“LA SALVEZZA DI QUESTA NAZIONE STA NEL CAPIRE CHI SIAMO”

ROSSANA PACE
Presidente dell’Associazione Culturale Eccellenze Italiane

“LA SALVEZZA DI QUESTA NAZIONE STA NEL CAPIRE CHI SIAMO”

di Rossana Pace

Presidente dell’Associazione Culturale Eccellenze Italiane

E’ in vigore dall’11 Gennaio scorso la Legge 206 “Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del Made in Italy, una legge che richiede che i cittadini italiani siano preparati a gestirla

Finalmente abbiamo una Legge che personalmente aspetto da più di vent’anni, da quando ho fondato l’Associazione Culturale Eccellenze Italiane (denominata prima “La Casa delle identità” e poi “Profeti in Patria” fino alla registrazione del nome attuale nel 2005).

Una Legge gradita non solo a me, ma sicuramente a tutti coloro che hanno contribuito a far camminare l’Associazione ininterrottamente per 24 anni, oltre 150 tra ricercatori, specialisti, protagonisti del mondo culturale, scientifico, economico. E, inoltre, tante nostre Ambasciate che hanno richiesto la nostra partecipazione ad eventi dai risvolti non solo culturali, ma anche commerciali.

Ad esempio, quando siamo andati ad Abu Dhabi con la nostra Mostra sul made in Italy proiettando anche un video da noi prodotto, e affrontando il tema made in Italy a 360 gradi, l’invito ci è giunto non già dall’addetto culturale, bensì dall’addetto commerciale della nostra Ambasciata negli Emirati, il quale ha dichiarato che era la dimensione culturale dell’Italia ad attrarre i cittadini degli altri Paesi verso i nostri prodotti, a far sì che fossero apprezzati e consumati.

Gli Emirati, grazie alla loro grande disponibilità economica, vogliono il meglio e possono permetterselo. Perciò, quando si è trattato di realizzare la Grande Moschea “Sheikh Zayed Bin Sultan al Nayan”, che è l’opera più significativa e simbolica degli Emirati, per costruirla hanno scelto la nostra Impregilo.

Un lavoro imponentissimo (durato dal 1996 al 2003): una superficie di 84.000 m² in tutto, realizzata per ospitare 7.000 fedeli nell’area di preghiera (Main Haram), e 20.000 fedeli in totale, tra spazi coperti e cortile centrale. La superficie di culto è di 52.000 m² (per un confronto, la Basilica di San Pietro a Roma ne misura 25.000).

Inoltre, per l’interior design è stato chiamato lo Studio Spatium di Milano, dell’architetto Carmellini; i mosaici, di straordinaria bellezza e ariosità, sono di Fantini, l’azienda milanese che a suo tempo realizzò quelli della Galleria di Milano. E che ha realizzato anche numerosi altri mosaici per altre strutture pubbliche degli Emirati

Nella Moschea i mosaici creano un insieme emozionante: si respirano eleganza ed equilibrio e i mosaici di grandi fiori colorati che attraversano le immense superfici bianche, risultano di una tale linearità e leggerezza che il visitatore non è oppresso dall’enormità degli spazi, ma è invece accompagnato con musicale delicatezza. La mia emozione nel visitarla era accompagnata dall’orgoglio per questo successo strepitoso: negli Emirati è considerata tra i monumenti “imperdibili”.

Del resto, gli Emiratini apprezzano diverse altre nostre eccellenze: dagli yacht agli elicotteri, alla Ferrari (della quale hanno una partecipazione azionaria), protagonista del gigantesco “Ferrari World Abu Dhabi Theme Park”.

Ingegneri ed architetti italiani vengono chiamati ovunque nel mondo per progettare e realizzare grandi opere, infrastrutture e anche interi quartieri.

E, come documenta Fortis della Fondazione Edison, anche i nostri macchinari per il movimento terra e le costruzioni sono il top nel mondo.

Dunque, la nostra immagine è quella di gente che sa progettare, costruire, realizzare grandi opere eccellenti.

Quanto all’Italia dell’arte, non vogliamo soltanto qui ricordare la straripante presenza degli artisti italiani di tutti i tempi nei più importanti Musei, ma anche la forza – avvertita – del suo richiamo.

C’è un solo Leonardo da Vinci negli Stati Uniti – e in tutto il continente americano – la “Ginevra de’ Benci”, esposta alla National Gallery di Washington. Una Galleria immensa, che contiene infinite opere preziose di ogni epoca e Paese: ma indovinate che cosa ho trovato sulla copertina della Guida? La “Ginevra” davanti alla quale si incolonnano lunghe file di visitatori come per la Gioconda del Louvre. File così non ci sono davanti a nessun’altra opera del Museo. (Esiste anche un video in cui il dipinto è descritto da Meryl Streep).

Quindi il nostro Paese presidia i più vari settori e ambiti.

E che le nostre esportazioni vadano anche oltre “le 4 A” di Alimentazione, Abbigliamento, Arredamento e Automotive lo dimostrano i dati: i più recenti disponibili (cfr. Indice Fortis Corradini della Fondazione Edison, 2021) dicono che su un totale di 5388 prodotti in cui è suddiviso il commercio internazionale, l’Italia occupa i primi 5 posti con ben 1.529 prodotti. Molti dei quali sono prodotti tecnologici che esportiamo anche in Germania.

Tutto questo non sempre i cittadini italiani lo sanno. E neppure sono consapevoli di essere loro tutti a FARE il made in Italy, ad ESSERE made in Italy

Perché dalle ricerche che abbiamo condotto per oltre 20 anni su questo tema con il nostro Istituto di Ricerca TPEI (Teoria e Pratica dell’Eccellenza Italiana) è emerso che per il successo del made in Italy non basta delegare ai “campioni nazionali riconosciuti” il ruolo esclusivo di “punti di forza”: essi sono emblemi, accanto a cui ci vogliono persone che serbano in sé la capacità di essere una per una “punti di forza” e che sono disponibili a dimostrarlo, mettendo in valore le proprie potenzialità. Persone che hanno ben chiaro che l’attenzione al “bene comune” è attenzione al “bene proprio”.

Haijme Kobayaschi è un manager che ha ricoperto incarichi di direzione in importanti aziende italiane e ha scritto un libro prezioso, “L’Italia tra piacere e dovere. Lo stile manageriale italiano agli occhi di un giapponese”, nel quale cerca di spiegare ai suoi conterranei il successo dei prodotti Made in Italy.

Per studiare questo “successo” è stata perfino elaborata una metodologia di marketing, il Kansei Engineering, che ha ispirato alcuni loro prodotti, che però hanno lasciato freddi i consumatori: non si è sviluppato il kansei, cioè la sintonia.

Le sue conclusioni sono che questo successo non dipende semplicemente dalla qualità dei manufatti o dalle nostre abilità di marketing, bensì “da come sono gli Italiani”, anche nella vita quotidiana. Il nostro kansei – dice Kobayaschi – non è radicato solo nel prodotto, bensì nel Paese, in quello che è radicato in ciascuno di noi.

Ora, della Legge 206, va detto innanzitutto che il suo pregio maggiore è l’impostazione “organica”. Perché è dalla organicità che scaturisce quella percezione di se stessi e del proprio Paese votati a creare un made in Italy eccellente. E in tutti i campi.

La capacità imprenditoriale degli italiani è profondamente radicata.

Devo raccontare il curioso episodio da cui è nata la mia ammirazione per gli imprenditori italiani, che mi ha portato a lavorare per molti anni su questo tema, facendomeli conoscere meglio e incrementando la mia ammirazione per loro, piccole o grandi che fossero le loro realtà.

Dunque, mentre passeggiavo per una strada di Napoli, ho visto sui marciapiedi alcune bancarelle di venditori esotici dalle quali “fumavano” vari incensi dagli aromi altrettanto esotici.

(Dalle finestre, intanto, scaturiva il profumo del ragù).

Ad un certo punto, ho visto avanzare per la strada un vecchietto che spingeva un vecchio carretto di quelli usati un tempo per i gelati, dai cui fori usciva fumo di incenso di quello usato nelle chiese. Il vecchietto aveva in mano un barattolo di pomodoro vuoto al quale aveva fatto dei fori a cui aveva legato una cordicella. Da dentro al barattolo usciva fumo di incenso e il vecchietto lo faceva oscillare a mo’ di turibolo gridando “mille lire, signu, mille lire!”

Il messaggio di quella scena mi fu chiarissimo: se c’è un mercato per l’incenso – il vecchietto aveva pensato – allora lo posso occupare pure io con un prodotto nostro… Un intuito imprenditoriale con pochi mezzi ma da applauso.

La cosa mi incuriosì e cominciai a studiare le caratteristiche dell’imprenditore italiano, il made in Italy, le eccellenze italiane.

Ne parlai con Gianni Letta, allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che mi incoraggiò nella mia idea di fare una associazione culturale e un istituto di ricerca che si occupassero di questo tema. E convenne con me che fosse opportuno coinvolgere esponenti di ambiti culturali e politici i più vari, disponibili ad una impostazione non settaria bensì tesi alla ricerca di obiettivi comuni.

Fu così che ebbe inizio una storia che è durata più di 24 anni e dura ancora felicemente.

L’inizio è stato l’avvio delle ricerche, con la collaborazione di giovani ricercatori e di oltre 150 specialisti dei più vari ambiti delle umane attività.

Abbiamo così raccolto un Archivio di materiali largamente inediti.

Ci siamo subito resi conto che i manuali scolastici delle varie materie non rendono conto degli essenziali contributi portati dagli italiani alla Fisica, all’Astronomia, alla Matematica, alla creazione di standard universalmente adottati, alla Medicina e così via.

La Storia è concepita come una sequela di guerre e conquiste, mentre le svolte fondamentali dello sviluppo umano sono trattate come marginali.

Non vediamo l’ora di mettere a disposizione dei nostri concittadini attraverso il Liceo made in Italy, attraverso la Giornata Nazionale al made in Italy dedicata, attraverso la Mostra Permanente e la Fondazione previste dalla Legge assieme ad altri strumenti, i materiali spesso inediti raccolti attraverso le nostre ricerche, affiancati a quanto “costituisce” quella italianità a cui spesso noi non diamo “riconoscimento” ma che dall’esterno viene percepito.

Studiare questi aspetti di italianità l’abbiamo chiamata “italialogia culturale”.

La quale parte da una visione del mondo, centrata sulla ricerca della qualità della vita.

La quale si traduce per noi nell’arte come nella scienza e nella tecnologia e nello stile di vita…

Nel libro “Romans do it better” l’autore americano Alan Epstein racconta che un giorno voleva comprare una tovaglia al mercatino, ma si era fatto tardi e il venditore stava caricando il furgone e smantellando il banco. Lui insisteva nel voler comprare, il venditore insisteva nello smantellare il banco, ripetendo che se ne doveva andare, che non si poteva fermare, che la moglie stava “buttando la pasta” e lo aspettava a casa per il pranzo.

Alla fine chiuse il furgone e se ne andò.

L’idea che quello preferisse andarsene a pranzo piuttosto che vendere la tovaglia, per il solo motivo che “era tardi” e “la moglie buttava la pasta”, sconvolse letteralmente l’americano che vedeva sconfitto davanti ai suoi occhi il primato del business is business.

Una volta ripresosi dallo choc, l’americano decise di trasferirsi per sempre a Roma con tutta la famiglia: gli si erano aperti nuovi orizzonti di vita.

La Legge 206, proprio grazie alla sua impostazione “organica”, si presta egregiamente a rivolgere in positivo la piaga dell’autoflagellazione che affligge il nostro Paese e che ci fa mettere in luce i punti deboli piuttosto che i punti di forza.

Gli osservatori esterni dimostrano sovente di non capacitarsi delle ragioni per le quali gli Italiani troppo spesso sottovalutano se stessi, la propria storia di protagonisti, le proprie potenzialità.

Nel volume “Sprezzatura” di Peter D’Epiro e Mary Desmond Pinkowish, pubblicato negli Stati Uniti, gli autori, ad esempio, mentre fanno una panoramica dei grandi contributi portati dagli italiani allo sviluppo della civiltà, nello stesso tempo sottolineano questa loro abitudine all’ “understatement”.

E, per descrivere questo atteggiamento, riportano – nel titolo – un termine utilizzato da Baldassar Castiglione ne “Il Cortigiano”, scritto tra agli inizi del ‘500 che così ne definiva lo spirito: “il Cortigiano, se fa bene una cosa, questo sembra essergli indifferente”.

Un tale atteggiamento “signorile”, poco incline a “considerare” i propri punti di forza aveva evidentemente una funzione specifica legata all’ambiente di corte nel quale, probabilmente la valutazione dei meriti era “più elegante” fosse affidata interamente al Signore, Principe o Duca, governatore della corte medesima.

Tutt’altra connotazione assume oggi, in un contesto in cui i confini si sono smisuratamente allargati e la memoria storica tende ad affievolirsi, mentre altri soggetti si affacciano alla ribalta desiderosi di vedersi riconosciuto un ruolo di protagonisti: in questo quadro, infatti, smarrire il senso delle proprie memorie, della propria capacità di essere protagonisti ed artefici di civiltà diventa un’operazione suicida di autoemarginazione.

La nascita dell’ONU fu motivata dall’individuazione di interessi comuni tra i vari popoli, prima di tutto il mantenimento della pace.

Con l’accrescersi delle interconnessioni globali e di fronte alle gigantesche dimensioni delle problematiche da affrontare, sempre più occorre che ciascun Paese – oltre a cercare i minimi comun denominatori – faccia lo sforzo di attingere al meglio delle proprie specifiche esperienze, dalla propria cultura, dalla propria storia e le metta al servizio dell’individuazione delle vie di fuga dai problemi.

E’ in questa logica, per la quale ciascuno si sforzi di contribuire al bene comune, che ci proponiamo di valorizzare il made in Italy inteso nell’accezione più ampia possibile.

E in questo senso riteniamo che la legge 206 vada fatta conoscere nelle sue molteplici implicazioni.

L’elemento che personalmente ritengo più apprezzabile è, come s’è detto, l’organicità. Infatti, la Legge si articola tenendo conto dei più vari aspetti.

Innanzitutto il coinvolgimento dei cittadini.

E questo avviene attraverso l’istituzione della Giornata Nazionale del made in Italy, Giornata che, a mio avviso, deve avere come centro l’accentuazione del concetto che il made in Italy culturale e quello produttivo ed economico si basano sul fatto che “noi cittadini italiani siamo made in Italy”, in quanto esprimiamo quelle caratteristiche percepite come positive dal resto del mondo e che le nostre produzioni sono “la traduzione in prodotto” del meglio che esprime la nostra italianità.

Molto importante il riconoscimento esplicito – nella Legge 206 – della necessità della valorizzazione del patrimonio culturale immateriale.

Un aspetto in su cui avrei molto da dire, in quanto è stato uno dei punti fondamentali della ricerca della nostra Associazione Eccellenze Italiane.

Particolarmente importante la tutela dei marchi in genere e dei marchi per i luoghi della cultura.

Anche la Mostra Permanente del made in Italy interloquisce con i cittadini, a cui guarda anche la “Fondazione imprese e competenze del made in Italy” che ha compiti fondamentali tra cui, a mio avviso, largo spazio alle ricerca.

Inoltre la Legge considera in modo particolare gli aspetti culturali legati al made in Italy. Infatti, il liceo del made in Italy, di cui abbiamo già parlato in questi spazi, è un punto qualificante della legge 206.

E tutta l’impostazione della Legge considera giustamente centrali gli aspetti formativi e culturali legati al made In Italy.

Infatti, oltre che del Liceo del made in Italy la Legge parla anche delle imprese culturali e creative per le quali si individua addirittura un piano strategico. Gli enti culturali, cui si ripromette di dare riconoscimento e sostegno, anche economico, sono considerati giustamente fonti di sviluppo del Paese.

E veniamo ora agli spetti che maggiormente riguardano la produzione industriale made in Italy.

Qui la Legge è articolata e prevede interventi e sostegni per a varie filiere, tra cui quelle del legno e dell’arredo, dei tessuti e della moda, della ceramica, della nautica della produzione di oli di oliva vergini , della pasta, del settore termale, di quello turistico. Inoltre, la valorizzazione delle produzioni agricole di pregio. Si prevede un contrassegno ufficiale per le produzioni made in Italy e un’attività di ricognizione dei prodotti industriali e artigianali tipici, nonché la tracciabilità delle filiere.

Si interviene anche sul tema dele imprese del made in Italy nel mondo virtuale ed immersivo.

E si interviene a sostegno del settore fieristico.

Per quanto riguarda il delicato settore della ristorazione italiana all’estero si interviene prevedendo una certificazione ufficiale, facendo piazza pulita di quei ristoranti che si autodefiniscono italiani non avendone alcuna competenza né qualità, col risultato di danneggiare la nostra immagine.

Si prevedono inoltre una serie di misure volta a contrastare decisamente la contraffazione e l’ “italian sounding” che tanto danno creano alle nostre produzioni più genuine.

E si prevedono interventi a sostegno dei distretti del prodotto tipico.

Come si vede da questa prima panoramica, la Legge 206 se da un lato riguarda “tutti” gli Italiani, dall’altro interviene specificamente su singoli settori in un’ottica complessiva unificante.

Se, dunque, le istituzioni hanno fatto la loro parte consegnandoci questa Legge, spetto ora a noi Italiani conoscerla dando ad essa gambe per renderla operativa.


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