di Beppe Attene
Sono le tre categorie fondamentali con le quali, non necessariamente sempre tutte, inquadriamo ogni insieme di quegli esseri viventi cui Aristotele attribuì la catalogazione come animale sociale.
In base ad essa veniamo riconosciuti come specie che non si limita alla riproduzione e difesa tramite famiglia o branco, ma costruisce aggregazioni sociali molto più vaste.
Sono anche tre dimensioni reali. Esse esistono con molte migliaia di varianti nello Spazio e nel Tempo.
Ed esistono, con molte migliaia di miliardi di varianti, in ogni essere umano dalla sua nascita alla sua morte.
“Popolo” indica un insieme, più o meno numeroso, di esseri umani che sono collegati e si riconoscono fra loro sulla base di comuni paradigmi e norme comportamentali.
Alcuni di questi collanti sono più generali ed importanti degli altri.
Tra i primi, ovviamente, una lingua in comune e/o una comune appartenenza religiosa.
Questi fattori iniziali determinano altri elementi che individuano il concetto di Popolo: una storia comune alle spalle, una generale visione del mondo, una serie di comportamenti sociali e personali, tratti caratteriali e talvolta anche fisici.
Una rete di archetipi collettivi costruita nel tempo sulla base delle esperienze vissute dalla collettività, memorizzate in profondità e tramandate.
Un Popolo può esistere e vivere anche senza gli altri due paradigmi presenti nel titolo.
Non occorre pensare soltanto alla straordinaria vicenda del Popolo Ebraico che ha continuato a vivere come tale per millenni dopo essere stato espulso dalla sua Nazione e dal suo Stato.
In questa impresa è stato determinante il concetto di diaspora, vale a dire di seminagione diffusa. Questo potentissimo archetipo spiega come e perché gli Ebrei sono riusciti a vivere ovunque, ovunque lavorando per il bene e lo sviluppo delle Nazioni che li ospitavano.
Ma il mondo è pieno di Popoli che esistono e procedono nella soggettività della loro Storia senza essersi dotati di una Nazione e di uno Stato.
Ciò è troppo spesso dovuto a violenti rapporti di forza e alla negazione dall’esterno del loro diritto ad esistere.
Spesso è anche, più semplicemente, in funzione dell’isolamento geografico e del (momentaneo?) scarso interesse delle potenze che potrebbero ambire a soffocarne l’autonomia.
In ogni caso, però, non vi è Popolo (stanziale o nomade che sia) a vivere senza avere sviluppato e mantenuto una propria identità, una propria weltanschauung.
(da Treccani “Concezione della vita, modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo, e la posizione dell’uomo in esso.”)
Spesso, naturalmente, ciò può apparire incomprensibile e inaccettabile per chi, come gli Europei, ha sviluppato una specifica idea del progresso.
Ma, o si parte dal vero relativismo culturale o non si capisce e risolve nulla.
“Nazione” sta ad indicare che un Popolo, e una entità geografica corrispondente, iniziano ad agire unitariamente nei confronti delle altre porzioni di Umanità.
L’esempio più chiaro a disposizione è proprio quello italiano.
Il Popolo italiano esisteva, di fatto, da molte centinaia di anni. La sua riconoscibilità si basava sulla lingua e sulla Religione diffusa in tutto quello che sarebbe diventato territorio nazionale.
E tuttavia la Nazione Italia nasce soltanto il 17 Marzo 1861, quando Vittorio Emanuele II venne proclamato Re d’Italia.
Non tutto il futuro territorio nazionale era già compreso nei confini del Regno, ma da quel momento inizia ad esistere una entità Italia che agisce militarmente e diplomaticamente, provvedendo nel bene e nel male al governo della superficie delimitata.
Arriverà, una sessantina di anni dopo, il mussolinismo che tenterà disperatamente di affondare le radici del Popolo e della Nazione non nel Risorgimento ma nella Roma imperiale.
Ma questa è un’altra storia e magari un’altra volta.
Ovviamente il globo terracqueo è costellato di Nazioni che hanno una storia molto più lunga di quella italiana.
Spesso questa tipologia di identità nazionale si è configurata come ferrea chiusura nei propri confini evitando, per quanto possibile, ogni contatto con Popoli vicini come lontani.
In nessun caso, comunque, una Nazione può nascere e sopravvivere senza fondarsi su un Popolo e sulla sua identità collettiva che la definisce e la limita.
Per un lungo periodo questa elementare realtà è stata strumentalmente nascosta sotto il riconoscimento del “protettorato” come giustificazione del colonialismo e della dominazione straniera.
(sempre da Treccani: “In diritto internazionale, istituto, scomparso con la fine del colonialismo, in base al quale uno stato protettore assumeva, in virtù di un accordo (trattato di protezione), l’obbligo della tutela di uno stato protetto, militarmente debole e meno evoluto, e questo a sua volta, senza perdere la sua qualità di soggetto internazionale, accettava che il primo esercitasse un’ingerenza nei suoi affari interni e soprattutto internazionali.”)
Di tutta evidenza, sopraffazione di una Nazione sull’altra ben mascherata da protezione.
“Stato” indica un versante della aggregazione sociale molto meno ricco di contenuto rispetto a Popolo o Nazione, ma decisamente più significativo nella percezione iniziale delle vicende storiche.
Lo Stato, nel suo esistere anche mutevole, segnala la forma operativa che, momento per momento, si costituisce attorno alla unità e corrispondenza tra le due precedenti categorie.
Per banalmente restare all’esempio italiano la Nazione Italia si costituisce nel 1861 ma, nel giro di poco più di 80 anni, si presenta con tre diverse forme statuali.
La monarchia sabauda, il regime mussoliniano, ed infine la Repubblica democratica.
La questione della mutevolezza della forma Stato, pur nella continuità di Popolo e Nazione si ripresenta con grande frequenza nel divenire storico.
Nel 1649 Oliver Cromwell conduce al patibolo Carlo I, ma lo costringe ad abdicare in precedenza per salvare (così pensa Kant) l’istituzione monarchica, con la forma statuale corrispondente.
Nel 1793 la Rivoluzione francese decapita Luigi XVI senza avergli tolto la corona dalla testa.
Lo scopo è, evidentemente, l’opposto di quanto avvenuto in Inghilterra.
Due Popoli e due Nazioni ben riconoscibili.
Uno dei due ha definitivamente abolito la monarchia, mentre l’altro la pratica e la rispetta ancor oggi.
Per farla ancora più breve.
La antica e possente Madre Russia ha conosciuto nel 1917 la caduta del potere zarista e l’instaurazione di un regime comunista.
Una novantina di anni dopo quel regime è crollato ed è nata la Federazione Russa.
Nessuno di questi passaggi epocali ha spostato di una virgola l’identità del Popolo e della Nazione che li hanno vissuti né il loro rapporto con il resto del mondo.
Si sono soltanto adeguati. Ma hanno continuato, con i rituali e le forme sspressive, a segnalarci che Russi sono e Russi vogliono restare, con la immensa cultura che hanno alle spalle, con una Religione compenetrante, con una Identità, insomma, che nessuna Rete potrà mai limitare o corrompere.
Evidentemente non è facile accettare sino in fondo questo quadro, per quanto sia meramente descrittivo.
Ma, per chi ha la fortuna di vivere nella zona del mondo che ha scelto e pratica la libertà, è da qua che occorre ripartire.
Gli Stati Europei non sono più, nella loro singolarità, in grado di governare i processi di mondializzazione e difendere i diritti e gli spazi dei propri cittadini.
Ma l’Europa non potrà non essere che una Federazione di Stati, uniti da interessi e bisogni comuni.
Ciononostante, la battaglia per giungervi dovrà essere combattuta sul terreno delineato dai concetti di Popolo e di Nazione.
Occorrerà, cioè, convincere le persone che la dimensione europea è quella oggi più adatta a difendere e rappresentare quei valori di identità e di riconoscimento che ogni Popolo si porta dentro, spesso da millenni.
L’Europa non segnerà la fine delle Nazioni.
Al contrario, la forma Stato della Federazione Europea esalterà quelle identità e ne farà emergere anche nuove, ancora più vaste.
La profonda diffusione su tutto il territorio europeo del Cristianesimo è già una prima e preziosa indicazione su cui lavorare.
Ieri 800.000 cittadini Francesi hanno accolto festanti il Pontefice in Place de La Concorde.
Insomma, non sembra un brutto presagio.













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