JOHANN SEBASTIAN BACH 1685 – 1750

Scrivere di Bach raccontando tutto in stile tradizionale riempirebbe un’enciclopedia in parecchi volumi. Troppi. L’alternativa? Lo stile telegrafico. Ecco:

La prima cosa da dire di Bach è che fu molto prolifico: un migliaio di titoli e venti figli.

Non ha mai scritto un’opera, perché l’opera non gli piaceva.

Cade nell’oblio, ma ne è dissepolto nel 1829 da Mendelssohn con la “Passione secondo Matteo”.

Dal 1723 alla morte, è alla chiesa di S. Tommaso a Lipsia. Tutto casa e famiglia: un borghese serio e pacato, ma prima della nomina ne aveva fatte parecchie con il suo caratteraccio sanguigno e anche violento.

Al servizio di Guglielmo di Sassonia, non avendo ricevuto la promozione che si aspettava, cominciò a importunare il suo padrone con tante di quelle richieste di congedo, che alla fine il duca si seccò e, detto fatto: “Per ordine di Sua Altezza Serenissima è stata decisa la messa agli arresti di Johann Sebastian Bach, Konzert-Meister e organista, in ragione della sua insistenza a chiedere un congedo ingiustificato”. Un mesetto più tardi è liberato, con il congedo richiesto.

E’ predestinato dalla sua famiglia all’artigianato musicale (certo, di livello superiore) e lui fa lo stesso con i figli (dei 20 che sforna, ben 4 sono musicisti, e diventano famosi).

Il capostipite è un fornaio e suonatore di cetra, Veit Bach, seconda metà del ‘500.

In Turingia la famiglia è così famosa che il nome Bach diventa sinonimo di musicista.

Siccome le musiche di chiesa non venivano comunque pubblicata, lui riutilizza liberamente i propri temi sia per soddisfare la continua richiesta di nuove composizioni, sia per non sprecare buone idee per una esecuzione sola.

Guadagna abbastanza, è testardo e parsimonioso e ci tiene ai suoi conti. E’ insofferente della vita di corte, eppure l’accetta perché non sa (ma solo perché è un’idea che non si è ancora affacciata alla consapevolezza del tempo) che potrebbe avere una posizione diversa da quella di servitore della nobiltà. E’ caparbio, collerico, eccessivo, in contrasto con l’immagine tradizionale del pacifico organista di chiesa.

Il municipio non è contento di lui. A Lipsia è un continuo litigio con i rettori, i prefetti, le autorità. Loro non cercavano un genio, gli bastava un musicista di chiesa, un impiegato, un insegnante; e Bach non lo è. Come professore non ha pazienza che per gli allievi migliori.

Nel 1703 fallisce un’audizione. Anzi l’avrebbe vinta se il principe Giovanni Giorgio di Sassonia non avesse deciso di far passare un suo raccomandato. Bach, arrabbiato, molla tutto e si trasferisce alla corte di Giovanni Ernesto di Weimar.

In autunno si fa dare un permesso e affronta a piedi il viaggio fino a Lubecca per ascoltare dal vivo Buxtehude, allora fra i massimi organisti del mondo.

Non si sa se si siano incontrati personalmente; quello che il figlio Carl Philipp raccontava, per averlo sentito personalmente dal padre, era che Johann Sebastian aveva preferito rimanere nascosto dietro a una colonna ad ascoltarlo per scoprire tutti i trucchi del grandissimo solista. E infatti al suo ritorno “eseguiva stupefacenti variazioni sui corali e vi mescolava armonie estranee a tal punto da confondere i fedeli”.

Bach è un notissimo collaudatore di organi. L’organo era una macchina costosissima e di enorme prestigio per la comunità. Il collaudatore doveva essere un grande virtuoso, un buon meccanico e un uomo onesto.

Bach non soffre di essere più noto come collaudatore ed esecutore che come autore. Ancora non c’era l’idea romantica dell’artista autonomo; poi Mozart e Beethoven hanno rovinato tutto.

Bach non innova, farcisce le formule della scuola antica con ripieno fresco.

Si fidanza con la cugina Barbara, che poi sposerà, ma intanto, in cattedrale, se la porta in cantoria, fra le volte, alla tastiera dell’organo. Malizioso…

La famosa storia del mancato incontro fra Bach e Haendel, anche se potrebbe essere solo una coincidenza, è da sempre fonte di pettegolezzi, supposizioni, sospetti.

Coetanei (1685), tedeschi entrambi, famosi allo stesso livello, si rincorsero, con l’umile Bach che faceva tragitti impossibili a piedi per incontrare il mondano Haendel; quest’ultimo che, sempre per pochi giorni non si faceva trovare, forse con il sospetto che l’altro volesse trascinarlo in una sfida organistica. Bach che copiava a mano le musiche di Georg, Georg, artista libero, che guardava dall’alto in basso Johann, musico impiegatizio; Haendel vitaiolo sempre in viaggio, Bach provinciale sempre alla tastiera. Non si saprà mai la verità, ma non importa.

Anche se forte fumatore di pipa, Bach fu sempre in buona salute. Il suo problema era la vista. Molto miope, cominciò a perderla rapidamente nell’ultimo anno di vita, finché diventò cieco.

Verso marzo passava da Lipsia un oculista inglese che promise un miracoloso intervento. Bach accettò, ma l’operazione andò male. Forse sarà caduto in mano a un ciarlatano; forse invece aveva un glaucoma, contro il quale all’epoca non si poteva fare niente.

Il 18 luglio Bach riacquistò improvvisamente la vista (i medici dicono che talvolta, nei soggetti anziani, c’è un abbassamento spontaneo del cristallino), ma dopo pochi minuti gli venne un ictus.

Morì la sera del 28 luglio 1750 all’età di 65 anni. La sua eredità venne valutata 1.159 talleri e comprendeva cinque clavicembali, due clavicembali-liuto, tre violini, tre viole, due violoncelli, una viola da gamba, un liuto, una spinetta e 52 “libri sacri” (molti dei quali di Martin Lutero).

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