I TRATTORI

Tra agroecologia e nuova economia, per un modello virtuoso e vantaggioso per agricoltori, cittadini e ambiente

STEFANO BOCCHI E LUCIANO PILOTTI

I numerosi articoli comparsi sui quotidiani dell’ultima settimana, che si sono occupati dei trattori a Bruxelles, hanno affrontato molti aspetti inerenti allo stato delle aziende agricole d’Europa. Non si è tuttavia toccata sufficientemente la problematica del rapporto fra agricoltura e ambiente, rapporto che riguarda l’ambito economico, ecologico e – perché no? – anche quelli etico, sociale e istituzionale. Per la portata di questo tema vorremmo contribuire riportandolo al centro della discussione.

Molti agricoltori, che hanno seguito, in questi decenni, un percorso di specializzazione, semplificazione dei sistemi colturali e standardizzazione delle tecniche colturali basate su un crescente ricorso a fattori produttivi, stanno verificando i rischi di questo modello, definibile di agricoltura industriale.

Numerosissime ricerche scientifiche dimostrano che la sistematica distribuzione sui terreni coltivati di prodotti industriali di sintesi provoca un abbattimento dell’attività microbica e quindi della fertilità dei terreni stessi. In pochi grammi di terreno vivono da 100 milioni a 1 miliardo di batteri.

Queste comunità microbiche includono batteri capaci di fissare l’azoto atmosferico e arricchire il terreno di questo elemento essenziale per la produzione delle colture. La radice di queste ultime tende a stabilire delle simbiosi, le cosiddette micorrize, con molti microrganismi per trarre grandi benefici a partire da quelli nutrizionali. L’intensa attività biologica, garantita dalla presenza di una buona percentuale di sostanza organica, permette di raggiungere una stabilità di struttura del terreno necessaria per trattenere l’acqua che viene poi ceduta alla coltura.

Nel 2022 anno di drammatica siccità, si sono verificati minori danni nei terreni ricchi di sostanza organica e di vita microbica. Sono ormai noti e in via di diffusione prodotti a base di microrganismi benefici che includono i PGPR (plant growth promotiong rhizobacteria) batteri che promuovono la crescita delle colture e i PGPF, funghi che ne sostengono la crescita. Numerose sono le applicazioni del Bacillus thuringensis che, grazie alla sua capacità di produrre cristalli di natura proteica contenente la tossina Bt attiva, è efficace nel controllo mirato di numerose specie di insetti nocivi alle colture. La tossina è del tutto innocua per l’essere umano.

Il bioma del terreno è ricco di specie microbiche, come di specie di più grande dimensione fra cui i lombrichi, ritenuti in agronomia indicatori di fertilità. Se lo sguardo si alza dal terreno all’ambiente soprastante riconosciamo questi processi di cooperazione utili alla produzione anche fra le colture e le piante arboree ed erbacee che popolano i filari o le fasce prative che incorniciano le colture.

Tutti questi elementi del paesaggio agrario sono insostituibili habitat di specie necessarie per il migliore funzionamento dei sistemi colturali. I filari, ad esempio, riducono l’evapotraspirazione dei coltivi, ospitano numerose specie di insetti, di uccelli, di piccoli mammiferi utili per il controllo dei parassiti delle colture. I filari partecipano nel ridurre i processi di lisciviazione, ruscellamento ed erosione, limitando quindi gli inquinamenti delle acque di superficie.

La loro eliminazione e gli eccessivi, continui interventi con fitofarmaci provocano un declino delle comunità di insetti e piante utili, declino che si ripercuote sulle comunità di uccelli. Negli ultimi 40 anni, in Europa è scomparso il 60 % delle specie di uccelli che popolavano gli ambienti rurali. Con la perdita di tutta questa biodiversità funzionale, i sistemi agricoli europei stanno minando le basi della propria potenzialità produttività e della capacità di affrontare, in modo autonomo, le emergenze di diversa natura a partire da quella climatica.

Come visto, miliardi di organismi presenti nel terreno contribuiscono a fornire gratuitamente elementi nutritivi alle colture e numerose specie entrano positivamente nel mantenere equilibri vantaggiosi per l’azienda. In anni in cui i prezzi di azoto, fosforo e potassio sono in forte crescita, la giusta quantità di acqua irrigua non è più garantita, si susseguono ondate di nuovi parassiti e stress è più che razionale fare ricorso a tutte le conoscenze che abbiamo per potenziare i processi naturali vantaggiosi.

Per il controllo delle specie infestanti, molte ricerche hanno evidenziato che non è proprio necessaria una loro totale eliminazione, anzi si tratta di mantenere la loro presenza al di sotto la soglia critica, attraverso una buona agronomia, vale a dire tempistica e buone modalità di semina (scelta della varietà, dose di semente, profondità, spazio fra le file ecc.). Numerose ricerche scientifiche e millenni di storia dell’agricoltura ci ricordano che le consociazioni, la contemporanea presenza di diverse specie sullo stesso campo, ci porta numerosi benefici a partire da più alti livelli di qualità dei prodotti e stabilità di produzione.

Esperienze di agro-forestazione effettuate da moderne aziende multifunzionali evidenziano le potenzialità di queste tecniche. In estrema sintesi: accogliere e valorizzare la biodiversità naturale, l’agro-biodiversità e i processi naturali è oggi possibile e vantaggioso, abbandonando velocemente il modello dell’agricoltura industriale. Riportare biodiversità nell’azienda non è certamente controproducente la produzione, anzi, aiuta l’agricoltore a ridurre i costi, stabilizzare le rese, ridurre gli impatti sulle risorse, restituendo alle comunità agricole quelle capacità diffuse di mutuo apprendimento da sempre guida di una cultura millenaria del cibo, della terra e del paesaggio e che il l’intensivismo della produzione ha rimosso anche attraverso l’uso massivo e diffuso di pesticidi e che richiedono alternative.

Allora, di fronte alle manifestazioni e commenti di questi giorni, sorgono alcune domande. Gli agricoltori sono contro la biodiversità, l’ambiente e il Green Deal, oppure cercano di uscire dall’angolo che ha riservato loro un modello industriale che li condanna a raccogliere le briciole delle filiere agroalimentari, a subire la concorrenza internazionale con importazioni a basso costo, a non disporre di innovazione funzionale alle loro reali esigenze, a soffrire dell’ambiguità di posizione di alcuni decisori della sfera politica

Chiedono un modello alternativo e potrebbero trovare molte risposte nell’approccio agro-ecologico che molte aziende, anche italiane, stanno sperimentando con successo. Il Green Deal è necessario, ma non possiamo far pagare nella complessa filiera agro-alimentare solo agli agricoltori – ai piccoli soprattutto – i costi della transizione ecologica, se vogliamo che sia anche “giusta e pulita” e dunque sostenibile. Sono da rivedere i criteri di distribuzione delle risorse: la PAC (Politica Agricola Comune), necessaria alla sopravvivenza di una agricoltura sana e giusta, ha tuttavia destinato finora l’80% dei fondi solo al 20% delle aziende, e spesso quelle di più grande dimensione, all’interno di un disegno ove permane un elevato grado di “banalizzazione” del sistema agroalimentare, oggi controllato globalmente da poche grandi multinazionali con poteri di mercato oligopolistici sulle filiere produttive e sull’uso dei terreni.

Questo meccanismo ha assegnato al cibo il ruolo di merce/commodity, il cui prezzo gioca un ruolo primario, rispondendo a logiche economico-finanziarie premianti le produzioni intensive da una parte e la GDO dall’altra, “schiacciando” nella residualità il piccolo agricoltore costretto a produrre sotto-costo e sussidiato. Non dimenticando, infine, la “Grande Contraddizione” di un sistema globale dove 1 mil.do di persone non ha cibo sufficiente, mentre 1/3 di ciò che è prodotto è sprecato soprattutto nel cuore delle “società dell’opulenza” e del consumismo fine a se stesso e che la ricerca sulle proteine animali “alternative” può contribuire a “mitigare” nel medio-lungo termine riducendo la povertà alimentare e proteica proteggendo la bio-capacità. E’ tempo di cambiare per progettare e diffondere un nuovo modello di agricoltura produttiva e capace, nel contempo, di difendere, la biodiversità, le risorse naturali e il paesaggio, la salute globale (One Health) riducendo l’impronta ecologica, in grado di affrontare con strategie di mitigazione e adattamento, l’emergenza climatica di cui terra e agricoltori sono le principali vittime.

Sapendo che non esistono alternative né facili né gratuite. Perché, se è chiaro che solo un nuovo Patto con la Natura ci potrà salvare, questo non potrà avvenire a discapito dell’agricoltura e l’agro-ecologia potrebbe essere la chiave di un necessario salto di paradigma col quale accoppiare competitività e qualità, benessere e responsabilità, trasparenza e credibilità per “difendere nella sostenibilità” – per esempio – quella quota di ricchezza agricola del 14% italiano su quella europea, ma con la UE e con l’ambiente (oltre che con il consumatore finale) e non contro. Certo con una UE che riduca la “balcanizzazione regolatoria” tra i 27 anche con una politica estera e commerciale che possa definirsi “comune” per fronteggiare in modo integrato e cooperativo il “dumping agroalimentare” diffuso che preme ai suoi confini.


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