CARA AFFETTUOSA AMICA, 

Alla domanda che mi facevi, se i nuovi sistemi di Intelligenza artificiale siano a no utili per l’insegnamento ai ragazzi delle scuole superiori, ti rispondo che ogni fattore di sviluppo è utile all’uomo tenendo in mente una delle massime buddiste che Richard Feynman riporta nel suo libro Il senso delle cose: ad ogni uomo è data la chiave per accedere al paradiso, ma con la stessa chiave si aprono anche le porte dell’inferno.

Lasciami partire da lontano. A questo proposito pensavo a quando, più o meno ventenne, ero impegnato come studente nelle ricerche bibliografiche usando gli schedari degli archivi universitari, unica fonte di catalogazione dei libri a quei tempi. Le opere erano divise per autore e gli autori, in ordine alfabetico, nascosti dentro enormi cassettiere metalliche contenenti le schede infilate una ad una come perle in una collana senza fine.  Ai cassetti si poteva accedere uno studente per volta, tanto che poteva capitare un evento statisticamente raro ma possibile: cioè che qualcun altro dovesse consultare lo stesso cassetto nello stesso momento. E quando questo effettivamente accadde, fu quello un momento che mi fece riflettere: se un evento improbabile può essere possibile, allora l’assoluta certezza è solo una illusione letteraria, la scienza cerca dei fatti e non verità. 

In quei cassetti lo studente trovava una breve sinossi del libro che andava interpretata in funzione del campo di ricerca sul quale si stava lavorando e aveva la funzione di aiutare ciascuno di noi a segnalare o scartare il testo da leggere in quella settimana per estrarne appunti utili alla ricerca. Erano gli anni ’70, i grandi calcolatori si utilizzavano in facoltà per le simulazioni scientifiche, quelli piccoli di adesso non esistevano e molte operazioni si facevano ancora a mano, anzi, a mente. Unico assistente tecnico della biblioteca era la fotocopiatrice. Il lavoro più importante veniva dopo, si trattava di mettere in relazione concetti confrontabili o comuni a libri di autori diversi e poi estrarne una tesi o confutarla cercando altri dati. Per fare questo occorreva essere sufficientemente esperti della materia in modo da leggere e annotare le pagine interessanti, catalogarle e iniziare a costruire mattone dopo mattone una tesi coerente. Esisteva allora per noi studenti una piccola bibbia costituita da Come si fa una tesi di Laurea di Umberto Eco, tutti a quel tempo la consideravamo illuminante per come costruire la schedatura idonea al lavoro di ricerca.

Molti anni dopo, la fisica dei sistemi complessi applicata alle scienze cognitive fornì i primi algoritmi con i quali, nelle facoltà di ingegneria informatica, si cominciò a lavorare  alla annotazione semantica automatica dei testi, questo consentì di costruire una serie di collegamenti e di riferimenti tra concetti in modo automatico rendendo più semplice la ricerca e la interpretazione senza bisogno di passare attraverso la lettura e l’annotazione delle schede, ma semplicemente consultando uno schema pre programmato. Si trattava di un lavoro di ricerca estremamente importante e propedeutico ad applicazioni ben più importati, ovviamente, costruito su basi decisamente solide, i sistemi automatici esponevano, per dichiarazione esplicita dei progettisti, una serie di errori pari a circa il 10-12% delle risposte, naturalmente era impossibile poter sapere dove quegli errori fossero. Il sistema era tutt’altro che inutile, perché i sistemi automatici possono leggere, interpretare e annotare milioni di pagine al secondo, i risultati automatici però dovevano essere necessariamente passati al vaglio di un esperto della materia affinché fosse possibile l’eliminazione degli errori e la loro utilizzazione pratica.

Questa piccola immersione nella vita di uno studente degli anni ’70 serve a comprendere come gli strumenti di indagine automatici in tanto sono efficaci, in quanto sottoposti al controllo di qualcuno in grado di avere una cultura critica ed un capacità di pensiero astratto, una inferenza sui dati risultato dell’analisi. È lo stesso sistema con cui funzionano questi strumenti a richiederlo per non rischiare di finire, inavvertitamente ed in maniera improvvida, all’interno di quel 10% di errore che porterebbe la vita fuori strada.

Quando si parlava di impatto della tecnologia sulla società, fino a pochi anni fa si pensava alla robotica industriale, alle macchine che hanno sostituito l’uomo nei lavori pesanti evitando fatica, movimenti ripetitivi e ossessivi nell’arco della giornata. La città descritta nel 1927 da Fritz Lang nel film Metropolis si riferisce ad una immaginaria società del 2026, proprio i nostri giorni, con schiavi che nel sottosuolo mandavano avanti una città tra l’indifferenza dei potenti, una paradossale estrapolazione delle catene di montaggio delle industrie americane di quegli anni ed un sogno di riscossa. L’impatto della meccanizzazione e successivamente della automazione fino alla prima rivoluzione digitale, per quanto traumatico, ha prodotto una spinta verso lavori ad alto tasso di progettazione e di creatività, di specializzazione tecnologica in numero per lo meno uguale a quelli cancellati dalla sostituzione delle macchine. Ma i sistemi di cui stiamo parlando a proposito delle biblioteche tendono a rendere automatico quello che un tempo era lavoro mentale, non manuale, accettarle acriticamente e saltare il controllo umano esperto avrebbe rischiato di costruire un mondo di schiavi delle possibili interpretazioni sbagliate e degli errori concettuali.

I sistemi di Intelligenza artificiale sono un ulteriore passo in avanti rispetto alla interpretazione ed annotazione semantica, si tratta di sistemi esperti che apprendono attraverso un set di dati e di soluzioni passate, imparando ad agire come avrebbe agito un umano o giù di li. Come viene scelto il set di dati per istruire la macchina? Chi lo sceglie? Per quali fini specifici? Chi controlla che le scelte siano funzionali al bene comune? Queste sono domande che ogni giorno troviamo sulla nostra letterature di settore, ma io ti pongo una domanda ulteriore: una macchina, al momento attuale della tecnologia, impara attraverso dati oggettivamente misurabili e in funzione di questi sceglie; fattori come la spiritualità, l’atteggiamento verso la vita e l’ecosistema di appartenenza, l’etica, non sono né misurabili e nemmeno oggettivi se non riferiti ad un contesto storico, sociale, antropologico. Insegnare significa stimolare il sapere critico nelle attitudini e nel talento di un altro individuo, non certo riempire una memoria di dati; insegnare significa nutrire un giovane della curiosità di cercare e della capacità di costruire, significa scoprire e scoprire è il contrario di credere. Il mio parere è che l’intelligenza artificiale sarà uno strumento fondamentale per il futuro dell’umanità se lo sapremo controllare in funzione dello sviluppo del genere umano e per fare questo occorre insegnare ad usare questa intelligenza con lo stesso spirito critico con cui si costruisce la scienza con il rispetto per i valori che abbiamo costruito: rifiuto dell’autoritarismo, curiosità verso la diversità di vedute, rispetto per l’oggettività dei dati di fatto. Anche il cervello umano ha subito una evoluzione nel tempo sulla base di ciò che ha imparato dai suoi errori e sulla base di quello che aveva bisogno di comunicare perché la comunità sopravvivesse, spetta all’uomo indirizzare l’evoluzione della più grande protesi della sua mente mai immaginata prima. 

Quando le istituzioni della democrazia liberale stavano nascendo e i padri della Dichiarazione di Indipendenza erano impegnati a scriverne le tracce, qualcuno fece notare a Thomas Jefferson che la natura umana avrebbe potuto portare a degenerazioni della solidità democratica anche in presenza di una Repubblica e la risposta di Jefferson fu che la migliore protezione possibile sarebbe quella di illuminare le menti delle persone e fornire la conoscenza dei fatti della storia, solo l’esperienza fatta in altri tempi e da altri paesi permetterà di fermare ogni ambizione e sconfiggerne i fini perversi.

Se guardassimo indietro con gli strumenti che la ricerca ci ha dato scopriremmo che i peggiori momenti della storia sono stati quelli in cui la fede per il dogma assoluto era dominante rispetto alla speculazione. In genere quei momenti sono stati popolati da una fede così incrollabile da pretendere che il mondo intero la pensasse allo stesso modo. 

Se la stessa chiave è in grado di aprire il paradiso e l’inferno come imparare ad aprire la porta giusta? Secondo me dotando gli studenti di strumenti che permettano di vagliare le informazioni e le fonti in modo da discernere fatti oggettivi dalla propaganda potendo verificare i fatti, teorie dalle opinioni e la stessa veridicità delle affermazioni fatte in modo da decidere di chi fidarsi e da chi no. Insegnando agli studenti che esistono fatti oggettivamente misurabili, insegnando ad avere dubbi, a convivere con il dubbio, a farsi carico delle incertezze della vita che aiutano a variare il proprio punto di vista e magari trovarne uno più ampio di quello a cui ci si era abituati, a riflettere sulle cose, a scoprire e vestire di senso le azioni quotidiane. Saper mettere in dubbio significa procedere ad una verifica con una metodologia sperimentale, scartare gli errori, scegliere una strada efficace per conoscere, ammettere di con sapere per procedere. La scienza è abituata a vivere di dubbi e di incertezze proprio perché vive esclusivamente delle soluzioni che trova confermate dalla oggettività dei dati di fatto. La conoscenza che deriva dalla applicazione del metodo scientifico porta con se i valori fondanti nelle nostre democrazie: onestà delle azioni, valore speculativo del dubbio, rispetto per i fatti che siano stati vegliati e provati, apertura mentale e senso critico, affidabilità che deriva dall’assenza di dogmi, propensione al dialogo.

L’Intelligenza artificiale è un prodotto dell’uomo, uno straordinario motore di sviluppo che come ogni motore necessità di revisioni costanti, il problema è capire se il sistema economico- politico-culturale che ha generato e reso possibile tutto questo sopravviva ad un uso selvaggio di tale strumento o soccomba. Io appartengo al gruppo degli ottimisti, potremmo gestire con successo la transizione verso il nuovo se la conoscenza diventasse di nuovo il centro di sviluppo dell’insegnamento e della società e se permettesse alle nuove generazioni di crescere libere da condizionamenti e orientate a riappropriarsi di quella scienza che muove e che regola l’organizzazione democratica di una comunità: la politica. Insegnanti e studenti tocca solo a voi.

Con immutato affetto, tuo

Aldo


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