BILL VIOLA, LE ORIGINI NON MENTONO

Bil Viola, il gigante della videoarte, nato a New York, riscopre le sue origini italiane, che dopo anni di ricerca introspettiva, danno corpo alla sua espressione artistica.

La ricerca è fondamentale in qualsiasi disciplina finalizzata a trovare il fil rouge della propria esistenza, ogni artista mette a frutto le sue esperienze per rendere al meglio il contenuto immateriale delle sue opere affinché queste possano universalizzare il suo progetto. L’artista in questione, seguendo le sue intime pulsioni e pescando negli anfratti del suo DNA cerca i link essenziali per decifrare le coordinate del suo sentire.
Ed ecco che emerge la sua italianità. Lui tecnologico, elettronico, statunitense, buddista zen, alla vista delle opere mistiche crea le sue avvalendosi dei mezzi tecnologici e delle innovazioni strumentali in suo possesso sentendosi vicino agi artisti italiani pervasi da quel misticismo fatto di amore, carità e fratellanza; elementi questi profondamente presenti nella nostra religione. In qualche modo esaudisce il desiderio di Michelangelo il quale, alla fine dell’esecuzione della statua del Mosè, osservandone la perfezione, gli sferrò (secondo la leggenda) un colpo con il martello sul suo ginocchio, gridandogli: Perché non parli?

Possiamo affermare che Viola è riuscito ad animare letteralmente le sue opere con sapiente arte e a far rivivere, con movimenti appropriati e lentissimi, le immagini dei quadri del passato con personaggi viventi che esprimono le emozioni che, a loro tempo, sollecitarono la fantasia e i sentimenti di grandi artisti.

Potenza delle origini!

Per le sue prime opere egli, dopo i suoi soggiorni a Firenze, si rifà alla nostra cultura umanistica e prende spunto da autori come: Pontormo e Paolo Uccello nonché da tutta la cultura di quel secolo che ha segnato la pittura rinascimentale. Queste opere, grazie alla tecnologia, riprendono vita e danno origine a sentimenti come amore, bellezza, fragilità, e sofferenza. Per la realizzazione di tali opere si avvalse dello studio sulla tecnologia diagnostica per immagini del corpo umano in un ospedale a Long Beach coadiuvato dalla moglie.

Nel 1995 viene chiamato a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia con una installazione multimediale dal titolo “Veiling” ovvero (non a caso) “Velatura”. Ma al di là di quanto sappiamo circa la sua perfezione tecnica ciò che colpisce nelle sue opere è quella strana sensazione di straniamento che si avverte nel lasciarsi trasportare dai movimenti dei personaggi che sembrano dilatare il tempo. Un tempo irreale dove tutto è possibile, concertato oltre una convenzione che ci attanaglia in antitesi con il velocizzare forzato dei battiti del nostro cuore.
Una quiete dell’animo dove racchiudere le sensazioni sfuggite alla nostra attenzione perché impegnati a recuperare uno spazio temporale che non ci appartiene perché innaturale.
I quattro elementi della natura: acqua, fuoco, terra aria, accompagnano lo scorrere della vita dalla nascita alla morte, la natura fa il suo corso indipendentemente dalle azioni che interrompono la ricerca del perché del nostro essere qui.

I volti dei tanti personaggi che abitano le opere rivolgono allo spettatore un sguardo pantocratore al quale non si può sfuggire e sì esplorano il nostro intimo stupore. Essi esprimono tristezza, gioia, solidarietà, ma sempre con distacco, si alternano giovani anziani, uomini, donne, per ricordarci che il nostro è un tempo finito, scandito dalle lancette del quotidiano rincorrersi. Nelle opere più recenti l’artista si fa più duro e mette in evidenza la forza fisica e morale dell’essere umano, sempre più esigente con sé stesso e si sottopone a prove forzate così che, al cospetto di quelle immagini, in cambio di una resa sempre elegante per un attimo ci regala un po’di eternità.

Forse queste immagini così perfette ci vogliono trasportare in un altrove dove tutto è velato, superato senza dolore né gloria né potere, al di sopra del difficile vivere che tutto prende in cambio del nulla.


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