IL SEGRETO GIOCO DELLA VITA

La Vita, pur non essendo una poesia quasi per nessuno, rimane sempre un unico e irripetibile dono in continuo processo evolutivo, per il quale non ci potranno mai essere parole adeguate a esprimerne un doveroso e sufficiente “Grazie”. Nel suo complesso essa presenta varie sfaccettature e soprattutto pone mille domande alle quali non sempre, anzi quasi raramente, si riesce a dare una risposta esauriente. Non ultima quella di essere una parentesi e un più o meno breve passaggio lungo i viali del Tempo per poi scomparire e dare spazio ad altre esistenze: “‘A vita è n’affacciata ‘e fenesta”, dicono a Napoli, come a voler significare che “si entra, si apre, si guarda, si chiude e poi si esce come un brivido che scivola via” e comunque non è per niente un gioco a scacchi. Di questo “viaggio” vi sarebbero numerosi misteri da chiarire e cento giochi da decifrare fra i meandri dei comportamenti umani. Comprendere, però, la dinamica di questo tutto mi sembra un’impresa molto ardua e chissà se un giorno verrà affrontata e semmai risolta.

In questa sede si parlerà non di Teologia della Vita, ma di Fenomenologia del vivere, cioè della messa a fuoco di una varietà di problematiche e l’illustrazione di un successivo tentativo perlomeno di un parziale chiarimento delle singole questioni.

Su questo tema nella Storia si sono date tante letture.

Scrive Edmund Husserl (1859-1938), Filosofo austriaco e fondatore della Fenomenologia: “La via della ricerca fenomenologica si trova in solitudini cui è arduo l’accesso, quello delle “madri” di ogni conoscenza. Perché ciò cui essa mira è il rinnovamento della scienza sul fondamento del più radicale contatto personale con le sue fonti nella vita, nell’”Io vivo” e nel “Noi abbiamo una vita comune”, cioè sul fondamento di una radicale presa di coscienza della vita in cui la scienza stessa cresce, e cresce come funzione al servizio di una vita autentica. Si tratta di dare vita a una scienza capace di comprendere e giustificare sé stessa fino in fondo, sulla via di un accrescimento estremo della libertà da pregiudizi che recede fino all’ultimo limite concepibile dell’incredulità, per guadagnare le indistruttibili certezze di principio, i rhizomata panton (=la fusione di tutti gli elementi quando c’è concordia)”. Per Husserl, dunque, la scienza è e dovrebbe essere al servizio della comprensione del significato e del valore della vita.

Michel Henry (1922-2002), Filosofo francese della scuola di E. Husserl e di M. Heidegger (1889-1976: Filosofo tedesco), esamina il concetto di vita dal punto di vista fenomenologico come ciò che possiede la facoltà e il potere “di sentirsi e di provare se stessi in ogni punto del proprio essere”. Essa consiste in una pura esperienza soggettiva di sé che oscilla permanentemente tra la sofferenza e la gioia: non è impersonale, cieca e insensibile come lo sono le forze oggettive che si incontrano nella natura, ma vivente e sensibile.

La questione della correlazione fra la Trascendenza e i suoi modi di manifestarsi nel Tempo conducono inevitabilmente ad affrontare il problema del senso d’essere del soggetto in quanto costui appartiene al mondo ed è allo stesso tempo condizione del suo apparire, come a dire che quest’ultimo (il mondo) esiste perché c’è l’uomo che lo pensa, lo studia e lo descrive. Conformemente a questa duplice esigenza, il soggetto deve essere caratterizzato dal fatto che vive. La vita cioè qui va intesa nel suo senso originario, più profondo della stessa distinzione fra l’essere in vita (leben) e il provare qualche cosa (erleben): essa sfugge all’alternativa fra vita intransitiva-passiva e una transitiva-attiva. Si giunge così a una caratterizzazione positiva del vivere come puro desiderio, che pone in rapporto un soggetto che è Realizzazione e un Essere potenziale che è Non-ancora-compimento.

Non vi è fenomenologia se non come fenomenologia della vita, cioè se non come interrogazione sul senso dell’essere di un soggetto che è nel contempo parte del mondo ma anche pensiero, vita empirica e trascendentalità. È questo il punto di avvio problematico nella riflessione del Filosofo francese Renaud Barbaras (1955), esposta nella sua Introduzione a una fenomenologia della vita, un punto di vista condiviso peraltro dal fondatore stesso del metodo fenomenologico, Edmund Husserl, la cui intera filosofia può essere compresa come il tentativo di pensare e conciliare realtà e coscienza, versante oggettivo e soggettivo, vita empirica e soggetto tendente alla Trascendenza. In che modo, dunque, la coscienza può far parte di quel mondo che in qualche maniera contribuisce a far apparire? In quale modo conciliare la dualità e l’unità tra la vita empirica e quella della coscienza aperta al Trascendente? In altri termini, come parlare di una vita in assoluto? Questi sono i punti di partenza nelle riflessioni di E. Husserl, M. Merleau-Ponty (1908-1961: Filosofo francese), J. Patočka (1907-1977: Filosofo ceco). È la vita stessa, allora, a imporre una nuova modalità di essere, una sua originarietà che si esprime con precisione nel verbo vivere: “vivere significa non solo essere in vita (leben), ma anche provare, fare esperienza di qualche cosa (erleben)”.

H. Bergson (1859-1941: Filosofo francese) e R. M. Rilke (1875-1925: Poeta austriaco di origine boema) cercano di entrare nel cuore stesso del movimento del vivere: esso è visto come caratterizzato da una realtà essenziale, cioè dalla possibilità che esista una coscienza. La modalità dell’essere-in-vita di un animale (che nello sviluppo del suo pensiero Barbaras individuerà come esodo) si colloca nella fluidità dello scorrere del suo vivere stando all’Aperto; quella dell’essere-in-vita dell’uomo invece (successivamente definito come esilio) si presenta come un’interruzione, una sospensione cioè nel flusso del vivere, per il fatto appunto che interviene la coscienza a illustrarne la finitezza perché confinati e circoscritti nel Tempo.

Per A. Camus (1913-1960: Scrittore francese) e J. P. Sartre (1905-1980: Filosofo francese) la Vita è un essere stati proiettati in una Esistenza priva di un “senso” preciso e di un suo solido punto di riferimento, perciò la condizione umana si presenta come una assurdità. Occorrerebbe, però, cercare di trovare una direzione nella quale rinvenire un tale “senso”: ma non tutti riescono a compiere questo ulteriore passo.

S. Kierkegaard (1813-1855: Filosofo danese dell’Esistenzialismo) trova la risposta al Mistero della incomprensibilità di tanti aspetti del vivere solamente quando si riesce ad attivare un’apertura sincera alla Trascendenza, l’unica via, secondo lui, che può liberare l’uomo dall’angoscia, dalla disperazione e dalla disconnessione con il mondo.

A questo punto si rende necessario sviluppare una riflessione su un altro versante. Ci sarebbe sempre da chiedersi, per esempio, se il tutto è, diciamo così, regolato da una pura e ingannevole casualità o se invece esiste un disegno a noi sconosciuto sul perché si nasce in un particolare luogo, in un determinato periodo storico e da genitori non scelti dal soggetto. Quando a simili incertezze si aggiungono la classe sociale nella quale ci si viene a trovare inseriti, l’insieme della cosiddetta parentela, il potenziale futuro professionale e le condizioni psicofisiche di salute, allora il discorso si complica ulteriormente, anzi si entra in un ginepraio di interrogativi dal quale non si riesce a venirne fuori con facilità.

A una prima generica osservazione sembra non esserci una risposta alle domande di cui sopra, ma, se si va più a fondo, si nota che niente accade mai a caso, perché entrano in gioco elementi e forze che in qualche maniera vanno a spiegare alcune coincidenze, che alla fine risulteranno non essere più tanto casuali. Come a dire, esiste un sottile, invisibile e misterioso legame che unisce “quella” particolare persona a un luogo preciso, che in quel momento doveva nascere in quella particolare circostanza, con quel singolare tipo di bagaglio umano e culturale perché avrebbe dovuto assolvere a un compito da svolgere in quel momento per il bene della collettività. Le condizioni sociali possono rappresentare una variante che rientra fra le eventualità di questa complessità e possono costituire un primitivo vantaggio d’avvio ma alla fine rivelarsi anche come un autentico freno.

Chi più e chi meno ha a che fare con queste variabili, anche se c’è da dire che non tutti, per svariate ragioni spesso oscure, riescono a scoprire il motivo per cui sono apparsi su questa terra.

C’è poi da prendere in considerazione un altro aspetto. Nascendo, si viene come catapultati in una rete molto fitta di interazioni, nelle quali giocano dinamicamente ma talora anche drammaticamente molti elementi come l’imprevedibilità, la furbizia, diffusi egocentrismi tendenti all’affermazione del Sé per il potere e il dominio sul prossimo e sulla realtà, alcune segrete organizzazioni del male, vere e frequenti aggressioni alla serenità e armonia psicofisica dell’individuo, occasioni che si lasciano perdere o incontri che evaporano nel nulla… Questo gioco più o meno nascosto e spesso contraddittorio, che talora si rivela una vera e propria corsa al massacro, molte volte si presenta inestricabile, strano, incoerente, non prevedibile e non qualificabile. Troppo frequentemente non si sa mai come procedere e cosa può trovarsi all’angolo della strada.

A queste osservazioni vanno associate le assurdità di tanti inganni, l’esasperato mito e culto di una bellezza fisica come unico fine a se stesso a scapito magari di quella legata al modello di interiorità, le molte morti precoci, frequenti disastri ambientali e personali (malattie, disagi fisici, lavorativi, odiose speculazioni anche sul dolore…), le atrocità di guerre insensate, fin troppo spesso il ricorrente trionfo della mediocrità.

In questo grande Mistero del vivere l’unica cosa certa che resta è il cosiddetto Codice Genesi, cioè l’ereditarietà genetica. Ma anche qui verrebbe da chiedersi: perché proprio questa come personale specificità e non un’altra? Dal momento che non esistono risposte razionalmente plausibili e verificabili, forse la scelta migliore sarebbe quella di lasciarsi guidare da un più raffinato processo intuitivo che fa immaginare l’evoluzione di sé e della realtà in una direzione che sfugge alle note leggi della Biologia o della Psicologia Comportamentale: una certezza graduale, cioè, da acquisire e raggiungere con la paziente analisi dei legami che uniscono i vari eventi fra di loro solo apparentemente sconnessi. È quella Legge del Vuoto, che poi tale non è, in base alla quale se nessun dettaglio viene trascurato nell’esame di una qualunque realtà (umana e non) in via di svolgimento, allora con un attento sguardo retrospettivo dell’insieme si può giungere ad afferrarne la totalità complessiva del significato. In quel caso è molto probabile che una “luce” arrivi improvvisamente ad accendersi e a illuminare quell’abisso di Mistero che sovente avvolge la comprensibilità di un avvenimento. Anche dal temporaneo balbettio può venir fuori una piccola scintilla di Verità, ma, come giustamente osservava il Logico austriaco L. Wittgenstein (1889-1951): “Solo al suo scomparire, però, si può capire il vero senso della vita”.

Concludo con un pensiero dello Scrittore francese Paul Claudel (1868-1955): “I misteri illuminano le tenebre attorno a noi custodendo il segreto di sé stessi, come una lampada che ci dà luce anche se non comprendiamo il suo funzionamento”.


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