di Giorgio Fiorentini
La doula tradizionale è una professionista NON sanitaria (quasi esclusivamente donna) ed esperta in accompagnamento, relazione e supporto alla donna durante tutto il percorso perinatale, dalla gravidanza al post-partum.
Oggi c’è un allargamento verticalizzato che testimonia il welfare universalistico: dalla “culla” alla “end of life”.
La parola doula viene dal greco (δούλη – doúle), che significa specificamente, ed anche, “ancella”.
È una donna che sta a servizio di un’altra donna in un momento di continuità di genere, come gravidanza e puerperio.
L’antropologa Dana Raphael (The Tender Gift) usò per prima questo termine nel 1973, per riferirsi a madri già con prole a carico, che assistevano le puerpere nell’allattamento e nelle prime cure al neonato (nelle Filippine).
I ricercatori medici Marshall Klaus e John Kennell condussero la prima di molte prove cliniche randomizzate sulle conseguenze sanitarie del ruolo della doula che assisteva i parti e sosteneva la madre durante il travaglio, così come nel post-partum.
È un’amica professionalizzata che “tiene la mano”, fisicamente o metaforicamente, alla donna che aspetta un figlio; la segue spesso in sala parto e in seguito offre i servizi di post-partum con un’assistenza “laica”, sbrigando le incombenze di vita quotidiana che la puerpera e la sua famiglia devono affrontare.
La doula non è una balia perché non si sostituisce alla madre, non allatta il bambino e svolge un ruolo quasi ancillare; non è un’ostetrica perché non fa attività sanitarie; non è una colf perché non fa lavori di “aiuto domestico”. È una “doula”.
È un’“ancilla domini” nella sua evoluzione in supporto assistenziale.
Ha fatto un corso ad hoc di natura non sanitaria che insegna ad offrire ascolto, sostegno e vicinanza, basandosi non solo sulla propria esperienza personale.
È un sollievo professionalizzato alla puerpera e alla sua famiglia, evitando le “tossicità” organizzative, temporali (ordinare la vita della puerpera) e amministrative che possono rendere il “post-partum” ulteriormente una fase critica della donna.
Si ricorda che il Ministero della Salute ha calcolato che la depressione post-partum colpisce dal 7% al 12% delle neomamme, mentre il cosiddetto baby blues interessa circa il 70-80% delle donne nei primi giorni dopo il parto.
Il baby blues (condizione di emotività “sopra le righe”) è generalmente transitorio, mentre la depressione post-partum richiede un riconoscimento e un trattamento.
La doula è una figura diffusa nel Nord America, nel Nord Europa e spesso si inserisce nei programmi di sostegno alla maternità.
In Italia essa opera, quasi esclusivamente tramite associazioni, che si richiamano alla Legge n. 4/2013, che regola le attività professionali non ordinistiche.
Oggi c’è un allargamento del ruolo e della professionalizzazione della doula che, previa specifica formazione, può assistere le persone e le famiglie nell’end of life.
Ultimamente questa figura professionale è assurta all’informazione diffusa tramite media: la celebre attrice Nicole Kidman sta studiando per diventare una “death doula”, cioè una figura professionale che assiste le persone in fine vita e le loro famiglie, occupandosi degli aspetti di sollievo costante e professionalizzato non medico. Lo fa per motivazioni familiari.
Anche la regista cinese Chloé Zhao, nota per Nomadland e Hamnet, ha raccontato di aver fatto un corso per diventare death doula, o “end of life doula”.
Questa doula (in questo caso non solo donna, ma anche uomo) accompagna le persone ponendo attenzione di conforto e sollievo alla parte finale della vita e non solo al momento della morte in sé.
Anche in questo caso il ruolo della doula non interviene sugli aspetti clinici o terapeutici (che attengono ai medici e al personale sanitario, ai palliativisti, ecc.), ma si stabilisce una relazione d’aiuto con le persone nel loro ultimo tratto di vita e con le famiglie nell’aspettativa e nella elaborazione del lutto.
È “nuova attività di sollievo” in cui si possono ricoprire ruoli retribuiti o di volontariato, ma non è condizionato passivamente dal mercato. È una opzione proattiva di welfare.
Nel Regno Unito, Stati Uniti e Canada la “doula dell’end of life” è una figura diffusa e riconosciuta, con corsi e certificazioni, ed è legittimata anche negli ospedali.
Le fiction TV spesso anticipano la realtà e nella serie TV The Pitt, ambientata in un pronto soccorso di Pittsburgh, si introduce il ruolo della “end of life doula” attraverso il personaggio di Lena Handzo.
In un contesto italiano dove le famiglie unipersonali con almeno 75 anni sono circa 2,7 milioni, pari al 10% delle famiglie italiane (2023), il fenomeno della solitudine, anche nel fine vita, è un dato che il welfare dovrebbe non solo constatare, ma anche rendere oggetto di intervento.
In Italia, per esempio, le équipe del servizio palliativo domiciliare dovrebbero avere una doula nel team. Purtroppo la maggior parte dei palliativisti è riottosa: perché? Non si sa.
La doula è una opzione di welfare state sussidiario agìto.













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