comprendervi il palcoscenico di un festival della Canzone e viene risucchiata a ingrediente di una scaletta ipertrofica, secondo un trend che, da un lato, porta lo spettacolo e la cronaca nei Telegiornali, dall’altro, le questioni civili dirimenti, la politica e i conflitti internazionale in un Festival. Cosa può esserci oltre la guerra? Un collegamento con l’epicentro di un terremoto o di uno tsunami? O con la scena live di un attentato terroristico?

Negli anni è stato gonfiato questo rito, portati da quella che potremmo chiamare una “sindrome dell’onnipotenza” che forse, in questo Festival, può essere arrivata al punto in cui la sua bulìmia diventa il contrappasso di sé stessa. E il meccanismo rischia di andare fuori giri e fuori controllo, divorato da sé stesso e da contraddizioni che appartengono al servizio pubblico così come si è venuto disegnando da noi e che nel contesto di ipervisibilità descritto si enfatizzano e mettono in discussione un ordito stressato su sé stesso: il rapporto con la politica, il politicamente corretto, la rappresentanza della maggioranza e delle minoranze.

È in questo quadro che si apre l’altra faglia, quella della rete e dei suoi invisibili e invadenti attori. Un divertissement, in apparenza, tra il conduttore e una co-conduttrice rovescia il festival come in una di quelle immagini di Maurits Cornelis Escher in cui una scena ne nasconde un’altra che si manifesta solo se si organizza il nostro modo di guardarla. Dunque, mentre va in onda sulla tv generalista, la stessa scena in diretta diventa disponibile per la platea sterminata dei follower di un social.

Non è il Titanic che si va a schiantare contro l’iceberg, no, è il grande transatlantico del Festival con cantanti e orchestra che, mentre celebra sé stesso, senza accorgersene, entra in un’altra dimensione che riguarda sia il modo di consumare, sia le strategie in base a cui quel consumo viene promosso e organizzato, sia il tempo-spazio in cui viene accolto.

Una soglia, un punto di contatto critico, come la faglia di un sisma.

È accaduto, in un modo in cui è difficile capire quanto sia dovuto alla premeditazione o alla superficialità, ma è accaduto ed è un punto di non ritorno: un’altra scena che si apre, altro che l’astronave disegnata da Castelli padre e figlia, un universo parallelo che sembra accanto e intanto avvolge e contamina la vecchia televisione.

Chiara Ferragni è stata solo la figura di un’intrusione-espropriazione rispetto alla quale resta tutto da chiarire quale tipo di rapporto va a passare tra rete e televisione e se questa riuscirà a mantenere oasi di resistenza oppure, verosimilmente, dovrà andare a contrattarsi strutturalmente con una fruizione social on line. Un punto di aggregazione, forse, un coagulo di densità nel pulviscolo di un campo aperto e liquido?

E pensare che dovevano essere solo canzonette.


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