IO TI VEDO

Si narra che “Io ti vedo!” fosse il saluto atavico usato da alcune popolazioni africane all’incontro con un altro essere umano sconosciuto sino a quel momento.

È l’equivalente del sonoro “Buongiorno!” che tuttora ci si scambia in campagna quando si incontra qualcuno che rompe con la sua presenza la solitudine del luogo.

Sono, ovviamente, entrambi segnali di garanzia reciproca che tendono a disporre su un piano formale e sicuro situazioni non organizzate o gestite.

Ma il saluto africano contiene molto di più del semplice riconoscimento dell’incontro in quel momento e in quel luogo.

Implica che l’esistenza di un essere umano è “certificata” dalla percezione da parte di un altro appartenente alla stessa specie.

È l’essere veduti che crea, insomma, il diritto all’essere, ma attenzione: la cosa non è così semplice.

Qualche anno fa un individuo condannato per pedofilia torna, scontata la pena, nel piccolo paese sardo da cui proviene.

Ritiene, formalmente non a torto, di avere pagato il suo debito con la società e di potersi in essa reintegrare.

Ma scopre immediatamente che il panettiere non lo vede, che il barista non lo vede, che nessuno in paese “lo vede”.

Disperato espone il suo caso sul locale quotidiano, ma il sindaco gli risponde che, pur avendo pagato il suo debito alla giustizia, per la comunità egli non esiste più.

Oltre al Codice Italiano ha infranto il Codice Barbaricino, che non ammette in alcun caso la pedofilia. Dovrà, insomma rassegnarsi a cambiare paese di residenza, se vuole bere un caffè al bar. Insomma, perché la comunità possa disporre di questo “potere del vedere o non vedere” è necessario che preesista un rapporto del singolo con essa.

In altri termini, chi si trova a ricevere e recepire “Io ti vedo” deve a sua volta essere realmente in contatto con quella porzione di mondo che lo riconosce.

Del resto, molte faticose dinamiche famigliari applicano una regola simile.

Ma cosa succede quando il mondo da cui il singolo ambisce essere veduto è totalmente virtuale e la vita stessa tende ad appiattirsi in quella dimensione?

A quel punto il desiderio di “essere visto” si applica a una platea infinita di cui non si possono conoscere né i confini né i valori.

Nel mondo del riconoscimento virtuale, per definizione non materiale ma solo documentale, non esistono colpe o responsabilità.

Un gruppo di giovinastri troppo euforici, siamo vicini a San Benedetto del Tronto, fa deliberatamente cadere nella cunetta della strada due contadini Sikh che stanno tornando verso casa in bicicletta.

Sin qui nulla né di buono né, purtroppo, di raro o di strano.

I giovinastri pubblicano su Facebook la loro divertente prodezza esponendo, forti della virtualità del mezzo, il numero di targa della macchina con cui hanno compiuto il gesto.

La cosa interessante è che, quando dopo due giorni la Polizia di Stato si presenta a casa loro per contestare il reato, i suddetti giovinastri si stupiscono.

Ritenevano, probabilmente persino in buona fede, che l’avere trasformato quell’atto vigliacco in comunicazione elettronica lo rendesse immediatamente inattaccabile.

Il percorso, per quanto inconsapevole, sembra essere il seguente.

Io voglio “essere visto”, essere percepito e riconosciuto non dalla ristretta cerchia della mia comunità di appartenenza, piccola o grande che sia.

Voglio esistere nel mondo totale e in esso voglio lasciare un segno che mi identifichi, magari per sempre.

Ma, poiché quel mondo contiene davvero tutto e lo rende accessibile a tutti, perché dovrei imporre a me stesso una censura, una qualche limitazione?

In un universo che non esita a mostrarmi bambini che muoiono sulla riva di un mare, perché io non dovrei inserire l’agonia di una persona investita da un’auto?

È documento, non è realtà.

Quel mondo estesissimo e virtuale non potrà mai negarmi il diritto ad essere visto e, non negandomi quel diritto, non potrà mai nemmeno sanzionare ufficialmente il gesto compiuto nel mondo reale.

Insomma, la documentazione elettronica dello stupro di gruppo o dell’aggressione sanguinaria non viene, se seguita dalla diffusione social, considerata come parte integrante dell’atto compiuto.

Questa convinzione ha il malefico potere su spostare su un altro piano la questione della responsabilità civile e morale.

La responsabilità abitualmente si forma su due piani, vale a dire quello normativo e quello etico.

Io non compio un atto cattivo perché ho timore della punizione che potrebbe derivarne ma posso anche decidere di non compierlo se, in assenza del rischio di punizione, ho un principio interiore che me lo vieta comunque.

Ma il comandamento etico si fonda sulla appartenenza e sul riconoscimento nella specie umana e nei valori che si sono prescelti.

La appartenenza desiderata a un mondo virtuale e assolutamente totale, dove tutto è compreso alla pari, elimina o perlomeno attutisce la responsabilità della scelta.

Non credo, per finire, che si possa addebitare alla Rete la colpa dell’aumento degli atti di violenza ed in particolare di quelli verso le donne.

Credo però, questo fermamente, che se non ci sbrighiamo a iniziare a riflettere sulle ricadute anche comportamentali del nuovo contesto di comunicazione, ci aspettano tempi duri.

Non si vedono in arrivo dei nuovi Immanuel Kant impegnati sulla “ragion pratica” e non ci si può nemmeno illudere che ci pensino sempre i piccoli paesi della Sardegna, nel nome del Codice Barbaricino.


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Commenti

Una risposta a “IO TI VEDO”

  1. Avatar Ettore Zeppegno
    Ettore Zeppegno

    Interessante perchè vero e attuale, ma la considerazione che uno si pone dopo aver letto è : cercate una soluzione a questo problemone prima che sia troppo tardi.