FILOSOFIA E SOCIETÀ CIVILE: UNA SINERGIA MILLENARIA

di Leonardo Dini

La filosofia, come è noto, non è solo teoresi o insegnamento, non si vincola a coloro che Galileo e Federico Cesi, alle origini dell’Accademia dei Lincei, chiamavano i Nebulones, né agli avversari di Socrate e di Platone nell’antica Atene, anzi è esercizio quotidiano di libertà del pensiero, svolge il compito ideale di pensiero critico associato alla critica del giudizio che nella modernità e oggi nella postmodernità avanzata compete insieme a esso, alla libera informazione, alla circolazione libera delle idee e al dibattito pubblico, nella sfera della società civile, tanto in Occidente e in Europa, quanto nelle altre civiltà e continenti.

Un dibattito delle idee che si è evoluto con l’evolversi dei mass media, con l’invenzione della stampa, al tempo di Gutenberg e dei Giunti, poi dei giornali, dal 1700 in poi, quindi della radio e della televisione, nel secolo scorso e oggi di internet e dei social network correlati: è il tema trattato da Marshall McLuhan, antesignano del villaggio globale e da Jurgen Habermas nella sua teoria dell’agire comunicativo, quanto mai attuale nei suoi riflessi sociali di massa. Some time ago, al tempo di Galileo e di Isaac Newton però i carteggi letterari e scientifici, peraltro, avevano, con la stessa intensità, già un ruolo essenziale, giunto sino a oggi, in tempi di articoli scientifici su Nature e Science e di e-mail come lettere scientifiche e letterarie e artistiche virtuali.

La filosofia svolge pertanto, millenariamente, questo ruolo di favorire la circolazione critica, ragionevole e razionale direbbe Umberto Eco, delle idee e della riflessione critica e analitica e di stimolare laicamente l’etica laica del consesso sociale.

Già ai primordi della civiltà europea, nell’Atene del VI e V secolo a.C., la filosofia promuoveva il mondo, già per l’epoca nuovo, delle idee e lo sviluppo del pensiero critico e gìà allora, come dimostrano gli esempi del ruolo sociale di Socrate e di Platone e Aristotele, filosofia e agorà pubblica, filosofia e collettività sociale  interagivano, esattamente come poi avviene nella civitas romana e di nuovo nei comuni medioevali, quando dal 1200 in poi, rinasce, nelle assemblee civiche e poi negli artefici del Rinascimento come Leon Battista Alberti, l’interazione tra filosofia e societas hominum, nel senso inteso da Cicerone nel De Officiis, con la rilettura e valorizzazione dei classici del pensiero antico che si affianca al pensiero dei filosofi medioevali, di volta in volta nominalista come in Guglielmo di Ockham o universalista. Successivamente, nel Rinascimento, il dialogo tra filosofia e homines novi della società civile dei comuni diviene centrale, come avviene con Marsilio Ficino, con Pico della Mirandola, con i neoplatonici: è l’Umanesimo descritto da Eugenio Garin, simmetrico a quelli successivi di Rousseau, di Maritain, di Proudhon.

Il nucleo di idee che origina dalla filosofia sfocia negli ideali neoplatonici del Rinascimento delle signorie, come avviene in Lorenzo il Magnifico, al tempo della scoperta del Mondo Nuovo delle Nuove Indie, poi dette dal nome del navigatore Vespucci, America, e emerge nell’evoluzione critica della borghesia mercantile, committente d’arte e forgia le idee della res publica umanista, sia a Siena, sia a Firenze, come in Europa, a Parigi e in Europa del nord, ove anticipa, precorre, i tempi di Søren Kierkegaard e dell’idealismo tedesco del 1800 di Friedrich Schelling, Johann Gottlieb Fichte, Arthur Schopenhauer, Ludwig Feuerbach.

Nel ‘500 saranno invece Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia e nei Ricordi e Niccolò Machiavelli ne Il Principe e nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio a portare in evidenza e sviluppare il dialogo  mai interrotto, tra società civile e filosofia della politica, tradotto in forma di elogio della res publica, dell’etica pubblica e dei valori laici dello Stato, (sia pure viziati dall’oligarchismo strutturale che rendeva perennemente incompiuto il krátos del dēmos, la demokratía, limite “ontologico” che accomunava Atene, Roma e Firenze nel tempo), all’epoca nel 1500 riferiti alla Repubblica Fiorentina (con le Repubbliche Marinare antecedenti una delle prime forme di stato egualitario e libero in Italia, 500 anni prima della Repubblica odierna).

La filosofia nel 1500, inoltre, è il centro emanatore, sia pure in una declinazione teologica, del pensiero di Calvino che cita Platone e di Lutero e delle entropie e esperimrnti sociali dei protestanti.

In seguito, nel 1600, ben prima del pensiero contemporaneo svilupparono il dialogo tra res socialis e filosofia  John Locke, David Hume, Thomas Hobbes e Grozio, così come in altera parte fecero, ante litteram, quanto all’ethos Gottfried Wilhelm von Leibnitz, Baruch Spinoza e con il plesso del concetto di res extensa, indirettamente, Cartesio. Tutti, ognuno sui generis e a modo suo, protagonisti di un rinascimento delle idee, verso l’interagire tra filosofia e prassi del mondo civile sociale, al confine tra fine del mondo postmedievale feudale e nascita della modernità.

Al riguardo le opere di Jacques Le Goff, Johan Huizinga e di Umberto Eco sono chiarificatrici circa il ruolo degli intellettuali e dei filosofi nella societas mediaevalis, non solo di chierici laici ma di precursori della laicità moderna e costruttori di sistemi di idee. Cosa è infatti la filosofia classica fino al ‘900 se non un dialogo fra il pensiero e la società civile: Kant e Hegel fra ‘700 e ‘800 sublimano questi ideali con le loro opere come Per la pace perpetua di Kant, tema ripreso oggi da Habermas e  come in Hegels la sua Filosofia del Diritto, la stessa filosofia del diritto, nata con Grozio e giunta fino a Niklas Luhmann e a John Rawls e Ronald Dworkin oggi, appunto.  

Poi, a partire dal 1800 sono state la sociologia con Max Weber ieri e con Jurgen Habermas oggi, e l’antropologia culturale, con Malinowski e Levy Strauss, a contestualizzare e decifrare la complessità del dialogo tra filosofia, teorie sociali e realtà sociali.

Nel secolo breve, infine, il 1900, così definito da Eric Hobsbawm, si è arrivati a quando la società aperta si è trovata, cone afferma Karl Raimund Popper a contrastare nuovi inimici e nuovi hostēs, nuovi nemici che non sono più gli assolutismi del passato ma sono i grandi fratelli tecnocratici orwelliani e la recrudescenza di totalitarismi, teocrazie, tecnocrazie (la IA): la filosofia si trova oggi a fare argine al default globale delle democrazie solidali e aperte: siamo in un villaggio globale in cui per parafrasare Camillo Cavour fatto il mondo si devono costruire, educati alla e nella libertà i cittadini del mondo, un tempo in cui, per parafrasare Romano Prodi, abbiamo un movimento di idee ma non abbiamo un popolo.

Quindi se il presente del rapporto tra filosofia e società civile è arduo e complesso, il domani rimane thèma decidèndum e decidèndi.

Oggi infatti filosofia e diplomazia, come è noto, giocano, nel mondo, un ruolo di retroguardia, rispetto alle deliberazioni dei potentes tecnologici, della finanza, della politica, dei mercati globalizzati, tuttavia entrambe appartengono, a pieno titolo, al domani della trama epistemogica della costruzione dell’evoluzione nel tempo della specie e della conoscenza e creatività umane, dunque della civiltà, su questo pianeta.

In merito, indiscutibilmente, il contributo al creare un mondo realmente nuovo, del pensiero civile e filosofico socialista e progressista è stato essenziale, dapprima con Pierre Joseph Proudhon, autore di un mondo di uguaglianza libera ancora da realizzare e poi con i Rosselli e con Norberto Bobbio.

Il mondo deve giocoforza arrivare alla stabilità del tessuto sociale nell’uguaglianza e ricominciare, presto o tardi, nel XXI secolo, a praticare la pace, per ricominciare a crescere, evolversi, in un mondo davvero nuovo : è la lezione della storia unita a quella della filosofia a ricordarlo.