VIA MONTE GRAPPA

RACCONTO LUNGO

Tornò a casa, c’era tornato tutte le sere della sua vita a casa, in quella casa in Via Monte Grappa.     Per la verità non tutte le sere, perché non aveva sempre vissuto in quella città, ma i periodi di assenza, anche se tanti, erano stati brevi: qualche giorno e poi di nuovo a casa in via Monte Grappa.       Lo avevano portato lì che aveva tre anni e quella sera aprendo il cancello, e dopo, entrando nel giardino, gli venne da pensare che facendo i conti aveva calpestato l’erba incolta del prato per sessantasette anni.     Perché aveva settanta anni quella sera Osvaldo, li aveva compiuti quel giorno, e li aveva festeggiati a modo suo, in solitudine, lontano dagli altri.

Che poi festeggiare non era la parola adatta, più che altro era stato ricordarsi di quella data, e il prendere coscienza di un altro anno passato.              La cosa gli procurava un senso di leggero fastidio, perché secondo il costume generale si era portati a fare bilanci e propositi per la vita futura, e questa cosa non gli apparteneva, sin da quando aveva smesso di contare l’età.       Sin da ragazzo quando compiva gli anni, quel numero che li indicava, lui lo raddoppiava per verificare, se il numero che veniva fuori, fosse l’età di un vecchio.      Quando ebbe trentacinque anni il raddoppio lo lesse come un messaggio impietoso, quasi un annuncio di morte e da allora aveva smesso quel gioco e con esso il festeggiare gli anni.    E quel giorno quell’età l’aveva raggiunta, quasi uno sberleffo.     Che poi a pensarci bene festeggiare era un verbo improprio per la sua storia e forse ancor più per la sua natura.   Non aveva grande memoria del passato, della fanciullezza quasi nulla, come se quel processo biochimico che archivia nell’ippocampo, nell’amigdala e negli altri nuclei basali del cervello  le  tracce mnesiche sotto forma di molecole proteiche , engrammi che potevano essere aperti ogni volta fosse necessario e leggibili sino a tarda età, bè quel processo biochimico, in lui aveva funzionato male e i vuoti della memoria riusciva a colmarli con fatica, gli occorrevano associazioni emotive, stimoli particolari.     O forse quelle molecole proteiche c’erano , ma ben nascoste e i processi sinaptici occorrenti per tirarle fuori risentivano di inibizioni che scendevano giù dal talamo e dalle circonvoluzioni cerebrali.        Quelle inibizioni erano un meccanismo di difesa perché evocare un ricordo non portasse con sé il dolore di allora.      E se insisteva nel ricordare  venivano fuori sempre le immagini più tristi che offuscavano tutte le altre.       Così per i compleanni affiorava quello dei dieci anni, quando il babbo malato era uscito lo stesso di casa per fargli l’ultimo regalo della sua breve vita:  una fisarmonica per bambini.       O l’altro dei diciotto anni quando  la mamma  aveva trovato con difficoltà dalla riserva dei risparmi i soldi necessari per comprargli un giradischi.       Li aveva tenuti con sé per tutta la vita quei regali e non li aveva mai usati , li aveva accanto nel suo studio ma erano rimasti sempre muti, se avessero parlato  avrebbero  aumentato il dolore  di quelle mancanze.       Però quella presenza muta accanto era stato il sostegno della vita, la forza per affrontare i rovesci, il senso di quell’esistenza che ora volgeva necessariamente verso la conclusione.     Ma l’inevitabilità della fine faceva sorgere dal profondo sentimenti confusi, di negazione.          Il sogno di una qualche immortalità gli impediva di guardare alla morte con rassegnata indifferenza, com’è di coloro che vedono nella vita trascorsa l’unica certezza razionale , necessariamente con un termine e comunque  irripetibile.      Ma gli era estranea anche la fiduciosa aspettativa  dei credenti che si avvicinano ad essa quasi con gioiosa rassegnazione .        Infine per Osvaldo non era neanche  il terrore di chi, indipendentemente dai dogmi razionali o fideistici, voleva allontanare quell’appuntamento.     No, il suo sentire sull’argomento, qualunque sarebbe stata, se si fosse mai rivelata, la verità, si traduceva in una sensazione di leggero fastidio che si manifestava con più insolenza ogni compleanno: e dunque fastidio, non paura, non  indifferenza , e nemmeno gioia.       Quella sera per la prima volta pensò che nel futuro, se veramente  avesse voluto guardare, ci avrebbe visto primariamente il dispiegarsi di quel fastidio.        Inevitabilmente avrebbe percorso i meandri del pensiero e della memoria alla ricerca di una risposta che non sarebbe mai venuta , ma che avrebbe rincorso come inevitabile destino, come chimera sfuggente .      Forse solo alla fine, al limitare della vita si sarebbe mostrata con più nitore e sarebbe stata la molla per passare oltre.

Si portava dietro tutto questo e non solo, mentre i piedi affondavano nella terra bagnata del giardino in quel tratto dove l’erba per il continuo passaggio era più rada.      Passando sotto il tiglio, un’improvvisa folata di vento di tramontana gli precipitò addosso acqua e foglie, perché aveva piovuto il pomeriggio e si era a Novembre, così le piante del giardino stavano perdendo le foglie e l’erba era ricoperta di uno strato di queste: rosse , gialle, marroni, qualcuna   ancora  verde.

Il giardino di Osvaldo non era grande, erano solo quattro strisce di terra che circondavano i quattro lati della casa.      Erano tutte così le case di quel quartiere, alcune sopravvissute ai bombardamenti della guerra, altre costruite subito dopo.            Avevano tirato su qualche brutto palazzone dagli anni sessanta in poi, ma, per  lo meno lungo via Piave e via Monte Grappa, quella tipologia architettonica di case singole con uno spazio verde intorno, era rimasta, e dava l’immagine di un complesso abitativo senza pretese, ma armonico e gradevole alla vista e per chi ci viveva.        In quel giardino c’era ancora il cedro che aveva piantato il babbo quando erano venuti a vivere lì e la palma che subito dopo aveva voluto sua madre.         Osvaldo ne aveva piantati altri di alberi, e per il poco spazio questi invadevano i muri di casa e sporgevano con le fronde sulle due strade con cui la casa confinava, via Piave  davanti e via Monte Grappa su un lato.     Nel lato opposto a via Piave c’era il confine con il giardino della casa vicina e così nel lato opposto a via Monte Grappa c’era  un’altra casa confinante.      L’edificio aveva due cancelli sulle due strade su cui si affacciava. e questi erano collegati  tra loro da un basso muretto che correva tutto intorno alla casa sui quattro lati che la delimitavano, a formare una specie di rettangolo con il lato più corto su via Piave.       Il muretto in mattoncini rosati era sormontato da una rete sulla quale correva una siepe di edera.        Gli avevano fatto osservazione per il debordare delle piante e dell’edera,  ma lui era rimasto tetragono e non si era lasciato intimidire, di più il cedro era diventato enorme e sembrava minacciare la stabilità delle mura della casa.              D’altra parte Osvaldo scommetteva sulla tenuta della costruzione, e comunque pensava che sarebbe rimasta in piedi per gli anni che aveva da vivere.       Poi poteva accadere qualunque cosa, non aveva nessuno che l’avrebbe ereditata dopo di lui: sarebbe andata inevitabilmente in malora.

Prima di entrare in casa, come tutte le sere e le mattine quando usciva,  fece il giro del giardino.

Era diventata un’abitudine: si fermava un attimo davanti ad ogni pianta, sembrava che ne controllasse lo stato, ma di fatto era un colloquio muto, che gli comunicava un senso di appartenenza, d’identità.        Sensazioni che solo quella casa e quel giardino erano in grado di comunicargli, tutto il  resto della vita trascorsa e dell’attuale  erano solo un caleidoscopio che non lo aveva mai coinvolto a pieno, e dal quale sentiva il bisogno di astrarsi, per ritrovare se stesso e il suo nocciolo esistenziale in quella casa.      Non lo aveva mai sentito come una limitazione questo sentimento, non gli aveva impedito di vivere una vita normale, semplicemente questa non l’aveva preso più di tanto, non era diventata con i suoi limiti e idoli qualcosa che gli avesse assorbito il cuore e la mente.       Aveva percorso la vita un po’ in disparte, come quelli che amano camminare lungo i muri delle strade, a differenza di coloro che camminano  al centro,  con atteggiamento di sicurezza, che sa quasi di sfida agli altri e alla vita, consapevolezza di sé, che si esalta nell’azione, nel confronto, alla ricerca di una qualche forma di vittoria.         Non che tutto questo gli fosse estraneo, anzi ricordava anni nei quali si era cimentato con successo in tale gioco, ma si era accorto presto che quello stile di vita non gli apparteneva , e il farsi da parte era un atteggiamento non di rinuncia, forse  di superiorità inconfessata, un tocco di distacco aristocratico del quale quando ne aveva consapevolezza  se ne vergognava un pò.     Grande quella casa di Via Monte Grappa, per un uomo solo come Osvaldo, ma non era stato sempre così.     Un tempo era divisa in tre appartamenti, su quello che dava su via Piave al piano terra aveva abitato Osvaldo da bambino e poi da ragazzo e gli altri due erano in affitto, poi con la mamma si erano trasferiti al piano di sopra.       Infine, dopo la morte di mamma aveva ristrutturato tutta la casa ed era diventata un unico appartamento.      Ci aveva buttato i risparmi di una vita e per lui che era tendenzialmente oculato fu cosa impegnativa, ma d’altronde dove buttare i soldi meglio che lì?     Non si era mai fatto una famiglia Osvaldo, la sua era stata quella d’origine e quando morì la mamma lui aveva ormai quarant’anni e non se la sentì di fare quel passo del matrimonio.               La donna che gli stava accanto in quel momento sarebbe stata anche adatta, secondo il consueto  modo di pensare: sola, senza precedenti matrimoni , abbastanza più giovane di lui, ma non tanto da sfigurare, perché poi  Osvaldo  era tutto sommato un bel tipo ed aveva una buona posizione sociale.     Però non aveva mai pensato al matrimonio prima di allora e anche in quel momento il pensiero aveva attraversato la mente per un istante, subito rimosso.

Entrò in casa dal portone principale quello che dava sulla parte più ampia del giardino dov’era il cedro del Libano, l’altro ingresso, quello su via Monte Grappa, lo teneva per lo più chiuso, perché era meno in vista e da lì aveva avuto negli anni passati un paio di visite dei ladri.      Per questo aveva preso l’abitudine di tenerlo sprangato dall’interno.    Accese la luce sull’ampio vano dell’ingresso, gli si parò davanti con più imponenza di sempre il ritratto sul muro del nonno Tarquinio nella sua divisa di soldato della grande guerra.

La mamma di Osvaldo aveva un anno quando il padre era  partito per il fronte, per non farne più ritorno. L’avevano chiamata la Grande Guerra quel massacro, e quella sera, vedendo quel ritratto, gli venne da pensare che quel suo quartiere, dove tutte le strade ricordavano quella orribile cosa, era in assonanza con la sua storia familiare, ne amplificava la memoria , quasi un riconoscimento del sacrificio imposto .     Gli venne da pensare a tutti quegli uomini, tanti, morti per  la decisione di una  minoranza scellerata.      Avevano rastrellato vittime sacrificali nelle città, nei paesi, nei villaggi d’Italia: gli avevano parlato  di patria , di austriaci da odiare , di risorgimento da finire; lo avevano gridato  in una lingua sconosciuta ai più, parole vuote per  chi aveva da lottare per il pane per sé e quelli intorno.     Non risparmiarono nemmeno quelli tornati dalle miniere d’America bolsi e fradici di silicio. Ad  Osvaldo piaceva la storia, pur avendo fatto tutt’altro mestiere nella vita, e pensava spesso alle vicende storiche dell’Italia, specie ora che anche la sua città era invasa da immigrati africani e magrebini, che ogni giorno aumentavano di numero nelle strade e nelle piazze, vaganti senza costrutto e prospettive, impegnati in numero sempre maggiore a chiedere l’elemosina, e tentati a confluire nella manovalanza della malavita e della prostituzione.       Tutto, sotto l’occhio benevolo della scellerata politica locale e nazionale.      Presto del popolo italiano, erede di passate grandezze, pensava che sarebbe rimasto poco, sacrificata anche la memoria sull’altare della globalizzazione.       In cuor suo Osvaldo rigettava l’identità  illuministica dei nuovi e vecchi Voltaire che si era data l’Europa.       La crisi economica, le diffuse povertà , l’invasione dei mussulmani, il risorgere di tentazioni radicali di destra stavano lì a dimostrarne il fallimento.      Si riconosceva Osvaldo solo nell’eredità di Roma e del Cristianesimo, ma era un pensiero che era prudente non comunicare, finchè aveva ancora un lavoro che lo metteva in contatto con gli altri, era prudente non dichiararsi contrari al pensiero unico dominante che aveva creato una dittatura strisciante.       Era bene non manifestare apertamente i propri pensieri , riservare questo esercizio ai pochi amici con  i quali ci si poteva aprire , non era più, l’età di Osvaldo, quella nella quale si potesse cambiare il mondo.      Quel tempo era passato , nonostante come tanti della sua generazione avesse partecipato alle lotte di quegli anni  all’università e anche dopo.     Ma queste si erano dissolte, non avevano prodotto la palingenesi sognata,  fatta di  giustizia sociale, di liberazione dalle vessazioni del potere, di opportunità per tutti, un sogno che muoveva  dal marxismo scientifico per confondersi nelle  suggestioni socialiste umanitarie, nell’anarchismo utopico dell’ottocento.  Poi si era imposto  nel movimento una radicalizzazione velleitaria oltre Marx e il socialismo reale, mitizzava persone ed esperienze lontane, immaginate prima di essere conosciute e dunque fu il culto di  Che Guevara, Mao,  Pol Pot, Giap,  Ho-ci-min e gli altri.    Si prometteva una definitiva rivoluzione mondiale ma il velleitarismo di quella narrazione non aveva più convinto Osvaldo e non solo lui, e molti cominciarono a prendere le distanze.      Poi la cosa diventò per alcuni deriva violenta e lentamente più nulla.    Alcuni più furbi o fortunati trovarono il modo di riciclarsi nella società civile  con  posti di lavoro e carriere prestigiose.     Per loro alla fine fu una affare quella divertente gazzarra giovanile .      Altri meno dotati, impegnati, ma  esclusi dalla minoranza privilegiata, si erano ritrovati in impieghi politici di sola sopravvivenza, altri nemmeno quella , spesso i più puri quest’ultimi , persi dietro la fuga dei paradisi artificiali o della delinquenza comune .       Strani quegli anni della gioventù di Osvaldo , lui come tanti, tirati su in famiglie tradizionali,  con quell’ubriacatura che li prese a cambiare il mondo.       La sbornia per lui e molti altri non  fece  abbandonare comportamenti e valori  familiari. Soffrirono, combattuti tra i nuovi modelli di vita e quelli nei quali erano stati educati.      E forse per merito di quella lotta, di quel disagio, divennero più consapevoli e maturi.      Si salvarono loro e salvarono la società.     La casa di via Monte Grappa, l’aveva tirata su suo padre dopo la guerra.         La città era stata bombardata selvaggiamente dagli alleati anglo-americani, novelli barbari, legittimati dalla nostra arroganza e follia nell’aderire al conflitto a fianco della Germania.        I bombardamenti furono ripetuti , distrussero  la fabbrica degli aerei militari Macchi,  caccia-bombardieri che si rivelarono tragicamente inutili al confronto con la forza aerea alleata.       Ma distrussero anche la ferrovia, il campo di aviazione con la scuola di volo annessa , il restante patrimonio industriale, e non fecero sconti alle abitazioni civili e agli abitanti.  Alla fine ci furono centinaia  di morti e la città distrutta.       Per i danni sofferti,  Osvaldo pensava che i liberatori anglo-americani si erano comportati peggio dei tedeschi, ma questa cosa non si poteva dire, andava contro i dogmi che la religione resistenziale post-bellica aveva elaborato.     Anche la casa di Osvaldo era stata eretta sulle macerie di un edificio distrutto dalle bombe , perché via Monte Grappa era accanto alla fabbrica di aeroplani e poche case intorno si erano salvate.        Via Monte Grappa quando lo avevano portato lì , lui bambino di tre anni, sapeva ancora di campagna, se non fosse stato per la grande fabbrica di aerei, distrutta ma ancora  delimitata da una alto muro di cinta.      Questo la divideva, da un lato dalle case e dai campi del quartiere, e dall’altro dalla ferrovia della linea Roma-Ancona.     Campagna e case: quest’ultime si disponevano in ordinate file lungo viottoli sottratti ai campi.      Tutte confluivano in una strada più ampia, la prima tra le altre ad essere stata asfaltata: via Piave.       Nasceva a poche decine di metri fuori dalle mura della città o più precisamente da quel tratto di queste  dove si apriva  porta Ancona.         Da lì usciva la Via Flaminia che appunto conduceva nelle marca anconetana, e via Piave ne era la prima diramazione.         Ma  questa non era solo la principale strada del quartiere, perché, lasciatolo, proseguiva  lungo i rilievi della montagna folignate sino al passo di Colfiorito,  dove cominciava a scendere verso il mare Adriatico di Porto Civitanova, lungo una vallata disegnata dal fiume Chienti.     Per questo  fu chiamata e ancora oggi lo è, statale della Valle del Chienti.      Via Piave, e  la ferrovia che l’attraversava subito dopo la sua origine formavano due lati che  delimitavano il quartiere per gran parte.      In alto questo si allargava per un tratto, senza raggiungerle, verso le colline che annunciavano le montagne del passo di Colfiorito.       Si andava in salita infatti, nel raggiungere le ultime case, sempre più rare del quartiere.       Queste poi lasciavano il posto a casali, rari anch’essi, che annunciavano la fine del territorio dell’uomo e il dominio della natura.        A dare forma a questo limite stava la chiesa di s. Maria in Campis, con accanto il Camposanto vecchio e il più recente cimitero della città.     Davanti la chiesa passava l’antica consolare Flaminia, così questa si trovare a chiudere quello spicchio di terra che era il quartiere : la ferrovia, via Piave, la consolare Flaminia.        Dentro queste coordinate si svolgeva la vita della gente che vi si era stanziata dopo la guerra.      Privati avevano tirato su case sopra i ruderi di quelle distrutte  e altre nuove rubando spazio alla campagna.     Entrambe  si armonizzavano senza troppo contrasto con le poche case gentili di via Piave sopravvissute ai bombardamenti.       Oltre i privati, lo stato, in un progetto di ricostruzione post-bellica, costruì  dei palazzoni, non brutti , non molti, con uno spazio verde intorno per dare un alloggio agli sfollati , a chi aveva avuto la casa distrutta, ai non abbienti.      Sulla facciata principale mostravano una lapide di travertino bianco con inciso l’anno di costruzione e l’ente preposto.        Alcuni erano abitati dallo stesso tipo di gente, e dunque c’era il palazzo dei ferrovieri, quello dei militari, e anche quello di persone che oggi si sarebbero chiamate disabili.      Composizione sociale variata ,un po’ più elevata quella che abitava lungo via Piave, più popolare nei palazzi della ricostruzione, raggruppati in due agglomerati  che chiamavano “le case popolari basse” e “le case popolari alte” in relazione alla vicinanza alla città.       Tutte le  strade del quartiere  ricordavano la grande guerra: via Pasubio, via Monte S. Michele, via  Monte S. Gabriele, via Gorizia, via Monte S. Daniele, via Isonzo e tutti gli altri luoghi della immane tragedia.       Però Via Monte Grappa e Via Piave e via Isonzo e tutte le altre  sapevano  ancora di campagna e intorno le case avevano orti e stazzi per gli animali di cortile e i bambini avevano campi e alberi dove giocare e fare la guerra.       Non c’era ancora una chiesa in quel quartiere,la domenica si andava in città nella chiesa della Collegiata di S. Salvatore, vestiti con gli abiti della festa.            Le mamme quel giorno non derogavano da una certa etichetta, a differenza dagli altri giorni della settimana, nei quali si era più liberi, un  po’ selvaggi.       Per la verità c’era una chiesetta nel quartiere, la chiamavano la chiesa di Sassonia e quel nome nessuno sapeva dire da dove venisse.        Forse aveva a che fare con genti di Oltralpe che si erano stanziati nella zona nell’alto medioevo. D’altra parte a tre chilometri di distanza, sulle prime alture che cominciano ad ergersi andando verso Colfiorito, c’era e c’è la località di Uppello.     Poche case ma,  intorno all’anno mille, quel paese era dominio di un barone tedesco con tanto di roccaforte che dominava la pianura sottostante.     Fu questo nobile teutonico che donò la terra su cui  fu costruita l’Abbazia di Sassovivo, alcuni chilometri più in alto e destinata nei secoli successivi a grande sviluppo non solo religioso ma anche patrimoniale.      Su investitura papale amministrava tra le altre, la chiesa dei Santi Quattro Coronati a Roma. Comunque la chiesetta di Sassonia era una dipendenza della parrocchia di S.Salvatore e in  qualche occasione vi si celebrava la messa.

La vedeva ancora Guglielmina, seduta sulla prima bancata, a sinistra dell’altare.   L’aveva vista, per la prima volta, alcuni giorni prima, a scuola.  In fila con le altre.   Attendevano che i ragazzi  finissero di sfilare davanti al preside, poi sarebbe stato il loro turno. Usava così allora, e gli occhi del preside erano severi.    Un’icona dell’istituzione che metteva in soggezione e t’imponeva di fare un rapido esame di coscienza per verificare che si era a posto:  abiti puliti, capelli pettinati e la cartella con il libri e i quaderni in ordine.    Ogni mattina era così, prima di entrare in aula al suono della campanella.   Guglielmina aveva la sua stessa età e abitava poco distante da casa sua, in via Trasimeno.   Aveva una sorella più grande, il padre era un maresciallo della finanza, gente bella e lei era la più bella della famiglia.    Quel giorno a scuola non riusciva a distogliere lo sguardo da lei e poco mancò che se ne accorgesse il preside.   Durante le ore della mattina continuò a ricostruire la sua figura con gli occhi della mente e ad un tratto ebbe una folgorazione.      L’aveva già vista, come poteva averlo dimenticato?     L’inverno prima, alla stazione di Fossato di Vico, in attesa del treno che avrebbe riportato a casa lui e sua madre.   Stava anche lei sul marciapiede insieme alla sua famiglia in attesa dello stesso treno.                    Era freddo, lui si sentiva stanco, ma quell’immagine lo aveva colpito , senza che se ne rendesse conto a pieno, come di cosa che si mette in un angolo della mente , per poi ritirarla fuori nel momento giusto.    Ora quella mattina a scuola il caso aveva sostituito la fatica della mente e gliel’aveva riproposta con più forza, come se la realtà avesse materializzato un fantasma.   Seppe poi che i genitori erano di Cantiano, una località già Marche, oltre il Passo di Scheggia, a pochi chilometri di distanza dal suo paese d’origine, Sigillo, dove andava come lei per le feste comandate.                             Da quella mattina per tutto il tempo delle medie un sentimento nuovo, sconosciuto, lo tormentò.     Si inebetiva, si paralizzava nel vederla, la seguiva a distanza con la bicicletta, passava sotto casa in grande velocità sperando di non scoprirsi e insieme sognando di incrociare i suoi occhi che lo guardavano e gli sorridevano.    Forse lei si era accorta di lui e gli sembrò di vedervi un giorno, incrociandola fuori della scuola, uno sguardo che per notti intere lo tormentò.  Voleva capire cosa potesse esserci dietro, forse un interesse e la cosa lo riempiva di gioia e di  aspettativa o forse di commiserazione, come era sicuramente più probabile.   Una domenica la scuola aveva organizzato una gita a Chiusi e c’erano anche le ragazze ,lui pensò che avrebbe dovuto trovare il coraggio di parlarle, di dirle quella cosa che aveva dentro. Visitarono un castello e nella scala a chiocciola lei saliva davanti a lui.      Lui era in compagnia di Nicola uno di quei tipi sfacciati e disinvolti ,al quale aveva  confidato il suo sentimento per quella ragazza e lui per tutta risposta, in una svolta della scala allungò una mano e tastò il culo di Guglielmina.        Lei non disse nulla,  girò la testa e lanciò uno sguardo di delusa domanda a lui, non a Nicola.    In quel momento Osvaldo pensò che sarebbe finito tutto ,che non avrebbe potuto più sperare che qualcosa sarebbe potuto accadere tra loro, a quel punto  non era più nelle sue possibilità cercare di parlarle o di fermarla per confessarle il suo amore.          Non sarebbe andato oltre quel girarle intorno ,quello spiarla quando usciva da casa o da scuola. Se solo lei gli avesse mostrato un interesse, gli avesse sorriso , ma c’era stata quella cosa sulla scala a chiocciola nel castello di Chiusi, non poteva accadere più niente.      Continuò a pensarla disperatamente, poi un po’ meno, infine  terminate le medie, non la vide più. Un giorno, alcuni anni dopo,  la vide in via Trasimeno sotto casa con un ragazzo , i genitori in  terrazza li guardavano soddisfatti.    Fu l’ultimo dolore che Guglielmina gli procurò , dopo la consegnò ai ricordi della vita.                   

La chiesetta di Sassonia stava lungo la ferrovia poco al di sotto di una costruzione che chiamavano il Lazzaretto .     Nessuno  sapeva dire quanto vecchio fosse il Lazzaretto,  fatto sta che tutti dichiaravano che a memoria dei vecchi c’era sempre stato.  Forse aveva a che fare con la chiesa di Sassonia , la chiesa e vicino l’ospitale come era chiamato nel Medioevo,  il ricovero per i pellegrini e i viandanti di passaggio in quei posti diretti a Roma.   La chiesa e l’ospitale servivano per rinfrancare l’anima e il corpo prima di riprendere il cammino per il centro della Cristianità.    Poi forse in occasione di una epidemia di peste vi avevano messo malati infetti e così gli era rimasto quel  nome di lazzaretto. 

 E del lazzaretto aveva la struttura: un grande cortile interno su cui si aprivano le porte e le finestre delle stanze che si succedevano senza interruzioni nei quattro lati del cortile.    Poi nel tempo si erano  trasformate in appartamentini per gente povera che si era ricavata un’abitazione in quel luogo.     Poco più oltre c’era la chiesa di S.Maria in Campis.    La chiesa era antica, con un convento intorno retto dagli olivetani.     Conservava sui muri interni, affreschi trai più belli della città  di quella parte dell’Umbria.       

Erano opera di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno, folignate, assoluti capolavori dell’arte pittorica medioevale. Le finestre, sopravvissute ai rimaneggiamenti dei secoli successivi, avevano non vetri, ma lastre di alabastro, a ricordare la ricchezza e l’importanza del monumento.       Vi passava davanti la consolare Flaminia e dunque nei secoli era stato il luogo di sosta dei grandi della storia.       Affioravano resti archeologici smozzicati lasciati tra erbacce e piante infestanti.      Un tratto di mondo, quel quartiere, tra storia antica e modernità, un poligono irregolare, dove convivevano città e campagna, dove in quegli anni cinquanta crescevano bambini nati alla fine della guerra.                                              Di questa era rimasto nell’aria il sapore della precarietà , delle ristrettezze , del freddo d’inverno in case,  dove solo la stufa della cucina scaldava, e fuori, la spessa maglia di lana fatta dalle mamme irritava la pelle, ma come un imbottita suppliva  la precarietà di abiti troppe volte rivoltati, perchè potessero garantire il corpo dal freddo.     E nevicava in quegli anni e gli inverni erano lunghi e le mani paonazze perché non si portavano guanti e i calzoni erano corti.     La ferrovia con accanto la distrutta fabbrica aerea e mozziconi di case crollate sotto le bombe  erano stati il teatro dei giochi di bambino di Osvaldo.     

Giochi non sempre innocenti, spesso  violenti, fatti di scontri tra bande che riproponevano in piccolo quelli assoluti della guerra perduta, appena finita.      Osvaldo ricordava di quando, con senso di colpa e vergogna, con la paura di essere visto dai compagni , si accompagnava  ai giochi meno impegnativi e più gratificanti delle femmine del quartiere.      Era una debolezza colpevole, un piacere al quale non si poteva indulgere, ne andava della credibilità di maschio, una macchia che lo avrebbe potuto esporre allo sfottò irriverente dei compagni.

Dalla grande sala d’ingresso Osvaldo si diresse verso lo studio, che era il luogo della casa dove passava la maggior parte del tempo.

La grande casa era adatta per ospitare una famiglia numerosa, così l’aveva concepita il padre quando  l’aveva costruita, poi la vita si era svolta in modo diverso dalle premesse e Osvaldo ormai da anni, da quando era morta anche la madre la viveva da solo, e ne abitava una piccola parte , quella costituita dal suo studio, dalla camera da letto e dal bagno.     Tutto il resto era oggetto delle sue peregrinazioni nei giorni piovosi quando non si aveva voglia di uscire .     

Era un girare tra le cose che l’arredavano, tante , importanti anche come valore e ricchezza che negli anni Osvaldo aveva acquistato senza sforzo per la buona condizione economica che aveva conquistato.      Il lavoro che gli aveva dato quella sicurezza economica si era svolto in giro per l’Italia come chimico industriale, dapprima impiegato in una grande azienda nazionale e poi come libero professionista.      Da alcuni anni aveva lasciato gran parte della sua attività, conservava solamente alcuni rapporti di lavoro con clienti, con i quali si era instaurato un rapporto d’amicizia e che amava frequentare anche al di là del lavoro.      E conseguentemente con il diminuire dell’attività, il tempo da trascorrere a casa era aumentato, con suo piacere, come di cosa a lungo vagheggiata negli anni dell’impegno forsennato del lavoro.      Allora il pensiero della sua casa era stato un pensiero dolce e consolante come di porto sicuro di approdo.      Era il rifugio per quando la voglia di vita si fosse consumata e la porta si sarebbe chiusa al mondo,  magari non subito e non del tutto , lentamente, giorno dopo giorno.     

Anche per questo aveva conservato nella sua città pochi amici, con i quali si sentiva quando era lontano e si vedeva quando tornava in città.      Pensava che si sarebbe potuto vedere con loro anche nei giorni del ritiro assoluto , almeno per i primi tempi.

Passò nella grande sala composta da due locali, collegati da un arco che si apriva sul muro divisorio, un muro maestro, come si diceva nel linguaggio dei muratori, e la costruzione di quel muro lui la ricordava.

 Era uno dei pochi ricordi che aveva del babbo: lo vedeva di nuovo quella sera a tirar su mattoni e pietre da solo, con lui accanto che lo guardava.

Attraversò la porta che divideva la sala dal suo miniappartamento, la chiuse alle sue spalle e trovò un tepore che veniva più dal piacere di essere lì, che della temperatura delle stanze.    Guardò il termometro e innalzò il livello della temperatura da raggiungere con il riscaldamento, in più accese la stufa che mandava dal vetro i bagliori delle fiamme e più del caldo scaldava con il colore.    Poi passò nella stanza da bagno e si accinse al rito del lavacro come gli piaceva chiamarlo.      Preparò i saponi sull’orlo della vasca, appese l’accappatoio sulla porta socchiusa  e lasciò defluire l’acqua calda con un getto piccolo perché non facesse troppo rumore, si spogliò nudo e nudo girò per le stanze, mentre la televisione sintonizzata sul canale di musica classica diffondeva nell’aria il suono.        Di lì a poco la temperatura dell’ambiente sarebbe salita, ma per il momento faceva freddo sulla pelle nuda e la sensazione fastidiosa si caricava di piacere al pensiero che sarebbe durata poco.       Poi si immerse nella vasca che l’acqua lentamente  riempiva.      Piano piano il brivido del corpo nudo scomparve al contatto con l’acqua calda che saliva sino ad immergerlo completamente.     Il corpo diventava  più leggero, e il fastidio delle sue spigolosità adagiate sul fondo della vasca si attenuò  sino a scomparire.       Un momento di piacere assoluto che precedeva i movimenti della spugna intrisa di sapone che toglieva le impurità della pelle, le cellule ormai morte.

 La mente si illudeva in quegli attimi che il movimento della spugna  portasse via anche gli anni trascorsi e impressi nelle rugosità della pelle.    Il tempo, i dolori sofferti, le frustate inferte a quel corpo gracile,  l’avevano arata, scavata nelle profondità : quel bagno era una riparazione, un premio, per le sofferenze inflittegli durante la vita trascorsa.     Quel corpo era stato percosso, mortificato, ma aveva resistito e il suo reggitore che risiedeva nella mente, riconoscente, gli regalava quel bagno riparatore.

Pensò a queste cose quella sera e pensò pure che se non così lucidamente era sempre stato così.       Poi si alzò in piedi e si lavò via il sapone , scese cauto sul tappeto per evitare di scivolare, indossò l’accappatoio celeste come i suoi occhi.     Il vapore aveva opacato il grande specchio sopra il lavabo, ne approfittò per massaggiare i capelli,  pettinarli, e asciugarli in modo da non vedere la rarefazione sul davanti.   Una volta dissolto il vapore, ormai asciutti ,specchiandosi, li avrebbe trovati più composti e accettabili.

Era il suo un bagno importante, stile antica Roma, non imperiale pacchiana, si potrebbe dire Roma repubblica: le grottesche, i rilievi, i fregi, non avevano colori violenti, si appressavano agli occhi che guardavano, in modo discreto.     Solo sul soffitto si era concesso un rosso pompeiano, decisamente sfacciato, che accanto alle mattonelle dipinte testimoniavano il suo amore per la romanità.     Quel lusso se lo era concesso perché era il consulente di quell’azienda di ceramiche e dunque le aveva ottenute a un buon prezzo.

Con l’accappatoio indosso girò per le stanze del suo rifugio e ogni tanto appoggiava la testa sui vetri delle finestre a guardare fuori gli alberi che si muovevano percossi dal vento freddo di novembre.        Era buio ma la luce dei lampioni della strada illuminava le foglie ingiallite rimaste sui rami: le grandi foglie come palmi della mano del fico , quelle più piccole dell’albicocco, quelle minute del prugno e del pero.      Cadevano da tronchi ormai scheletriti, cadevano a terra sul prato ancora  verde di trifoglio.       Formavano un tappeto colorato che si intravedeva lo stesso nonostante fosse  una sera di novembre.      Gli venne  voglia di uscire e camminarci sopra a piedi nudi sfidando il freddo e l’acqua.

 Quella volta Giancarlo si era tagliato con un coccio di bottiglia.     La sua casa era davanti la sua, era passato a chiamarlo, subito dopo il pranzo, per quel tempo che  era concesso ad entrambi, prima dei compiti del pomeriggio.  Avevano scavalcato le mura della fabbrica distrutta e stavano esplorando tra i calcinacci e gli aerei distrutti, l’erba intorno alta.       Giancarlo come solito guardava a terra per raccattare qualche pezzo di ferro o di legno, e soprattutto a cercare i cuscinetti a sfera che lì si potevano trovare.   Gli sarebbero serviti  per le cose da arrangiare per il gioco o la guerra.     Ma quel giorno non si avvide di un coccio di bottiglia che fece leva sotto il suo piede e lo ferì sulla caviglia.      Il sangue imbrattò il calzino e la pelle nuda e corse copioso sull’erba che si colorò di vermiglio, rosso su verde , discromia violenta che si accompagna al dolore come il vomito sanguinolento di bile verde  nei cirrotici itterici.        Corse a casa dalla madre Concetta ,c’era anche Loretta la sorella .      Concetta si mise ad urlare come faceva sempre, anche al di fuori di eventi importanti come poteva essere quello, urlava senza ragione come un suo modo di esistere, come risposta alla giornata che scorreva troppo uguale, accanto a quel marito insignificante, magro come la morte, attaccato perennemente ad una nazionale senza filtro, con la divisa di ferroviere che non smetteva mai di indossare.      Era una bella donna Concetta, ormai un po’ sfatta e ingrassata per l’età e le gravidanze , ma doveva essere state una gran bella ragazza prima del matrimonio.     Urlava forse contro la vita che non gli aveva dato quanto promesso dagli occhi arrapati dei giovanotti che l’ammiravano nel passeggio al Corso la sera.     Era stata generosa la vita con una sua sorella, bella ma non come lei, che era andata sposa ad un ricco medico romano, proprietario di una grande clinica privata, dove si curavano i maggiorenti del partito comunista.         Urlava Concetta, e Loretta era bella come lei da ragazza, e i giovanotti cominciavano ad andarle dietro .         Passavano i giorni lentamente allora, e la luce del sole ogni mattina illuminava via Monte Grappa e le strade intorno, e la sera scendeva come ogni giorno e il buio era interrotto dalle  luci che il comune aveva da poco messo sulle strade.

Riverberavano un chiarore tenue, riflesso dal piatto rotondo che le accoglieva , e le sere d’estate le lucciole a migliaia davano aiuto ai lampioni, meno quelle che finivano sotto i bicchieri dei bambini per il regalo della mattina.         E nel letto le ragazze sognavano principi e sguardi e ammiccamenti, mentre le cosce si bagnavano di sangue mestruo, e i ragazzi avevano a che fare con quel coso in mezzo alle gambe che urgeva con le sue fantasie.     Anni cinquanta, la vita infinita davanti , vicino la fabbrica d’aerei militari distrutta

Si allontanò dalla finestra e andò a specchiarsi al bagno.      La musica che girava per l’aria era quella di Cajkovskij, il suo autore preferito, ancora più gradito, perché regalo non richiesto del programma giornaliero di rai musica.       Si  pettinò con cura, cercando di coprire i vuoti sul davanti che avanzavano anno dopo anno e che lo mandavano in depressione, perché continuando così, non sarebbe diventato come suo nonno, che tutti  chiamavano “biancalana” per la lunga criniera bianca che aveva in testa.    Li avrebbe voluti conservare, come carattere distintivo di appartenenza, Ora, anche lui che andava imbiancandosi li avrebbe voluti conservare tutti come suo nonno e come tutti quelli della famiglia, accanto ai ciglioni sugli occhi e ai baffi che in memoria del padre si era lasciati crescere all’età di 20 anni e non aveva più tolto.

Quell’esame all’università condotto da una giovane assistente, si avvicinò il professore, le disse di non essere indulgente,  perché la vedeva un po’ affascinata da quel giovane con i baffi.        Lui che non era bello e non ci si sentiva ne trasse ulteriore motivo per non tagliarseli più.

Con l’accappatoio ancora indosso aprì l’armadio e tirò fuori la biancheria intima , la maglia di lana che portava da sempre nella stagione fredda sopra la pelle ,al posto della canottiera dei mesi caldi.

Non aveva mai amato la moda delle camice sulla pelle nuda , gli sembrava una moda da rigettare per ragioni di igiene e salute, e anche perché aveva a che fare con i comportamenti disinvolti in tema di rapporti e di sesso che erano estranei alla sua formazione e alla sua natura.        Come se il coprire le nudità ,il non ostentarle avesse a che fare con il pudore che Osvaldo giudicava un tratto virtuoso della personalità.       La mutazione antropologica che si era verificata negli anni della sua vita lo aveva lasciato indietro, non era riuscito ad entrare in sintonia con le femministe, le checche , i matrimoni leggeri, i divorzi ad oltranza, le vacanze tutto l’anno , e tutto il resto che veniva propagandato come sviluppo e conquista dei diritti civili, liberazione dal fascismo che poi non capiva che c’entrasse, e tutto riassunto nella espressione: ma siamo nel 2000 oh!.        Rimaneva in Osvaldo un nocciolo duro esistenziale e di riferimenti culturali che gli venivano dalle donne di casa , la madre e le nonne , dove i ritmi e i comportamenti del vivere erano stati quelli di sempre:  poco spazio alle rivoluzioni, alcuni valori essenziali come la casa,  la famiglia, il lavoro, l’onestà,  un senso religioso della vita che negli ultimi tempi si era cominciato a far sentire più forte in Osvaldo.

 Si rivestì con abiti diversi da quelli con i quali era entrato in casa , tirò fuori la giacca di lana inglese che aveva comprato da Sir Charles, un negozio di moda inglese a Perugia ormai scomparso.          Era stato il primo acquisto , in tema di abbigliamento, che aveva fatto da solo: una giacca “pie de poule”, e calzoni grigio-scuro.       Quella volta gli aveva preso così e fu cosa strana perché ai suoi vestiti ci avevano pensato sempre le donne della vita, sua madre prima e poi le altre che si erano succedute, e quasi sempre gli andava bene quello che sceglievano.      Ma quella volta no , e conservò quella roba di gran qualità per tutta la vita, con cura, tanto che, indossandola di nuovo quella sera, vide ancora una volta che non era logora né sciupata.       La giacca in particolare gli cadeva addosso come un guanto e si portava bene anche sul tavolo di lavoro.       Quella sera mise sotto, al posto della camicia, una maglietta sempre di lana con il colletto che i revuoir della giacca piacevolmente sollevavano sul collo sotto il mento.      Salì l’ampio scalone che portava al piano di sopra e dove, accanto ad altre stanze, si apriva la cucina dal grande piano di marmo .          Lì si preparò qualcosa da mangiare e mentre i fornelli facevano il loro lavoro si appoggiò con la fronte sui vetri del grande finestrone che dava su via Piave.    Il freddo sulla pelle era piacevole, ma non quanto quello che sentiva quando andava a trovare i suoi al cimitero.

Non preghiere , gli sembravano cosa scontata, un po’ falsa.    La sua preghiera consisteva nell’appoggiare la fronte sul marmo della lapide e quel contatto sapeva di intimità con chi stava dall’altra parte, con quello che era rimasto di loro, dietro la bella foto che li ritraeva giovani, da poco sposi, davanti al muro di una casa, chi sa di quale città .
Il freddo di quel marmo era preghiera più delle parole, era una domanda di fede, di immortalità, era un ritrovarsi al di la’ degli anni e dei luoghi, al di là della vita e della morte.

Vicino al cancello oltre la rete coperta dall’edera vide un uomo anziano.        Era vestito modestamente come una volta vestivano le persone della campagna quando  venivano in città.            Stava fermo, chi sa’, forse riprendeva il fiato.       La leggera, ma costante salita di via Piave doveva averlo stancato o forse era un cardiopatico e aveva bisogno di quelle soste per recuperare energia.         Fatto sta che dopo un po’ riprese il cammino sul marciapiede che costeggiava il muretto della casa di Osvaldo e scomparve alla sua vista, nonostante lui lo inseguisse con gli occhi fissi nella penombra della sera .      Passavano veloci le macchine sulla strada, andavano in centro o uscivano dalla città.                             

Il traffico era aumentato da quando via Piave era stata interrotta poco sopra a ponte Antimo  dalla costruzione di una strada a quattro corsie che correva come un anello intorno alla città e dunque via Piave serviva non più e non solo per andare a Colfiorito, ma soprattutto per immettersi in quella superstrada che portava dovunque si fosse voluto andare.    In qualche modo sostituiva ciò che sino ad un secolo prima avevano fatto le quattro porte medioevali della città.     Nel nome di queste c’era la destinazione delle vie che da loro si dipartivano:  porta Ancona , porta Firenze, porta Romana, porta Todi.

 Per questo, quella sera, lungo via Piave, passava gente a piedi, ma soprattutto macchine. Nella mente di Osvaldo si materializzarono immagini della strada di quando lui era bambino e ragazzo

Rivide con gli occhi della memoria i contadini dei casolari vicini e quelli della montagna passare diretti  a” piazza del grano”  il mercato della città.  Arrivavano con gli asini su cui avevano caricato la merce, si fermavano all’altezza delle loro case, qui  legavano le bestie alle reti di recinsione , si caricavano sulle spalle la soma e andavano in città.     Al ritorno prima di riprendere gli animali si fermavano nello spaccio di Laurina, vicino alla casa di Osvaldo.          Tiravano fuori dalle bisacce, svuotate dei prodotti venduti  la mattina, il pane e il vino che si erano portati da casa , compravano la mortadella di Laurina e seduti su un bancone di pietra all’aperto mangiavano prima di riprendere  il cammino verso casa.                  Quella sosta da Laurina sapeva di riposo dopo la fatica della mattina, di festa per il guadagno realizzato.                                                                               Si fermava il tempo nello spaccio di Laurina, la guardavano ammirati, lei era donna di città, aveva quel commercio sulla strada , era dunque persona più importante  di loro, ma si faceva chiamare con quel diminutivo  che sapeva di confidenza graziosamente concessa, e che loro  non si sarebbero mai permessi di  pretendere.   Per questo con lei non andavano oltre qualche castigata battuta.        Non era come con le metresse di via del Giglio dove alcuni di loro erano stati portati per l’iniziazione sessuale: quei visi con un trucco più sfacciato, violento.     Lì le battute erano più grevi, nonostante i pochi di loro che c’erano andati si trovassero in soggezione rispetto ai coetanei di città che si muovevano con naturalezza nel salone come se fossero a casa loro.      Rivide passare anche i pretini, come chiamavano gli alunni del seminario vescovile della città. Vocianti, correvano e giocavano tra loro, sotto lo sguardo attento di qualche prete.     Portavano la tonaca come loro, ma con la noncuranza di quell’età, per molti quel tempo sarebbe stato solo un’esperienza destinata a concludersi una volta chiuso il corso di studi.         
Andavano in gita al convento dei cappuccini o a quello appena sotto di S. Bartolomeo, o a quello dei Dahoniani, o più in alto sino all’Abbazia di Sassovivo.    Tutti posti sulle prime alture della città.    Quella strada, negli anni della sua vita di bambino e di ragazzo, aveva visto passare anche lunghe file di camion militari , alcuni portavano i soldati seduti in due file contrapposte con le armi in mano, altri trasportavano i cannoni .   Venivano dalla caserma Gonzaga- Iodice del viale della stazione ed erano diretti a Colfiorito per le esercitazioni di tiro.   E, quand’era la stagione autunnale passavano le donne che erano andate a cogliere le olive nelle tenute di Clarici.    Venivano giù la sera, dopo una giornata di lavoro, lungo via Piave, in sella a biciclette che acquistavano velocità in quel tratto di discesa e, noncuranti dei freni e del pericolo di urtarsi l’una con l’altra, ridevano e parlavano tra di loro, dando sfogo alla felicità della fine del lavoro, del ritorno a casa nei vicoli del centro e la gioia di vivere e amare chi a casa li aspettava.    
In primavera passavano altre file di camion che venivano dalle Marche a portare le barbabietole allo zuccherificio della città.     Stavano fermi ore, anche giorni per il loro gran  numero e i tempi lunghi dello scarico delle barbabietole.     In quella strada passava anche  Osvaldo con la cartella in mano e il grembiule e il fiocco sul colletto inamidato, diretto alla scuola elementare Piermarini di corso Cavour.      E passava suo padre in vespa che tornava a casa dopo il lavoro a farli vivere con il suo amore.

Caricò su un vassoio il cibo che si era preparato e tornò al piano di sotto nel suo studio, passando non per la scala interna di prima ma per la scala laterale che da una porta della cucina portava di sotto.

Era quanto era rimasto della vecchia casa prima della sistemazione che gli aveva dato dopo il terremoto.       Quella vecchia scala non centrava più niente con l’aspetto che aveva assunto la casa, ma era comoda, perché conduceva al piano terra dove si apriva, da un lato il portone  di  via Monte Grappa, e dall’altro la porta che dava accesso al suo appartamento privato.   
Una sorta di scala di servizio che spesso diventava un ripostiglio per i pacchi e le cose della spesa e di tutto quanto riportava a casa prima di sistemarle nel luogo destinato.    Ma poi sotto sotto non aveva voluto occultare del tutto il lavoro di suo padre.   Quella scala era rimasta intatta come l’aveva fatta lui, le stesse mattonelle e i punti luce di allora, e non ci faceva passare la gente che lo veniva a trovare, esclusi quelli che ricordavano suo padre, ma da anni questi non c’erano più, erano tutti morti.                              Così quella scala serviva ormai solo a lui.

Depose sul tavolinetto davanti alla poltrona il vassoio con la cena, quindi  uscì di casa per chiudere i cancelli e  la macchina .   Al di là della rete che divideva la sua dalla casa accanto di via Monte Grappa vide le luci accese del giardino, lì quando era bambino ci abitava Ivana la stessa età o forse un anno di più di Osvaldo.

Ivana era bella, solo lei bella tra tutte le altre bambine, quasi ragazze della via e delle strade intorno.      Osvaldo non sapeva cosa fosse quel sentimento che lei gli ispirava.    La vedeva muoversi accanto a lui come in una danza e  l’aria intorno disegnava onde rarefatte che gli arrivavano come carezze, come un vento leggero che sapeva di  fragranza e  profumo di lei. Turbamento e gioia, moti rappresi, il desiderio, la necessità di starle vicino, di aspettarla quando usciva di casa, di soffrire all’imbrunire del giorno quando dalla finestra chiamavano.   Bisognava  lasciare i giochi e non l’avrebbe più rivista sino al giorno dopo.     
Il padre di Ivana, di lavoro  faceva l’assicuratore e aveva un’automobile, l’unica della strada, una topolino.     La  balilla nel quartiere l’aveva solo il conte Roncalli, parcheggiata nel giardino della villa che si trovava lì d’appresso.     La prendeva  di rado,  i figli poco più grandi di Osvaldo li mandava  a scuola in carrozza.      Ma il padre di Ivana aveva una topolino e una sera d’estate mentre correvano lungo via Monte Grappa a raccogliere le lucciole, li fece salire: Ivana ed Osvaldo.    Stavano loro due, sul sedile posteriore,  davanti i genitori di lei.    E Osvaldo  prese la mano di Ivana e lei lasciò fare e continuò a tenerla quando la macchina si fermò.    Scesero a vedere  il cielo d’estate e la città sotto di loro, fermi in una piazzola di Colle san Lorenzo, il primo paese che si incontrava sulla strada per Colfiorito, pochi chilometri dopo via Piave.    Osvaldo  era accanto ad Ivana e quel cielo e le luci della città e il profumo dell’aria e lo stato di felicità  sapevano solo di Ivana.    

Ma oltre Ivana in via Monte Grappa abitavano anche i Bocci.  Il capofamiglia lavorava a Scanzano alle Poste.     Ora Scanzano era un sobborgo di Foligno pochi chilometri a nord, lungo la Flaminia.     Aveva una stazione ferroviaria, ma di fatto la località non era nemmeno un paese perché  il paese vero era limitrofo ad esso , lo precedeva e si chiamava Vescia.   Scanzano era un centro postale di dimensione nazionale e aveva avuto durante la guerra una grande fabbrica militare per l’approvvigionamento  alimentare delle truppe.    Queste due cose avevano giustificato la stazione ferroviaria e dunque una  dignità di località autonoma ,senza però avere abitazioni o altro, di fatto si trattava semplicemente di un prolungamento di Vescia.    E comunque entrambi erano guardati dall’altro paese limitrofo con sufficienza e disprezzo perché entrambi frutto della modernità, senza la dignità che Belfiore , così si chiamava quel paese, aveva conquistato nei secoli, e come gli aristocratici che disdegnano la folla, non stava lungo il traffico della consolare, sorgeva ad un paio di chilometri di lato.     
Un fiume segnava il suo confine e per quelli di Vescia non era gradito che lo superassero.    Storie di localismi esasperati , ma anche ricchezza di tradizioni e costumi che hanno fatto la civiltà d’Italia.    Bocci dunque lavorava a Scanzano e la moglie faceva la casalinga.     Tre figli, due ragazze e un maschio un pò più piccolo di Osvaldo, ma comunque anche lui compagno di giochi , anche se mal tollerato dagli altri per via dell’età.     Le ragazze  se ne stavano un pò in disparte.     La loro casa era più piccola delle altre, e siccome il lotti di terreno erano sostanzialmente uguali, il giardino e l’orto dei Bocci era più grande, e papà Bocci vi passava un gran tempo dopo il lavoro. Agricoltore un po’ bizzarro, verniciava i tronchi degli alberi con una spessa vernice antisettica e abbondante insetticida, che spargeva anche sui prodotti dell’orto e sui frutti delle piante.  Le ragazze non erano sempre presenti ai giochi della via, forse  non le favoriva la miopia di cui erano affette, ereditata dal padre che portava lenti come fondi di bicchiere.    Nonostante ciò, quando potette permettersi un automobile, girava con la sua Fiato 600 senza occhiali.   

 La cosa, oltre far allontanare dalla via la gente che lo conosceva , testimoniava ulteriormente la sua originalità e stranezza che non aveva favorito la socialità delle figlie.     Davide abitava nella casa davanti a quella di  Osvaldo, a confine con quella dei Bocci.   Era una delle poche case sopravvissute ai bombardamenti.     Le mura erano state tirate su a mattoni giallo-rosati alternati a file di altri mattoni con una nota cromatica lievemente più accesa verso il rosso, disposti ortogonalmente rispetto ai primi. Disegnavano marcapiani e una sorta di fregio sulla sommità sotto il tetto,  le cornici intorno alle finestre sapevano  di gusto futurista , le grondaie erano sagomate , le balaustre arzigogolate facevano pensare  alle fantasie di Gaudì.    Tutti questi elementi concorrevano a renderla diversa, con un tocco quasi di nobiltà rispetto alle  case vicine ricostruite.    Veniva da pensare che nonostante la guerra ingloriosa e scellerata, quegli anni che l’avevano preceduta avessero espresso positività e raffinatezze com’è delle civiltà superiori , ancora maggiori quando si avviano alla fine.     

Quella guerra non solo per l’Italia  ma per l’intera Europa avrebbe sancito la sconfitta di una civiltà, la  sottomissione ad una concezione materialista della storia e del vivere sociale che il modello americano e quello sovietico  avrebbero imposto a tutto il mondo, rimandando ad un tempo successivo il regolamento dei conti tra di loro.    Che poi il canto del cigno di quella civiltà sconfitta, si fosse consumato nella fornace dell’obbrobrio di una guerra totale , con le inarabili nefandezze collegate, colora di suggestioni luciferine quella straordinaria e auspicabilmente  irripetibile pagina della nostra storia.     Ma Davide con tutto questo non c’entrava nulla , la sua famiglia era venuta ad abitare quella casa nei primi anni cinquanta, l’avevano acquistata da precedenti proprietari che se n’erano andati al Nord, e il padre di Davide faceva il macellaio , così ne trasformò una parte, costruì un annesso e c’impiantò una macelleria .                  Dunque quegli arzigogoli architettonici stonavo con la nuova veste che l’edificio aveva assunto , ma il contrato stridente accentuava quel sapore di fine di un mondo e di un epoca , che loro in qualche modo rappresentavano.    E Davide non era un bambino buono , la mamma, come usava allora, gli metteva  una  molletta sui capelli perché fossero assestati e in ordine, soprattutto quando andava il mattino a scuola in città . Ma la molletta di Davide inevitabilmente cadeva sulla fronte, aggrappata ad un ciuffo di capelli che la tratteneva  in quella posizione a mò di bandiera che sventolava davanti gli occhi di Davide.        Ed erano compagni di scuola Davide ed Osvaldo, perché avevano la stessa età e il caso volle che si ritrovassero nella stessa classe del maestro Pagliacci.      Così si ritrovarono inevitabilmente insieme in tutti i momenti della giornata.    La mattina a scuola e il pomeriggio prima e dopo i compiti per la strada.     Davide  era un po’ trasandato , non era bravo a scuola, forse con un pò di malanimo nei confronti di Osvaldo che gli veniva proposto come esempio.    Comunque fosse, il gioco tra di loro finiva spesso con la frase di Davide : non ti parlo più.   Non è chiaro se fosse consapevole quanto male facessero quelle parole nel cuore sensibile di Osvaldo , se dunque il pronunciarle avesse il significato di ferirlo profondamente o piuttosto fossero solo un modo per chiudere un  impasse, un’incomprensione, magari una sua difficoltà.   Fatto sta che non dava mostra nei giorni successivi di dolersene troppo , mentre per Osvaldo c’era la morte nel cuore , non tanto a scuola, dove si aveva da studiare, da fare i compiti, a parte l’ora di ricreazione.     

No, il peggio era quando si stava in strada a giocare con gli altri e non potergli parlare, perché lui lo ignorava e se i loro occhi si incrociavano, lui si girava da un’altra parte.   Osvaldo avrebbe avuto voglia di umiliarsi e fare pace ma l’orgoglio glielo impediva, così ogni volta soffriva come un cane.     Poi, in qualche modo e ogni volta si rifaceva la pace, ma ci sarebbe stata un’altra occasione di lì a qualche tempo perché accadesse di nuovo.   Alla fine delle elementari successe che morì il padre di Osvaldo e dopo pochi mesi morì il padre di Davide.    La scuola finì e con essa la loro fanciullezza, ma ebbero tempo prima che la vita li dividesse , di volersi bene.      Non giocavano più sulla via, ognuno percorse strade diverse, ma quando si incontravano si tenevano una attimo per mano come facevano da bambini quando si riappacificavano dopo le liti, e si dicevano  parole  che sapevano di nostalgia e rimpianto.     

Via Monte Grappa da un lato confluiva in via Piave dall’altro terminava a ridosso del muro che delimitava  la fabbrica distrutta ,per poi proseguire  ai due lati di questo,  percorrendolo per tutta la sua estensione, sino al limitare della ferrovia.          Ma questi due tratti non erano più via Monte Grappa, questa terminava davanti il muro.   

 Qui  il dott. Bartoli , proprietario della farmacia nella piazza principale della città, aveva costruito la sua casa.      Appariva come un estensione in alto del muro, con piccole finestre che davano l’impressione di un bunker.     La casa occupava  un ampio spazio sottratto al terreno della fabbrica ,dalla quale lo delimitava un alto muro di cinta.        Intorno alla casa, un grande giardino con pini ed altri alberi ad alto fusto nascondeva  un campo  da tennis su terra rossa .      La casa era come un fortino, da fuori si vedevano le poche finestre che davano verso via Monte Grappa, le altre finestre , terrazzi e una grande veranda  erano rivolti all’interno verso la fabbrica.    Il muro impediva di vederle chiaramente dall’esterno, se ne distinguevano solo tratti .     Bartoli che l’abitavano  erano considerati gran signori.    Gentili con gli altri, ma distaccati com’è di che sa di appartenere ad una classe superiore, e nei confronti dei meno fortunati mostra una condiscendenza che vorrebbe essere non solo formale, ma non arriva ad essere condivisione, che comunque non potrebbe mai essere, anche con la più buona volontà.     Così, pochi erano quelli ammessi a partecipare ai piaceri della casa, del campo di tennis, del giardino.      Per lo più gente di città, quelli che abitavano nelle case nobili di via Gramsci e di via Mazzini, che a dispetto del nome proletario e libertario erano abitati dai borghesi della città, eredi di casate del passato pontificio.    Nella buona stagione si intravedevano i Bartoli con i loro ospiti seduti nelle poltrone del giardino a chiacchierare e sorseggiare bibite, tra una partita e l’altra di tennis.       I figli dei Bartoli naturalmente non se la facevano con i bambini e poi ragazzi di via Monte Grappa, per lo più andavano in città , al circolo del tennis.      Tra i figli c’era una ragazza , già tale per i bambini di via Monte Grappa, solo dopo qualche anno con la maturazione sessuale avrebbero capito quanto era bella e desiderabile, ancorchè irraggiungibile.

Osvaldo chiuse la macchina e dietro di questa il cancello in ferro battuto che da un po’ di tempo non si chiudeva più bene con la chiave.    Così l’aveva sostituita con una catena, in attesa di chiamare qualcuno per farlo accomodare, visto che lui ci aveva provato senza successo.   Prese il lucchetto e lo serrò sugli anelli della catena, era la manovra che faceva ogni sera, quando la giornata era ormai finita e ci si preparava per il sonno della notte.   Si ricordò che quel coso vecchio e anche un po’ arrugginito, l’aveva ritirato fuori da un cassetto del garage, dove stava chiuso chissà da quanto tempo.   Ora se lo rigirava tra le mani perché gli ricordava qualcosa.   Dopo un po’ realizzò che apparteneva a Feliciano.   L’aveva lasciato in giardino ad occhio e croce sessanta anni prima, uno dei sabati durante i quali  trafficava in giardino sulla moto.  Ricordò di averlo conservato in ricordo di lui.

Feliciano stava di casa in via Piave,  dopo la curva in cima al rettilineo in salita, che la strada compie nel suo primo tratto, prima di approdare nello slargo di Ponte Antimo.   Questo era uno spazio a ridosso di un ponticello, sotto il quale passava un corso d’acqua asciutto per gran parte dell’anno.      Asciutto perchè la sorgente era stata imbrigliata per farne bottiglie di acqua minerale, alcuni chilometri più in alto, sotto il monte dove sorge l’Abbazzia di Sassovivo .      Oltre il ponte, un sentiero, prima di perdersi nella campagna, conduceva ad un deposito di esplosivi della caserma, piccolo, rispetto a quello principale che stava più in alto, sulla strada che conduceva a Sassovivo.   Ponte Attimo dunque.    Non si conosceva il significato di quel nome, ad Osvaldo piaceva pensare che fosse il nome  di un vecchio che aveva visto  in quel posto negli anni  della sua infanzia.  Il vecchio amava  passare gran parte della giornata lì, appoggiato  al parapetto del ponte.   Non era molto loquace, guardava il passaggio della gente e dei mezzi, con qualcuno che conosceva parlava un po’, per poi tornare alla sua silenziosa osservazione.   

Quel suo stare lì le ore del giorno, sapeva di possesso di quel luogo, dove, in una casa  accanto era nato e vissuto tutta la vita; forse  anche di controllo del mondo intorno che cambiava velocemente e non perderlo di vista sembrava procurargli le armi per non soccombergli.     D’inverno si avvolgeva in un grande mantello dal quale uscivano, oltre il viso, solo le mani.   Queste erano costantemente aggrappate ad un bastone, sul quale si appoggiava maggiormente quando abbandonava il parapetto per sgranchirsi le gambe, per poi riprendere la posizione abituale.    Nella stagione buona , al posto del mantello, indossava una giacca di velluto aperta sul davanti quando faceva caldo.     Ma sia d’inverno che d’estate portava sempre un  cappello a larghe falde da cui spuntavano lunghi capelli bianchi e baffi dello stesso colore, da farlo sembrare un brigante d’altri tempi , appostato lì per chiedere dazio ai passanti della montagna.     Una sorta di Cinicchia locale senza la fama del famoso brigante nocerino.      Così Osvaldo amava pensare, e per lui quel vecchio si doveva chiamare per forza Antimo , doveva aver dato lui il nome a quel posto.    E non si arrischiò mai a chiedere a qualcuno se veramente fosse così.   Comunque la casa di Feliciano era poco prima di Ponte Antimo,  e si può dire che la sua, era l’ultima casa della città.     In quel punto infatti la strada terminava di essere via Piave e diventava Statale della Valle del Chienti.   

 E a riconfermare il suo ruolo di confine, sul muro esterno, in bella vista, con i caratteri neri su fondo bianco che usava l’ANAS prima della guerra, era scritto il nome della città e i metri sul livello del mare.    Stava  sul muro visibile a chi veniva da fuori, e rimandava a tempi andati quando viaggiare era un’avventura, e per i forestieri , in assenza delle comunicazioni di oggi, quelle scritte erano indispensabili per sapere dove  fossero arrivati .      Così doveva essere per i viaggiatori del “Gran Tour“ che conoscevano solo le grandi città e poco o nulla sapevano del resto del paese.    Feliciano era nato lì e in quella casa aveva vissuto, Luisa abitava un centinaio di metri prima sempre in via Piave, nell’appartamento al primo piano della casa di Osvaldo.    Luisa era di Varese o meglio di un paese vicino che si chiamava Malnate.    Lassù era nata, poi la famiglia tutta si era trasferita in quella casa di via Piave, in Umbria, dove Macchi aveva deciso di impiantare una fabbrica di aerei militari, copia minore di quella più grande di Varese.  Certamente il governo fascista aveva ispirato se non deciso quell’insediamento.    Si era negli anni trenta , c’era vento di guerra nell’aria, e quella diversificazione, forse rispondeva ad un’esigenza di tipo logistico.     Da Varese erano arrivate maestranze qualificate  tra queste c’era la famiglia Sonzini.   La città aveva fornito gli spazi e  la mano d’opera, e il rapporto fu vantaggioso per la comunità locale , in termini di posti di lavoro, di incremento e valorizzazione del campo d’aviazione e l’annessa scuola di volo e l’istituzione di una scuola professionale e per periti meccanici ed elettrici che assunse allora e negli anni a seguire fama non solo regionale.   Finita la guerra e distrutta la fabbrica, di tutte le maestranze lombarde,e tra queste Sonzini, alcune erano rimaste nella speranza di una riapertura della fabbrica o  di un lavoro diverso, spinti anche dai rapporti di amicizia che si erano nel frattempo instaurati con la gente del posto.   Così era stato per i Sonzini.    Feliciano e Luisa erano ragazzi in quei primi anni cinquanta e s’innamorarono.    Lei  delicata , fine, con tratti signorili: studiava per diventare maestra.   Lui era litigioso, greve , e andava a scuola per imparare un mestiere.   Famiglia modesta quella di Feliciano ,  più in su quella di Luisa .   Luisa frequentava la chiesa , Feliciano bestemmiava come intercalare del suo parlare.    Non potevano essere più diversi, non avevano niente in comune, neanche la lingua.   Quasi incomprensibile quella di Luisa , quel lombardo che sapeva di straniero , mitigato dall’italiano che imparava a scuola.     

Non era mitigato invece, il greve dialetto umbro-folignate di Feliciano , parole sbiascicate che competevano con il ternano in quanto a rozzezza.      Ma Luisa e Feliciano si amavano .    Si amavano come si poteva in quegli anni : lo sguardo vigile delle famiglie in particolare di lei, il freno della religione di Luisa , e i mille dubbi che la tormentavano per l’inadeguatezza di quel coso buffo, basso, tarchiato e ignorante che gli aveva rubato il cuore e turbato la mente.    Erano rari incontri furtivi con baci appassionati, cui lei si abbandonava per una attimo per poi ricomporsi e placarlo con parole e carezze.      Erano lunghe passeggiate per le strade del quartiere  e giù in città, erano frequentazioni delle famiglie, perché ad un certo punto la cosa era diventata ufficiale.     Ma mano a mano che la storia andava avanti, i litigi erano sempre più frequenti e per conseguenza anche i periodi durante i quali smettevano di vedersi.   Lei era sempre più preoccupata del carattere di lui , della mancanza di un impegno per il futuro : un lavoro sicuro per metter su famiglia.     Ma Feliciano non ci sentiva, a scuola andava male , nonostante lei integrasse le deficienze con lezioni suppletive.  E d’altro canto, in alternativa, non deva segni di voler imparare un mestiere dignitoso e sicuro.     Ma poi c’era una cosa in più : si era messo a fare il corridore di moto: una “Mondial 125 cc monoalbero”  con la quale correva le gare della regione e anche qualcuna nazionale come la Milano-Taranto.     

E questo delle corse oltre ad angosciare Luisa per la paura che si facesse male , allontanava ancor più la possibilità di un rapporto normale com’era nei desideri di lei.   Dopo l’ultimo litigio, che procurò una separazione più lunga delle altre,  in occasione del matrimonio della sorella di Feliciano, le famiglie brigarono per metterli vicini al pranzo di nozze. Lei faceva la sostenuta, nonostante le  profferte d’amore di lui, di decisione di cambiare , e tutto il corredo del genere.   Infine Feliciano riuscì a convincerla ad uscire per poter parlare più liberamente.  Salirono sulla topolino che aveva acquistato alcuni mesi prima, di seconda o terza mano, particolare per lui ininfluente, dato che si dichiarava meccanico consumato da quando era diventato corridore motociclista, e la motocicletta la preparava lui prima di ogni gara, trafficando su carburazione  e testata per renderla più veloce.   Presero la strada per Colfiorito.    Lui era diventato mansueto  e supplichevole, ma dinanzi alla ritrosia di lei, s’inalberò com’era del suo carattere e le urlò che se non avesse acconsentito a fare pace, sulla curva in fondo al rettifilo che stavano percorrendo, sarebbe andato dritto.     Luisa tergiversò e Feliciano andò dritto .    Si ruppero un po’ di ossa e in ospedale durante la degenza si riappacificarono.  Ma l’idillio non durò a lungo e nell’aria cominciò a materializzarsi un cambiamento che avrebbe avuto conseguenze su quella storia d’amore .    Il lavoro che papà Sonzini aveva trovato in città dopo la guerra, in una fabbrica meccanica, cominciava ad essere non più adeguato al mantenimento  della famiglia nelle condizioni di benessere che avevano goduto negli anni precedenti.       E poi i tre figli ( una sorella e un fratello di Luisa ) stavano finendo di studiare e cominciò a pensare che a casa loro, al Nord, avrebbero avuto occasioni di lavoro migliori.     C’era in più che parenti e conoscenze erano a Malnate, in particolare una sorella della signora Sonzini non sposata ,molto legata a loro e che desiderava ardentemente un  ricongiungimento con la famiglia.    

Vedremo come questa cosa avrebbe avuto una parte importante nel futuro.    L’idea e il pensiero di quel cambiamento cominciò a circolare nella famiglia.    Luisa non parlava , gli altri erano tutti favorevoli , meno Ambrogio, il più piccolo della famiglia che naturalmente era innamorato di Feliciano, del quale era diventato l’allievo e il compagno fisso nell’attività motociclistica .   La moto veniva portata il sabato, prima della gara del giorno dopo, nel giardino dei Sunsini e i due trafficavano insieme per prepararla al meglio.   Finalmente la decisione fu presa e Feliciano fu l’ultimo a saperlo.    Non si presentò a casa di lei, temeva di non riuscire a dominare l’emozione ,forse la rabbia.   Così decise di aspettare Luisa all’uscita della scuola .   Fu insolitamente calmo, la rabbia che sentiva dentro non riuscì , a trovare un canale esterno per uno sfogo.    Si tramutò  per la prima volta in un dolore interno rappreso, troppo duro e avviluppato in sé, perché potesse sciogliersi.   Gli veniva da piangere, riuscì solo a dirle “ ma ora che ne sarà di noi?”   E poi prima che lei potesse rispondere soggiunse con foga: se tu non rimani io parto con te.   Troverò un lavoro lassù e ci sposiamo.   

Lei disse parole di buon senso, che però non rispondevano a quella richiesta perentoria, prendevano tempo, rimandavano ad altro momento la decisione.     Feliciano le sentì come un no e la rabbia gli tornò più violenta di sempre.  Imprecò , bestemmiò, inveì contro tutti e contro lei.  Fece il gesto di picchiarla ma lei riuscì a schivare il ceffone che le stava arrivando addosso e se ne andò.   Dopo una settimana partirono senza rivedersi, lei gli fece sapere che gli avrebbe scritto.  Feliciano, dopo quel giorno parlava poco, non l’interessava più molto neanche la moto, aspettava notizie.  Queste arrivarono dopo una settimana, si diceva di un lavoro di impiegata che la zia gli aveva trovato , oltre lo studio a scuola per il diploma.   Raccontava di amiche dell’infanzia ritrovate , del dispiacere di Ambrogio che era quello che faticava più di tutti a integrarsi nell’ambiente nuovo e per lui il rimpianto della città lasciata era più acuto.  Erano andati ad abitare vicino la zia e con  lei soprattutto passava il tempo libero, in qualche modo una seconda mamma.   Non diceva nulla di loro due oltre a banalità del tipo:  che lo pensava spesso , che gli raccomandava di fare il bravo, di stare attento con la motocicletta.   La lettera precipitò Feliciano ancora di più nello sconforto, avvertì un distacco che sapeva di abbandono, e la depressione scomparve, sostituita da una rabbia che lo fece imprecare , gli fece pronunciare parole di fuoco contro Luisa, delle quali, terminato lo sfogo, si pentì.  Venne a più miti consigli, gli sembrò che a ben leggere non c’era niente da stare preoccupati ,  si trattava di riprendere il filo del loro rapporto, qualcosa avrebbe fatto per riconquistarla come tante volte in passato e in qualche modo sarebbe stati di nuovo insieme. 

Dunque avrebbe aspettato un po’ di tempo, perché lei si sistemasse meglio nella nuova casa e in quel lavoro che aveva trovato per alcune ore accanto allo studio, perché quell’anno si sarebbe diplomata.  I soldi guadagnati le avrebbero permesso, pensava , di essere un po’ più autonoma dalla famiglia , perché nella sua testa era la famiglia che remava contro di lui.    Presto sarebbero arrivate notizie più tranquille  e poi lui  sarebbe andato su, per riprendere insieme a lei  il filo dei loro progetti.  Ma le lettere non furono così frequenti, e il tono di distacco che nella prima non aveva voluto vedere più di tanto si andò accentuando.   Una mattina incontrò un’amica di Luisa che gli chiese notizie di lei, dando mostra che lei dalla partenza non aveva saputo più niente.   Ma le sue parole non sembrò a Feliciano, che fossero del tutto credibili, come se la negazione  di contatti, nell’assolutezza dichiarata , proprio per questo nascondeva una verità diversa.   Feliciano prima blandì, poi minacciò, alla fine l’amica fu costretta a  dire che la zia di Luisa aveva brigato per farle conoscere un giovane dabbene di lassù, con un lavoro avviato di piccolo imprenditore e senza grilli per la testa, di quei tipi che sistemati nel lavoro vogliono farsi una famiglia.   La zia l’aveva anche fatto per togliere dalla testa di Luisa, Feliciano e chiudere così quel capitolo della sua vita.  Ma Luisa era combattuta, così l’amica disse.   Feliciano decise: sarebbe andato subito  a Varese. Preparò la moto come faceva prima delle gare , la tuta da infilare sopra il vestito e il casco nuovo  per non sciupare i capelli neri.    La strada la conosceva, era quella che aveva fatto almeno due volte quando aveva gareggiato nella Milano-Taranto.   Sarebbe partito la mattina dopo, sul far dell’alba.   Quando mise in moto la motocicletta era ancora notte, una notte umida di fine autunno.  

La strada da percorrere era nota , si trattava di percorrerla in senso inverso. Passò dentro  paesi e  città ad andatura sostenuta perché il traffico non era intenso , ma per contro correva il pericolo di schiantarsi contro qualche carro agricolo dietro ogni curva.  Da corridore in gara l’aveva percorsa ad una media di cento chilometri all’ora , il minimo per percorrere i 1400 chilometri sino a Taranto da Milano, senza scalo, da percorrere nell’arco di una giornata.   Quel giorno Feliciano ,se possibile, andò anche più forte , perché aveva calcolato di arrivare nelle prime ore del pomeriggio, comunque prima che avesse fatto notte.   Doveva trovare il paese di Malnate a pochi chilometri di distanza  da Varese, dov’era Luisa, e poi la strada del suo lavoro, che l’amica  alla fine gli aveva detto.  Nonostante il tumulto del cuore e la strada bagnata riuscì ad evitare ritardi o peggio incidenti.  Solo nell’attraversare Bologna s’imbattè in una manifestazione goliardica di studenti universitari che gli fece perdere  tempo.  

Arrivò al cartello che indicava la direzione per Malnate, fece  pochi chilometri e fu lì dove Luisa sarebbe passata.  Attese per circa un’ora e i minuti passarono regalandogli una strana, insospettata  calma.   Gli sembrò che non era importante cosa sarebbe accaduto di lì a poco , quali delle parole che aveva preparato avrebbe pronunciato.   Era venuto a Malnate in moto , aveva corso per ore , si era massacrato la schiena per andare più veloce e per stare lì a quell’ora , in qualche modo quella prova d’amore era quanto era in suo potere fare , di più non avrebbe potuto,  e che ora andasse come doveva andare.   Non era rassegnazione, era uno sfinimento fisico e mentale, un’incapacità a continuare a fare congetture, speranze, delusioni.  Doveva solo aspettare.   Luisa arrivò,  discreta ed elegante , bellissima agli occhi di Feliciano, come non l’aveva mai vista. Gli venne da piangere e si malediva per non averla amata come lei avrebbe voluto, quando erano insieme prima della sua partenza.  Se solo fosse stato più arrendevole alle suppliche di lei, di cambiare, di mettere la testa a posto, forse non sarebbe partita , forse quel giorno sarebbero stati già sposati in una casa tutta loro.   Ma ora non c’era più tempo , ora doveva solo chiamarla per strappare un altro momento insieme e non gli importava che cosa gli avrebbe detto , che domani ci sarebbe stato dopo quel pomeriggio . Stava appoggiato sulla moto ferma sul cavalletto , si era levato la tuta e il casco, si era un po’ rassettato.                La chiamò.     Lei non si mostrò sorpresa,  attraversò la strada e si diresse verso di lui.  L’abbracciò , si baciarono, restarono così, senza parole.   

Dopo un tempo indefinito, un attimo o un’ora, lei  sfilò le braccia da lui  e  spalancò il viso ad un sorriso che prese il posto di parole impronunciabili, neanche  Feliciano pronunciò parole.    Gli occhi di Luisa gli dissero che non doveva più venire , che l’amava ancora ,ma che non era possibile , che non dovevano vedersi più.   Feliciano lo  sapeva da prima di partire , che sarebbe andata così e che quel viaggio non avrebbe cambiato l’ordine delle cose , ma era andato lo stesso, non poteva fare diversamente.   Riaccese la moto e riprese la strada di casa, tornò con più calma, pianse per tutte le lunghe ore del ritorno, e tra le lacrime che appannavano l’asfalto lucido seppe  che non avrebbe più amato nessuna dopo Luisa.   Decise che il riscatto e la punizione per entrambi sarebbe stata quella puttana del viale della stazione con cui aveva fatto le prime esperienze sessuali, si chiamava Rita.   Pensò pure che prima di morire sarebbe tornato su da Luisa, l’avrebbe chiamata come quel giorno che ora stava finendo o l’avrebbe solo guardata , non lo sapeva.   Si seppe poi che Feliciano aveva sposato Rita e che Luisa era  rimasta sola per la vita, senza nessuno.

Si rigirò quel lucchetto tra le mani per un po’, pensoso, poi lo infilò nella catena e chiuse il cancello.    Rientrò in casa dalla porta di via Monte Grappa e la chiuse alle sue spalle con il catenaccio che aveva fatto mettere, dopo l’ultima visita dei ladri.  Così pure attivò l’allarme per la notte,  istallato da ultimo, per ulteriore sicurezza.  Per quanto, sarebbero potuti entrare lo stesso, se avessero voluto di nuovo fare una visita, attraverso il terrazzino sottotetto, al quale si poteva accedere comodamente da un albero, che arrivava lì con le sue fronde, e la porta del terrazzino aveva dimenticato di schermarla con l’antifurto.     Aveva anche una pistola Osvaldo, la teneva nel comodino, pronta per ogni evenienza.    Sapeva che non sarebbe stato in grado di usarla, ma possederla gli dava un senso di sicurezza. Andò nella stanza da letto, si spogliò piegando i vestiti con cura e infilando il pigiama di flanella.   Passò in bagno per lavarsi i denti e per le altre necessità fisiologiche, poi si infilò nel letto, caldo della termocoperta che aveva acceso per tempo. Quel tepore , in quanto a piacere, faceva a gara con il bagno di prima.    Ma quella sera quel piacere si fermava in superficie, scaldava solo la pelle, non arrivava in profondità.     Laggiù qualcosa di nascosto urgeva e voleva essere riscaldato.  Lo avvertiva come una mancanza o una privazione.    Pensò che poteva essere l’assenza di una donna , o forse di un figlio, ma uno o entrambi sarebbero stati in grado in quel momento di riempire quel vuoto?  Forse, qualcosa al di sotto della coscienza stava celebrando il compleanno dei settanta anni e gli chiedeva conto di quella vita che se ne andava, di tutti quegli anni trascorsi che se l’erano consumata, e ora alla soglia della vecchiaia lo pungolava con quel freddo profondo che non riusciva a riscaldare.    Non c’era più un futuro per lui,  lui era solamente il suo vissuto, la sua storia.    Ma la consapevolezza di quella verità gli dette serenità, placò l’inquietudine che lo tormentava.    Il senso della sua vita era tutta in quello che era già accaduto, erano le persone, i luoghi, i sentimenti, le fantasie che l’avevano riempita.  Erano un patrimonio da preservare, che gli dava identità e sicurezza.   Prese sul comodino gli occhiali e la Bibbia, e ne lesse alcune pagine, come tutte le sere.  Terminò la lettura con una preghiera di ringraziamento al Signore e spense la luce per addormentarsi.   Prima che il sonno lo rapisse, pensò a tutta quella gente che non c’era più: non solo Feliciano e Luisa , tutti gli altri della sua vita , sua madre , i parenti , gli amici.   Non potevano essere morti, da qualche parte dovevano essere , nascosti e invisibili, ma presenti.  Ora nel dormiveglia Osvaldo ne era certo: si trattava solo di morire e in quel momento qualcuno gli avrebbe dato la chiave per entrare in quel mondo nascosto dove tutta quella gente  lo stava aspettando.   E sarebbe stato un gran bel momento, quando li avrebbe rivisti.   Si trattava solo di aspettare, sino a quando gli sarebbe toccato di crepare.

Immagini del quartiere anni 40-50


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