IN MEMORIAM DI UNO ZIO DELLA PATRIA

I funerali del cav. Silvio Berlusconi sono avvenuti a carico dello Stato come previsto per gli ex Presidenti del Consiglio, ordinaria amministrazione, più sconcertate il lutto nazionale perché senza precedenti per chi non era stato Presidente della Repubblica, ma chi non si è attenuto alle norme di comportamento, non credo che avrà procedimenti disciplinari. L’Amintore Fanfani, uno dei tanti presidenti della Repubblica mancati, ce ne sono ancora in vita un certo numero, come Presidente del Senato, a chi gli rimproverava, di aver preso una decisione senza precedenti, rispose serafico, che “se non ci sono precedenti si creano!”.

Ne abbiamo avuto prova in anni passati, 8 anni fa per l’esattezza, in questione molto più importanti dei funerali di Berlusconi, il cui giudizio ho deciso di sintetizzare nel titolo (unica incertezza era sul grado di parentela, zio o cognato, con la Patria, rigorosamente con la P maiuscola in Costituzione, come la N di Nazione, che non si capisce, perché si voglia lasciare in uso esclusivo alla destra, compresa quella nostalgica, che la Patria ha tradito con la formazione della Repubblica Sociale Italiana (settentrionale), vassalla del Terzo Reich, al quale erano state cedute le terre redente.

Infatti, nel 2015 una Presidente della Camera, la terza, perché la prima è stata l’indimenticabile compagna Nilde Iotti, ha deciso di ammettere un voto di fiducia su una legge elettorale, malgrado il chiaro contrasto con l’art. 72 c. 4 Cost., per il quale “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale…..”. Cosa fosse una procedura normale l’aveva chiarito appunto la Presidente Iotti con un suo lodo del 23 gennaio-5 settembre 1980, poiché la procedura normale è regolata nella Parte seconda del Regolamento Camera, mentre il voto di fiducia su richiesta del Governo è prevista nella sua Parte terza.

Un precedente creato a bella posta per consentire ai governi di by-passare la Costituzione, in caso di leggi elettorali, come si è puntualmente verificato nel 2017 per approvare con 8 voti di fiducia la legge n. 165/2017 (Rosatellum) e se servisse anche di norme di rango costituzionale, basta avere la maggioranza del Parlamento in seduta comune, per controllare/ricattare un Presidente della Repubblica con velleità di garante, non semplice notaio, della Costituzione.

Infatti con un rapporto 3/8 contro 5/8 tra seggi maggioritari e proporzionali e il 50% dei voti validi, e che sono meno dei votanti poiché non si contano le bianche e le nulle (nel 2022 sono state 1.286.915 il 4,38% alla Camera, più dell’Alleanza Verdi Sinistra ferma al 3,64%) si possono assegnare, con la legge attuale di voto congiunto obbligatorio 266 seggi nella circoscrizione Italia, quindi basta che la coalizione vincitrice prenda un solo seggio degli 8 della circoscrizione Estero per avere i 2/3 della Camera. Al Senato nella circoscrizione Italia il raggiungimento dei due terzi, 137 seggi, dipenderebbe dalla conquista di almeno 1 dei 4 seggi maggioritari di teorico appannaggio delle minoranze linguistiche, 1 francese della Val d’Aosta1 e 3 tedeschi della provincia di Bolzano ovvero da 3 dei 4 seggi proporzionali(?) con un solo candidato della circoscrizione Estero.

Invero, un precedente c’era, sia pure con un altro Regolamento, precedente a quello del 1° maggio 1971 interpretato dalla Iotti e male applicato dalla terza Presidente donna, peraltro non invocato, perché conosciuto come non precedente Paratore, dal nome del presidente del Senato, che lo ammise e si pentì, facendo verbalizzare, che non costituiva precedente.

Il voto di fiducia era stato chiesto chiesta dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi l’8 marzo 1953, non un Matteo Renzi qualsiasi, su un disegno di legge elettorale intitolato «Modifiche al testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto presidenziale 5 febbraio 1948, n. 26», in breve quella che sarebbe stata approvata come legge 31 marzo 1953, n. 148 (meglio conosciuta come legge-truffa dall’appellativo usato ossessivamente dalle opposizioni).

La legge-truffa dava un premio di maggioranza del 65%, perciò troppo vicino ai due terzi dei componenti della Camera, ma a chi la maggioranza avrebbe conquistato nelle urne. Le leggi degli anni 2000, n. 270/2005 (Porcellum), n. 52/2015 (Italicum) davano il 54% dei seggi a chi la maggioranza del corpo elettorale non l’aveva e con l’ultima n. 165/2017 (Rosatellum) una maggioranza senza limite prefissato, con i peggioramenti introdotti dalla legge n. 51/2019 e dagli effetti della legge cost. n.1/2020 di demenziale, perché eccessiva, riduzione del numero dei parlamentari.

Con i 2/3 delle Camere si approvano riforme costituzionali senza rischio di referendum facoltativo ex art. 138 Cost.: il pericolo per le nostre istituzioni deriva dalla composizione della maggioranza di destra o dalla legge elettorale? La risposta è chiara, ma non verrà mai detto perché la Meloni e FdI non sono state né’ la madre, né il padre della legge elettorale, ma la Boldrini e il PD, i front runner della coalizione anti-meloniana per la difesa della Costituzione anti-fascista contro il Presidenzialismo e l’Autonomia Differenziata, demagogicamente liquidata come la secessione dei ricchi, uno slogan sbagliato, ma populista di sinistra. L’ Autonomia differenziata è un attentato permanente all’art. 5 Cost., quello che definisce la Repubblica, cioè la Nazione italiana, una e indivisibile. Una Nazione, che dopo essere stata tradita, può essere venduta in cambio del Premierato, il vero obiettivo dellaMeloni, anche per ragioni anagrafiche. Lei non può diventare Presidente della Repubblica prima del 15 gennaio 2027 con il compimento dei 50 anni, richiesti dall’art. 84 Cost. e per il fatto che il Presidente della Repubblica in carica, scade nel gennaio 2029, cioè dopo la fine della XIX legislatura iniziata il 13 ottobre 2022, quella che le ha assicurato una maggioranza del 58% del Parlamento in seduta comune con il 43,14% dei voti validi, un premio in seggi del 14, 86%.

Un premio che Berlusconi non ha mai ricevuto con le vittorie del 1994 (17.757.342 voti), del 2001 (18.398.246) e del 2008 (17.403.135), con un numero di consensi molto superiore a quello della Meloni 2022 (12.603.660), battuta di gran lunga anche nella sconfitta del 2006 con i 18.977. 843 voti, il 50% in più della Meloni vittoriosa del 2022..

Pensate che la più grande vittoria del centro-destra in seggi quella di Berlusconi del 2008 con 17.400.023 voti alla Camera e 518 su 915 elettivi seggi ebbe il 57% dei seggi del Parlamento in seduta Comune, ma con il 46,45% dei voti validi, quindi un premio in seggi del 10,55%.2

Non solo pur con i suoi 17 milioni di voti e la maggioranza nel Parlamento in seduta comune, Berlusconi capo indiscusso del centro-destra, non aveva la maggioranza dell’Assemblea presidenziale allora composta da 915 parlamentari elettivi, 5 Senatori a vita e 58 delegati regionali, per eleggersi il suo Presidente alla quarta votazione. La Meloni, invece controlla il Parlamento in seduta comune e la sua coalizione dispone di 34/35 dei 58 delegati regionali, cui peso è relativamente aumentato perché l’Assemblea presidenziale è passata da 1.008 membri a 664, dunque per il suo potere la coalizione di destra e la sua leader devono ringraziare nell’ordine la legge elettorale e la riduzione dei parlamentari, quindi i governi Gentiloni (PD) e Conte (M5S): Berlusconi non le ha lasciato niente in eredità da morto, ci hanno pensato gli altri da vivi!

Non posso essere un analista distaccato, il periodo di Berlusconi è parte della mia biografia politica, prima l’avevo incrociato al Teatro Manzoni ad un evento mondano e come interista moderato, non mi interessava più di tanto.
Senza la sua conquista del potere non mi sarei candidato per testimonianza socialista laburista in un collegio senatoriale perdente di Milano, recuperato al proporzionale.

Rischio di non essere obiettivo, devo a Berlusconi in originale e alla sua imitazione di Crozza pochi momenti di divertimento in una situazione preoccupante per la sinistra e per la Costituzione. Berlusconi, infatti, capovolgendo sondaggi, ha tracciato una strada politica con la vittoria indiscutibile del 1994, quella di partiti carismatici e leaderistici, che comunicano con slogan, che si indirizzino nell’ordine alla pancia e al cuore degli elettori in grado di suscitare sia fantasmi da cui essere rassicurati, che fantasie di successo individuale, basta far parte dello spettacolo.

Anche ai suoi funerali, quello che dovrebbe colpire, non è la platea delle tre migliaia di privilegiati ammessi all’interno del Duomo, ma dei 15.000 arrivati da tutta Italia, dopo ore di viaggio in treno o in auto, sicuramente commossi, sicuramente meno numerosi di quelli convenuti nella stessa piazza lo scorso 25 aprile, che però non sarebbero disposti a fare nemmeno un centinaio di chilometri partecipare ai funerali del leader più popolare del centro-sinistra degli ultimi 25 anni. Non faccio nessun nome per scaramanzia di quello a me più simpatico.

Gli ultimi funerali con partecipazione di popolo della sinistra sono stati quelli di Pietro Nenni il 3 gennaio 1980 con oltre 200.000 presenti e quelli, seguiti ad una agonia iniziata durante un comizio a Padova per le elezioni europee di quell’anno, di Enrico Berlinguer del 13 giugno 1984, cui partecipò più di un milione di persone. La sinistra in Italia non era venuta meno con la vittoria di Berlusconi nel 1994,per quanto netta in termini di voti 16.588.162 contro i 13.298.244 dell’Alleanza Progressista, perché non raggiunse la maggioranza del corpo elettorale, perché il Patto per l’Italia (PPI, Patto Segni) aveva raccolto 6.019.0936 voti, ma chiaramente la maggioranza dei seggi 336 alla Camera su 630 e 156 al Senato su 315 elettivi e pertanto la maggioranza assoluta 522 su 950 del Parlamento in seduta comune, il controllore del Presidente della Repubblica ex art. 90 Cost., sempre grazie a leggi elettorali, confezionate da altri con altri scopi, il PPI primo partito.
Le leggi elettorali, n.276/1993 per il Senato e n. 277/1993 per la Camera hanno inaugurato la serie latinorumaccheronica, il Mattarellum, non incostituzionale, ma sicuramente maggioritaria per i 3/4 dei collegi. Sono leggi elettorali promulgate da Scalfaro, notorio antipatizzante di Berlusconi, lo stesso Presidente, che ha promulgato la prima legge di elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Provincia la legge 25 marzo 1983 n.8.

Senza quella legge nessuno avrebbe mai potuto parlare del futuro Premier come il Sindaco d’Italia, un’escamotage per renderlo digeribile, il Sindaco è la carica pubblica più prossima alla gente, non più popolo. Il Premierato con legge elettorale proporzionale e premio di maggioranza, padrone della composizione del Governo (come lo è il sindaco della Giunta municipale e il Presidente della Regione della Giunta regionale) è la peggiore forma di governo concepibile. Il modello è già pronto legge Costituzionale n. 1/1999, approvata con i 2/3 dei voti promulgata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e controfirmata dal Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema.

Questo fu il lascito della stagione dell’Ulivo alle manomissioni future della Costituzione, insieme con la legge costituzionale n. 3/2001 di riforma del Titolo V, quella da cui trae origine l’Autonomia differenziata. Il Berlusconi del 1994 poteva essere fermato, come lo fu con la vittoria, sia pure di misura3 dell’Ulivo del 1996 se non si fosse proseguito nella logica maggioritaria e della governabilità, che si è accentuata con la legge n. 270/2005, non opposta dal partito maggioritario della sinistra di allora, il PDS (basta colpevolizzare solo il PD) come ha rivelato non smentito il sen. Carlo Vizzini, socialdemocratico, già cofondatore italiano con Craxi e Occhetto del PSE nel 1992, allora in Forza Italia e ritornato in area socialista nel 2011.

Per protesta contro il Porcellum il Partito non partecipò alla votazione di approvazione finale, rendendola ancora più facile. Con quella legge incostituzionale si votò nel 2007, nel 2008 e nel 2013, nel 2014 la legge fu dichiarata parzialmente incostituzionale con la sentenza n. 1/2014, grazie ad un’azione giudiziaria che aveva coinvolto una ventina di avvocati, tra cui ex avvocati dello Stato di tutta Italia, di cui tre milanesi componenti del collegio di difesa dinanzi al Prima Sezione Civile della Cassazione e, in seguito all’ordinanza di remissione, dinanzi alla Corte costituzionale.

Tra i motivi di censura aveva un ruolo centrale la violazione dell’art. 92 della Costituzione, cioè la prerogativa del Presidente della Repubblica di nominare il governo, ma la questione non fu tra quelle rimesse alla Corte Costituzionale dalla Cassazione, grazie ad una furbata che con la legge 270/2005 al terzo comma dell’art. 14 bis del T.U. Elezione Camera dei deputati, l’ultimo periodo recitasse “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione.” Una norma costituzionale non avrebbe avuto bisogno di essere richiamata da una legge ordinaria per esplicare la sua forza, se non come foglia di fico per avere previsto la formazione di coalizioni di liste integralmente bloccate per la parte proporzionale e candidati unici nei 3/4 dei collegi presentati da partiti o gruppi politici organizzati “tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare” depositando “un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione” e consentendo che il capo unico candidato si potesse qualificare come “Presidente” per il momento del Consiglio dei ministri, domani, chissà, della Repubblica. Il prof. Villone illustre Presidente della Commissione Affari Costituzionale del Senato nella XIII legislatura a prova dei propositi eversivi riporta uno stralcio significativo del sen. Enrico La Loggia da un suo intervento del 1° febbraio 1995 in Senato, affermando che il voto del 27 marzo 1994 riduce «sin quasi a zero» i poteri del presidente della Repubblica, prima «pressoché assoluti»4.

Un’opinione e niente più, se la vittoria dell’Ulivo, grazie un cambiamento di rotta di almeno 90 gradi a sinistra con l’attuazione della Costituzione e non una sua semplice difesa conservatrice, si fosse ripetuta nel 2001. Invece, con la vittoria netta di Berlusconi, l’opinione di La Loggia è diventata norma di una legge costituzionale approvata dai due terzi per i Presidenti delle Regioni l’investitura popolare, sostitutiva della caratteristica essenziale di ogni forma di governo parlamentare: il rapporto di fiducia con un’assemblea legislativa rappresentativa elettiva. Senza neppure la limitazione della “sfiducia costruttiva”, sostituita da una ricattatoria “sfiducia distruttiva”: chi sfiducia l’eletto dal popolo sovrano, ha certezza di andare a casa! E il coraggio, insegna Don Abbondio, non lo si può dare a chi non ce l’ha. Tanto più che tra gli eletti consiglieri, c’è una quota, che non è stata eletta per suoi meriti, ma come premio di maggioranza del candidato Presidente.

Un viatico dato da un Presidente per bene e rispettato, non scelto dalla maggioranza berlusconiana, non un Segni, sospetto di golpismo, e neppure un Gronchi, che nel 1923 aveva votato a favore della Legge Acerbo, quella’ dell’investitura democratica di Mussolini, approvata da un Parlamento, in cui i fascisti erano appena 35 su 530, dopo le elezioni del 1921. Lo stesso Presidente promulgò la legge elettorale incostituzionale, ottenendo un richiamo all’art. 92 Cost. e l’eliminazione di una soglia nazionale per il Senato, come imponeva l’art. 57 Cost. del resto. La trasformazione della forma di governo in un premierato, con un Presidente della Repubblica sottordinato ad un Presidente del Consiglio, che controllasse il Parlamento in seduta comune e quindi la possibilità di ricattare il Presidente della Repubblica è fallito solo grazie all’esito negativo del referendum costituzionale del 2006.

Negli attentati alla Costituzione in senso formale, quelli della trasformazione in senso materiali ci sono sempre stati con l’abuso dei voti di fiducia, coperti dalle Presidenze delle Camere, e della decretazione d’urgenza avallata dai Presidenti della Repubblica, c’è stata una pausa decennale per raffinare gli strumenti con i precedenti Boldrini funzionali alla revisione costituzionale di Renzi, peggiore di quella berlusconiana, liquidata dal popolo italiano il 4 dicembre 2016, e dall’annullamento per incostituzionalità della connessa legge elettorale. L’Italicum era stato, peraltro, promulgato senza problemi da un altro Presidente della Repubblica onorato e rispettato tanto da essere rieletto per un secondo mandato pieno, un’ipotesi che non aveva sfiorato i costituenti e neppure il legislatore costituzionale del 1991 con la revisione dell’art 88 Cost., sul semestre bianco (a mio avviso da abrogare esplicitando il divieto di un secondo mandato).

Chi si lamenta del popolo italiano della sua scarsa sensibilità costituzionale e dell’assenza di senso civico, sarebbe meglio, che smettesse di fare politica per non rendersi ridicolo. Se in una democrazia il popolo, nel cui nome ed interesse pretendi o presumi di agire, non ti segue e neppure capisce, la colpa è solo tua e dei tuoi compagni.
A me viene in mentre, sempre il ferocemente ironico epigramma di Berthold Brecht dopo le manifestazione operaie del 1953 a Berlino Est , che si era riunito il Governo della DDR e il Politburo della SED, il partito guida, con un nome bellissimo, che lo distingueva dai partiti comunisti al potere nell’est europeo, Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito dell’Unità Socialista di Germania), che avevano deciso che il popolo tedesco aveva perso la loro fiducia e pertanto ne avrebbero scelto un altro.

Ora è iniziato un confronto, che avrà vincitori e vinti. Si parte svantaggiati dall’implacabile logica dei numeri, la maggioranza numericamente regge anche senza Forza Italia e neanche a parlarne di usare l’Autonomia differenziata contro il Premierato, anzi contro l’esecrato Presidenzialismo, che basta nominarloper suscitare reazioni pavloviane, anzi basta parlare di elezione popolare diretta per scatenare la canea, eppure in Europa ci sono stati democratici, che eleggono direttamente il Capo dello Stato, senza avere forme di governo presidenziali o semipresidenziali. Mi sto convincendo che sia un’arma di distrazione di massa, basta agitare il Presidenzialismo per ottenere il Premierato, che appare una mezza vittoria, perché conserva un Presidente della Repubblica non divisivo.

Cossiga a mio avviso è stato un presidente divisivo, pur essendo stato eletto il 24 giugno 1985 in prima battuta con 752 voti, perciò i 3/4 dei voti espressi molti di più dei 2/3 necessari per le prime tre votazioni. La formula semipresidenziale era stata fatta propria tra molte polemiche dalla Bicamerale D’Alema su proposta del socialista laburista e rosselliano Valdo Spini, persona di sicura fede democratica e amante della Costituzione, tanto da fare dell’attuazione del suo art. 49 un impegno immancabile delle sue VIII legislature. Personalmente preferisco una forma di Governo parlamentare e gli eventi recenti negli USA e in Francia, mi confermano vieppiù nelle mie convinzioni, per non parlare di Turchia, Federazione Russa ed anche di Ucraina. In Brasile se il Presidente è Lula, non è lo stesso che Bolsonaro e Salvador Allende non era Augusto Pinochet. In conclusione se devo scegliere tra un Presidenzialismo, anche accompagnato da Bicameralismo sul modello degli Stati Uniti e sistema elettorale maggioritario di collegio, senza ballottaggio e un Premierato sul nostro modello regionale, non avrei dubbi.

La prima contromisura è quella di ottenere un controllo di costituzionalità sulla legge elettorale vigente prima delle nomine dei quattro giudici di nomina parlamentare, non per la certezza di un esito positivo, i precedenti in ordine alle leggi elettorali regionali, non sono confortanti, ma perché basterebbe un rinvio per delegittimare la maggioranza, non fondata sul consenso popolare, ma su artifizi normativi con spregio del voto diretto, libero e personale. Cambio radicale del metodo di elezione del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento in seduta comune, integrato da 58 delegati regionali normativo. In questa legislatura possiamo avere solo una marionetta della Presidente del Consiglio eletta alla quarta votazione o nel migliore dei casi uno specchietto per allodole, da scegliere tra personaggi con un curriculum democratico ed anche sinistroide, se non proprio di sinistra. La soluzione per mantenere aperto ,un esito non scontato sarebbe quello tedesco federale previsto dall’art.54 GG, cioè un assemblea composta dai parlamentari in carica, compresi quelli a vita e di diritto e dai 58 delegati regionali, da integrare fino al numero dei parlamentari elettivi, cioè altri 542 eletti dai consigli regionali con voto limitato a uno, fuori dal loro seno in proporzione alla popolazione risultante dall’ultimo censimento applicando gli stessi criteri dell’assegnazione dei seggi senatoriali dell’art. 57 c. 4 Cost.

Ultima soluzione fare eleggere direttamente anche il Presidente della Repubblica, per sottrarlo al controllo del Premier.

Per il Premierato senza toccare la Costituzione basta una legge elettorale, che ristabilisca, per le coalizioni un programma e un capo politico unici e a voler strafare una sola norma costituzionale dell’art.85 c. 1 Cost. di riduzione del mandato Presidenziale da 7 a 4/5 anni, con poteri inalterati.

Altre proposte son sempre benvenute, purché si apra una discussione con ricadute organizzative e politiche a cominciare dalle elezioni europeo del 2024, che stiamo per affrontare con una legge del 1979, modificata nel 2009, con l’introduzione di una soglia d’accesso del 4%, prima dell’entrata in vigore il 1° dicembre 2009 del Trattato di Lisbona, che ha cambiato radicalmente la natura del Parlamento europeo, senza che noi ne tenessimo conto. Senza un chiaro impegno sulla costituzionalità delle leggi elettorali non ci sono campi larghi alternativi alla destra. Chi ha dato questi vantaggi elettorali alla maggioranza meloniana deve dar prova di aver cambiato rotta nei fatti. Baci, abbracci e strizzatine d’occhio vanno bene per le foto o le riprese televisive, non per un Patto per l’attuazione della Costituzione.

1Come è avvenuto nel 2022 con il seggio senatoriale della Val d’Aosta, appannaggio della DX, a differenza della Camera del CSX.

2 Le ultime elezioni oneste sono state quelle del 1992 per un Parlamento agonizzante il Pentapartito ebbe il 54,23% alla Camera e il 50,92% al Senato. Le tre formazioni italiane del PSE, fondato nello stesso anno, PDS-PSI-PSDI, avevano il 32,44% alla Camera e Il 33,19% al Senato. I 3 primi partiti erano nell’ordine DC (29,65%), PDS (16,11%) e PSI (13,62%) per un totale del 59,38%.

3 Con una differenza rispetto alla vittoria di Berlusconi del 1994, la prima coalizione l’Ulivo non aveva la maggioranza dei seggi alla Camera e senza i voti di Rifondazione Comunista non avrebbe vinto neppure nella parte maggioritaria, che nella parte proporzionale era stato sconfitto con 13.142.237 voti rispetto ai 15.772.203 del Polo delle Libertà senza Lega Nord.

4 Lo sono tuttora come attestano le nomine di Monti da parte di Napolitano e di Draghi di Mattarella.


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