GRAZIELLA DE PALO E ITALO TONI: TROPPE DOMANDE PER SOPRAVVIVERE

LE PREMESSE

L’Italia è uno strano Paese dove chi governa ritiene (e purtroppo non da oggi) che la “ragione di Stato” possa coprire qualsiasi comportamento di chi detiene il potere pubblico, anche quando si tratta della vita dei propri cittadini: può accadere in un regime dittatoriale ma, almeno di solito, non avviene in democrazia. Nel nostro Paese avviene invece da più di quaranta anni a proposito di Graziella De Palo e di Italo Toni, due giornalisti che cercavano di fare al meglio il proprio lavoro.

La De Palo, all’epoca dei fatti avvenuti in Libano nel mese di settembre del 1980, aveva ventiquattro anni. Aveva iniziato a lavorare nell’agenzia giornalistica Notizie radicali dove aveva conosciuto Italo Toni, un giornalista cinquantenne che collaborava a giornali di sinistra come il quotidiano “Avanti!” organo del partito socialista e periodici come “Astrolabio”, diretto per molti anni da Ferruccio Parri, uno dei capi della Resistenza e “Il quotidiano” dei lavoratori della sinistra extraparlamentare.

Già negli anni ’70 era ampiamente diffusa la conoscenza della vendita da parte dell’Italia di armi ad altri Paesi senza stare troppo a distinguere se gli acquirenti erano i Governi di quei Paesi o gli oppositori di quei governi. Formalmente la vendita era sottoposta a molti vincoli ed autorizzata dopo complesse procedure ma nella sostanza divieti e limitazioni venivano facilmente elusi attraverso le cosiddette triangolazioni, la vendita cioè ad un Paese straniero che poi le trasferiva al compratore effettivo.

A fabbricare le armi erano anche aziende di proprietà dello Stato come la OTO Melara: pubblico e privato procedevano all’unisono in base alla sola regola del profitto: preoccupazione comune era battere la concorrenza straniera, la cui esistenza era anzi la giustificazione ultima di quel commercio: se le armi non le vendeva l’Italia, industrie di altri Paesi erano pronte a sostituire quelle italiane, con sicuro danno economico per esse il nostro Paese.

Esisteva perfino un ufficio dei servizi segreti militari diretto dal colonnello dei Carabinieri Renzo Rocca per facilitare le imprese esportatrici italiane, Fiat compresa, prodighe di sovvenzioni per la lotta al comunismo.

Nel 1974, ma la notizia si diffuse solo anni dopo, il Presidente del Consiglio Moro aveva stipulato un patto segreto, il cosiddetto “Lodo Moro” con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina: l’Italia avrebbe consentito il passaggio di armi ed esplosivi destinati ai palestinesi per la lotta contro Israele. In cambio il Fronte garantiva che non avrebbe compiuto atti terroristici in Italia.
Era un patto cinico e baro che doveva restare segreto e che ebbe puntuale attuazione: a garantirlo pensarono i servizi segreti militari il cui capozona a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, fu incaricato di verificare che tutto andasse per il verso giusto. E’ un particolare questo che va tenuto ben presente per afferrare il senso di quanto accadde a proposito dei due giornalisti.

L’inchiesta di Graziella De Palo e Italo Toni

Nel 1980 il tema del commercio internazionale di armi è molto dibattuto. Graziella De Paolo inizia la collaborazione al quotidiano paracomunista “Paese sera”. Giuseppe Fiori, che ne è direttore, incarica la giornalista di svolgere una inchiesta su quel traffico.
La De Palo prende contatto con Falco Accame, un ex contrammiraglio, deputato per due legislature del partito socialista e su posizioni duramente critiche della politica militare it alia na. Accame le fornisce una serie di indicazioni utili per l’inchiesta. Il 21 marzo 1980 “Paese sera” pubblica il primo articolo della De Palo sul tema che le è stato affidato: si intitola “False vendite, spie, società fantasma: così diamo armi”. Era un atto d’accusa contro un sistema in cui erano implicati anche gruppi eversivi italiani ed a cui sembra fosse connesso un traffico di droga.

Seguono altri articoli sullo stesso argomento: la De Palo è decisa a non abbandonare la sua inchiesta senza rendersi forse conto degli alti rischi a cui si va esponendo. Contatta Nemer Hammad, che rappresenta in Italia l’O.L.P., l’organizzazione per la liberazione della Palestina capeggiata da Yasser Arafat che è una delle componenti del Fronte, e chiede ad Hammad di organizzare per lei e per Italo Toni una visita ai campi profughi palestinesi in Libano.

La richiesta viene accolta: l’O.L.P. paga le spese di viaggio ed i due giornalisti il 23 agosto 1980 arrivano in aereo a Damasco. Proseguono in auto per Beirut e sono alloggiati presso l’Hotel Triumph, controllato dall’O.L.P..

A quel tempo la capitale del Libano era una sorta di città franca dove si svolgevano tutti i traffici illeciti tra l’Europa ed il medio-oriente. Armi e droga, alta finanza internazionale, mercenari per tutte le guerre e tutte le battaglie, fazioni di guerriglieri palestinesi contro Israele in lotta tra loro; rifugiati provenienti da mezzo mondo: il materiale per inchieste giornalistiche non mancava certamente.

I due giornalisti italiani girano per la città, raccolgono materiale da utilizzare nella loro inchiesta ed il 1• settembre si presentano all’Ambasciata italiana domandando di avere la stessa tutela del personale diplomatico italiano, guidato dall’ambasciatore Stefano D’Andrea, e chiedono che se nei prossimi tre giorni non daranno loro notizie sia l’Ambasciatore a cercare di rintracciarli.
E’ la dimostrazione tangibile della loro sensazione di trovarsi in pericolo: probabilmente hanno visto o udito qualcosa di sorprendente e temono che qualcuno non abbia molto gradito la cosa.

La visita all’Ambasciata italiana è l’ultimo segno di vita dei due giornalisti.

Il programma prevede che il giorno successivo si rechino con una Jeep del Fronte democratico per la liberazione della Palestina per il sud del Libano: loro compagna di viaggio avrebbe dovuto essere Piera Redaelli, una italiana filo palestinese che avrebbe dovuto fungere da int erpret e. A questo punto finiscono le notizie certe ed hanno origine le molte e contrastanti ricostruzioni dei fatti.
Secondo una fonte giudicata attendibile (F. Pinotti, Fratelli d’Italia, Milano, 2007, pag. 153) la De Palo aveva intenzione di accertare la veridicità di quanto dichiarato ad un giudice di Torino da Patrizio Peci, un appartenente alle Brigate Rosse, secondo il quale le armi in possesso dei brigatisti provenivano dal Libano.
Secondo altre ricostruzioni degli avvenimenti, la De Palo ed il suo compagno avrebbero cercato di raggiungere la zona di Beirut controllata dai cristiano-maroniti, avversari dei palestinesi: altri ritengono invece che stessero cercando contatti con il movimento di George Habash, capo dell’ala più intransigente delF.L.P.

La scomparsa

Già questi pochi cenni danno l’idea di quanto complessa fosse la situazione in cui i due italiani stavano conducendo la loro inchiesta, tra fazioni palestinesi in lotta fra loro, alimentate dal denaro proveniente sia dai Paesi arabi che dall’Europa (Italia inclusa: v. Mario Pacelli, Ad Hammamet, Roma, 2020) usato per acquistare armi che poi talvolta tornavano nei Paesi europei per essere usate dalle organizzazioni armate antigovernative. Nell’agenda della De Palo, rinvenuta dopo la sua scomparsa nell’albergo dove alloggiava a Beirut sono indicate le società italiane e straniere interessate al commercio delle armi: tra esse c’era sicuramente una società italiana con soci italiani e stranieri, fornitrice anche del Ministero della Difesa italiano.

L’Ambasciata italiana sembra inizialmente non dare eccessivo rilievo alla scomparsa dalla scena dei due giornalisti. Se ne occupa invece il colonnello Giovannone, capocentro del SISMI (Servizio informazioni sicurezza militare) ma sembra concludere ben poco. D’accordo con il gen. Giuseppe Santovito, che è a capo del SISMI, tenta di accreditare una complessa trama di intrighi che vede tutti colpevoli ed innocenti nello stesso tempo.
L’ambasciatore D’Andrea finisce per essere, su richiesta di Giovannone, estromesso dalle indagini dal Ministero degli esteri con un ordine ricevuto il 29 ottobre 1980. Iniziarono i depistaggi: i due giornalisti erano vivi, sarebbero stati presto liberati e non era opportuno svolgere una inchiesta approfondita che avrebbe potuto aggravare la loro situazione: tutto ciò malgrado che il 17 ottobre l’ambasciatore D’Andrea avesse inviato al Segretario generale del suo Ministero Francesco Malfatti un telex in cui si afferma che il rapimento era opera di Al Fatah.

Il tempo passava e la affermazione del prossimo rilascio dei due giornalisti perdeva ogni giorno di ulteriore credibilità. Fu allora fatta circolare la notizia che essi erano stati rapiti dai cristiano-maroniti: viene incaricato di indagini in proposito il generale Amos Spiazzi, appartenente al S.I.S.D.E. (Servizio informazioni sicurezza democratica), accusato di essere coinvolto nel tentativo di colpo di Stato di destra di Juno Valerio Borghese: iniziò ad indagare ma il suo contatto a Roma della organizzazione cristiano-maronita la Falange Camille Tawil venne arrestato e l’inchiesta di Spiazzi si bloccò.

1118 aprile 1981 il padre e la madre di Graziella De Paolo incontraronoa Damasco Arafat che promise la liberazione della giornalista: era l’ennesima menzogna. E’ di tutta chiarezza che qualsiasi approfondimento a proposito della sorte toccata ai due giornalisti avrebbe fatalmente portato alla luce la esistenza del “lodo Moro”, ciò che era nell’interesse sia degli italiani che dei palestinesi evitare.

Altro pericolo da evitare era che emergesse il traffico droga-armi, che probabilmente avrebbe coinvolto anche personaggi insospettabili e complicità inimmaginabili anche a livello internazionale.

L’interesse degli italiani a conoscere la verità a proposito della sorte anche se immodificabile di due loro connazionali venne brutalmente sacrificata a difesa di inconfessabili comportamenti: non è da stupirsi dunque se nel febbraio 1985 venne il rinvio a giudizio di Giovannone, di Santovito e dell’appuntato dei Carabinieri Damiano Balestra, complice di Giovannone nella intercettazione dei messaggi riguardanti il caso dell’ambasciatore D’Andrea al Ministero degli esteri, e di Habash: Habash fu poi assolto per insufficienza di prove. Giovannone e Santovito morirono prima della conclusione del processo: l’unico condannato fu alla fine l’appuntato dei carabinieri ….

Le indagini sul fatto non si arrestarono ma nel 1984 Bettino Craxi, Presidente del Consiglio, appose il segreto di Stato a proposito della consegna al magistrato inquirente dei documenti dei servizi segreti riguardanti il caso e l’inchiesta giudiziaria si bloccò.

Finalmente la verità

Nell’agosto 2020 un documento desecretato indicato come proveniente dal comandante generale dell’Arma dei Carabinieri che sembra trasmesso alla Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Mitrokhin sembra aver fatto (almeno parzialmente) luce sui fatti.

Vale la pena di riportare integralmente il documento pubblicato su Wikileaks Italia.

“COMANDO GENERALE DELL’ARMA DEI CARABINIERI Il Reparto – SM – Ufficio Operazioni N. 15500/31 di prot. “R” ROMA 31.3.1982 AL SIGNOR DIRETTORE DEL SISMI OGGETTO: Appunto

Testo: A seguito della conversazione avuta dalla SV con il Gen. D. Carlo Alberto DALLA CHIESA in data 24 marzo u.s., trasmetto l’unito appunto.

IL GENERALE (firma cancellata)

a sinistra : timbro 3DIC1993 OT 14187

a destra timbro SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI 000263 COMMISSIONE MITROKHIN

UFFICIO STRALCIO timbro DECLASSIFICATO con foglio n. CLASSIFICATO con a fianco a penna scritta “a NON

1 il 2.9 .1980 in località “Pakani Krtia, quartiere Sabra” di Beirut (Libano}, presso la sede dell’O.L.P. – frazione democratica, di cui è responsabile Nayef HAWETMEH, ha avuto luogo una riunione cui hanno partecipato un uomo politico, un armatore, un militare, un finanziere, due rappresentanti della “Trilaterale Italiana”, tutti di cittadinanza italiana e fratelli della “Loggia Riservata”, nonché Stefano Delle Chiaie, rappresentante della “OT” e un finanziere internazionale non italiano.

2 Scopo della riunione: – contratto di vendita di materiale tecnologico italiano-francese; – intervento dell’OLP presso il Governo Siriano a favore della “Trilaterale” per un contratto commerciale; – collaborazione dell’OLP e della “OT” in Europa.

3 Al termine della riunione, sempre nella sede dell’OLP, si sono incontrati lo stesso HAWETMEH ed un agiovane donna che aveva già concordato una intervista. Nell’occasione la giornalista, riconosciute le persone convenute con HAWETMEH nel momento in cui stavano per uscire dalla sala di riunione, si presentava come Graziella DI PALO.

4 HAWETMEH appreso dal Delle Chiaie che gli italiani si erano dimostrati dispiaciuti di essere stati individuati nella sede dell’OLP dalla giornalista, pregava la donna di rinviare l’intervista, riservandosi di chiamarla dal suo albergo (Continental-Ranchia}.

5 Un altro incontro tra HAWETMEH e i suoi ospiti, la DI PALO ed un altro giornalista (successivamente identificato come Italo TONI}, ha avuto luogo nel ristorante “Ylazlar”. Nayef HAWETMEH, subito dopo, invitava tutti i suddetti nel suo domicilio, dove si sottoponeva all’intervista dei due giornalisti in presenza dei cittadini italiani. Nella circostanza l’HAWETMEH si dimostrava particolarmente loquace e, nel concludere l’intervista, manifestava propositi minacciosi nei confronti della giovane donna.

6 A questo punto l’altro giornalista (TONI} esternava proteste in merito alle intenzioni espresse dal palestinese. Contemporaneamente, gli uomini di HAWETMEH (sempre presenti} espellevano il giornalista, mentre lo stesso HAWETMEH invitava i suoi ospiti a “seguire il suo esempio”

7 Nonostante la richiesta di aiuto della DI PALO , nessuno degli italiani presenti faceva alcunché in suo favore avendo compreso che la sorte dei due giornalisti era stata segnata per averli riconosciuti. L’unico che avrebbe potuto intercedere per la DI PALO sarebbe stato il DELLE CHIAIE, in ottimi rapporti di amicizia con l’HAWETMEH, al quale esprimevano consenso anche il finanziere internazionale e due degli italiani presenti.

8 L’esatto svolgimento degli avvenimenti veniva riferito da un testimone oculare che accompagnava un membro della “trilaterale”, senza poter aiutare la DI PALO.

9 Sull’accaduto sarebbe stata scritta una relazione conservata da un agente della CIA in America Latina.

Forse è opportuno ricordare che già durante il processo ad Habash un personaggio equivoco, Elio Ciolini, aveva scritto che i due giornalisti erano stati rinchiusi in un campo di detenzione dell’O.L.P. in quanto durante una intervista a Nayel Hawatmeh avevano riconosciuto un uomo politico ed un terrorista italiano tra i partecipanti ad una riunione con i capi palestinesi ed erano stati successivamente uccisi affinché non divulgassero la notizia di ciò che avevano visto.

Era esattamente quanto sembra scritto nel rapporto dei Carabinieri: nessuno indagò circa la veridicità delle affermazioni di Ciolini.

Altra questione è poi quella della veridicità del documento: la sua genericità, il silenzio a proposito dei tempi di svolgimento della vicenda, l’assenza di precise indicazioni di riferimento fanno pensare ad un falso, anche se viene da domandarsi perché il documento stesso sia stato divulgato a circa quaranta anni dallo svolgimento dei fatti.

Se le cose stanno veramente come indicato nel documento, si spiegherebberoi silenzi, i depistaggi, le deviazioni dai compiti ufficiali di persone che avrebbero dovuto garantire la legalità, la verità, la giustizia. Ci fu una classe dirigente che badò a difendere se stessa ed i suoi errori di cui Graziella De Palo e Italo Toni furono le vittime?

Bibliografia

Nicola De Palo, Omicidio di Stato, Roma, 2012. Francesco Grignetti, La spia di Moro, e-book e-letta Mario Pacelli, Ad Hammamet, Roma, 2019.

Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, Milano, 2007.


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