di Stefano Torossi
Dovremmo forse chiamarlo cacciatore di doti, il Maestro Jacopo Peri, organista, tenore e compositore fiorentino, e soprattutto marito plurirecidivo?
Nel 1592 sposa Caterina di Nicolò Fortunati che porta una dote di 3.200 fiorini in contanti. Caterina muore di parto e lui eredita.
Nel 1601 sposa Ginevra di Pietro Carellesi che porta una dote di 2.000 fiorini in contanti. Ginevra muore di parto e lui eredita.
Nel 1602 sposa Alessandra di Dino Fortini che porta in dote un prospero podere, valore 1.600 fiorini, a cui si aggiungono altre terre che la moglie, stavolta viva e vegeta, eredita da vari parenti, ma che lui, da bravo marito dell’epoca, incamera e amministra da padrone.
Compra a Firenze un palazzo per sé e due immobili da affittare, più l’usufrutto di una villa e di un altro podere, investe in lettere di cambio e buoni di stato, lavora anche come contabile per l’Arte degli Speziali e la sua carriera (nella finanza) raggiunge la vetta con la nomina a camerlengo dell’Arte della Lana, l’industria principale dalla città, carica che mantiene tutta la vita.
Pur rimanendo musicista, e di quelli bravi, Jacopo continua a fare l’investitore.
Ma lo avrà avuto il tempo di dedicarsi anche alla musica?
Certo che sì. Dopo aver debuttato come fanciullo cantore all’Annunziata (qui, per la chioma fiammeggiante cominciano a chiamarlo “Zazzerino” soprannome che gli rimane in vita), passa per parecchie chiese fiorentine come organista. Poi lo troviamo alla corte dei Medici, prima come cantante e tastierista con un salario di 6 fiorini al mese, in seguito aumentati a 9, poi come “Direttore del concerto de’ castrati”, infine come compositore. Qui produce varie opere d’occasione per feste e celebrazioni a corte, e finalmente debutta in grande con “Il Natal d’Ercole”, favola teatrale in musica.
Da molti è addirittura ritenuto l’inventore dell’opera lirica con la “Dafne” e la “Euridice”. Di sicuro è il creatore dello stile recitativo, ovvero, per usare il linguaggio dell’epoca, “un declamato musicale per voce sola et accompagnamento istromentale che pigliasse forma di cosa mezzana fra il parlare ordinario e la melodia del cantare”, il primo abbozzo della struttura dell’opera.
Nasce forse a Roma, forse a Firenze, non si sa, e fin da giovane sbandiera una discendenza nobile, a cui tiene moltissimo, che per altro ai biografi appare un po’ dubbia (si firma sempre “Nobil Fiorentino” e pretende di essere chiamato da tutti “Signore”). Vive l’intera carriera a Firenze e da vecchio racconta di avere insegnato musica alle principesse di casa Medici e alla moglie di Cosimo, l’arciduchessa Maria Maddalena d’Austria.
Anche se sui suoi contatti con la nobiltà tende a esagerare, questo dettaglio dev’essere vero e deve anche aver lasciato un buon ricordo: infatti Eleonora lo invita a Mantova, dove ha sposato il principe Gonzaga, per la selezione e l’addestramento delle canterine destinate al servizio della corte, Virginia gli commissiona musica per Ferrara e Maria decide di festeggiare il proprio matrimonio con Enrico IV di Francia con un’esecuzione della sua “Euridice”.
Fatti i conti, si calcola che i suoi introiti di musicista siano non più di un decimo di quello che guadagna con gli affari, Qualche mala lingua sostiene che la sua presenza fra gli artisti ufficiali sia solo un pretesto per rimanere in contatto con i ricchi veri e i potenziali investitori che bazzicano la corte.
Lascia il mondo circondato dalla stima dei fiorentini, lodato per la sua profonda fede religiosa e la dedizione alla famiglia e unanimamente definito “Cantore e compositor eruditissimo”.
Torniamo alla famiglia, e qui la cronaca prende un colore più cupo. I quattro figli che ha con la prima moglie Caterina muoiono tutti entro i tre anni. La figlia di Ginevra muore di parto insieme alla madre. Con Alessandra, evidentemente più robusta delle precedenti signore, ne ha sedici, di figli; dei sopravvissuti quattro femmine si fanno monache; quattro maschi, di cui uno prete e altri tre scapoli, muoiono in precipitosa rotazione intorno al 1635 forse di qualche pernicioso contagio.
Dino, l’unico che riesce a raggiungere un certo livello sociale e professionale: studente e poi collega di Galileo Galilei, diventa professore di matematica all’Università di Pisa. Dalla sua corrispondenza scopriamo che suo padre era amico dello scienziato e che quest’ultimo apprezzava la musica di papà Peri.
L’ultimissimo, Alfonso, entra in servizio a corte come musicista dopo la morte del padre. Sposa Maddalena di Lorenzo Lioni, ma dopo solo sei mesi dalle nozze ammazza la moglie sospettandola di infedeltà. Lo condannano, scappa da Firenze e gli confiscano l’intero capitale che gli era toccato in eredità dal padre.
E dal padre così sapientemente accumulato. Invano.













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